Palermo / Paesi e città
Al di sotto del livello di percezione

Metropoli, megalopoli, sprawl urbano, schiuma metropolitana, città fantasma, città panico, città creative, città morte, città di quarzo, slums, favelas, fine delle città… E Palermo? Non rientra in nessuna di queste categorie, né può essere eletto a caso di studio per discuterle, interpretarle, decostruirle. Sta sotto il livello di percezione. E, a parte la ciclica eco mediatica per questo e quel malaffare mafioso, magari condito con tanto sangue atroce e qualche tonnellata di spazzatura per le strade, perché dovremmo occuparcene?

 

Perché forse – digeriti, o almeno aggirati, gli stereotipi che l’assillano – Palermo si avvia a diventare una città normale, in cui le stabilità e le variazioni vengono dettate da istanze che trascendono le piccole realtà politiche e amministrative, pur coinvolgendole; istanze che sono di carattere economico e culturale, antropologico forse. Oggi Palermo conosce una serie di trasformazioni, sia su grande sia su piccola scala, le quali molto probabilmente non dipendono esattamente o soltanto da speculazioni o da volontà politiche, ma da una logica altra, da flussi semiotici, discorsivi, da forme di contagio, da processi di imitazione di altri centri urbani, da quella dialettica insomma fra locale e globale che in una città come questa, forse, si manifesta in modo più interessante ed evidente che in altre. È questa logica altra, tanto profonda quanto inconsapevole, che vorrei provare qui a esplicare.

 

Per farlo, ripercorriamo quattro tappe evidenti nella recente trasformazione storica della città di Palermo. Per comodità, le indicheremo con le sigle Pa1, Pa2, Pa3, Pa4.

 

Pa1è la città antica tradizionale, quella che emerge nella dialettica fra memoria e narrazione, fra mitologia e documentazione. È la Palermo panormus, tutto-porto, la grande insenatura naturale circondata dai monti che costituisce quella che è stata chiamata Conca d’oro. C’è tutto un mitismo in questo racconto delle origini naturali dell’insediamento urbano: il mare, le montagne, la terra a poco a poco conquistata dall’uomo, assoggettata ai suoi bisogni, le sue necessità, i suoi capricci. Da cui gli agrumeti dei giardini arabi, e poi lo sfarzo del barocco spagnolo, le civiltà che si accavallano, le dominazioni straniere che si succedono, la meta d’obbligo nel gran tour dei viaggiatori esotizzanti, la terra dove fiorisce il limone, in un odiamato tourbillon che – si dice – istituisce l’identità ferrea della città, la sua memoria storica, il suo irredimibile immaginario. Giù giù sino alle più recenti narrazioni mitologiche di una fiorente industria d’inizio Novecento, sorta di ritrovata età dell’oro, epoca bella e, manco a dirlo, sparita ed eternamente rimpianta.

 

Pa2è la città moderna, quella posteriore alla seconda guerra mondiale, in cui l’ideologia consumistica del modernismo rapace e avventuriero, in uno con le smanie della speculazione edilizia e le violenze della mafia rampante, ha provocato il noto dissesto della Conca d’oro, invasa dal cemento, e il conseguente abbandono dell’immenso centro storico. Dagli anni 50 in poi Palermo è diventata una città in cui, a differenza delle aree urbane ­– grandi e piccole – europee, il centro tradizionale non è né zona residenziale né luogo degli affari, degli uffici o del commercio ma, progressivamente con un ritmo sempre maggiore, luogo degradato: affidato alle incurie obbligatorie delle classi meno abbienti (prima) e alla cura pietosa degli stranieri immigrati (dopo). Esso diviene zona di studenti fuorisede e disperati extracomunitari che, abitando le dimore nobiliari d’un tempo, le preservano da una fatidica rovina. Palermo si sposta e si ingrandisce, ma ha perduto la propria identità, quella che nel bene o nel male era inscritta nei suoi monumenti storici, nel suo lungomare, nei suoi luoghi di culto e di pellegrinaggio. La Palermo moderna è una città senz’anima, se non quella dura e nera delle violenze, delle guerre e delle stragi mafiose, che nessun governo sa o vuole combattere.

 

Pa3 è il passo successivo, che chiameremo “postmoderno”. Palermo postmoderna significa molte cose, non del tutto coerenti fra loro: significa – ingenua e irritante estetica per le rovine del centro storico (“struggente” è aggettivo che i turisti esotizzanti e i rampolli illuminati della nuova borghesia usano per descrivere la città decaduta); dalla quale discende una serie di operazioni artistiche compiute fra le macerie delle case crollate per il degrado, e poi il sorgere di qualche locale alla moda (gallerie, pub, ristoranti), qualche timida rassegna di spettacoli e concerti, pochi tentativi di recupero urbanistico. Agli immigrati di varie nazionalità che ormai abitano il centro storico, rivitalizzando i suoi mercati arabi, si mescolano così nuove frotte di parvenus che, sfruttando le prime speculazioni edilizie di ritorno, usano gli appartamenti restaurati alla meno peggio per esibire la loro sedicente jeunesse dorée. Il centro storico è adesso très chic, come colgono benissimo immobiliaristi e costruttori, e come pagano sulla loro pelle gli stranieri, progressivamente cacciati dagli edifici decaduti barocchi per raggiungere forzatamente il ghetto delle periferie più tristi e tradizionali. Così, Pa3 conosce l’arrivo sghembo di quello sviluppo che Pa2 non aveva saputo pensare altrimenti, di quella affrettata ricostruzione che il modernismo aveva soffocato in tutti i modi possibili, assassinî compresi.

 

Pa4 è la Palermo che verrà – se vorrà – quando le mode passeranno di moda, quando gli entusiasmi dovranno cedere il passo a una politica urbanistica globale e condivisa, a una pianificazione razionale che si faccia carico delle istanze sociali e culturali più diverse, quali possono esistere in una città che, senza essere né metropoli né paese, è comunque ampia e variegata al suo interno. Se Pa3 è il futuro anteriore, Pa4 è una massa di segni e di flussi dati ancora a livello virtuale, che i luoghi da noi analizzati esprimono in modo più o meno surrettizio, più o meno evidente. È la spiaggia di Mondello che, dopo cent’anni esatti (1909-2009) di concessione a una società a capitale parzialmente estero, deve pensare e ripensare alla propria identità, dandosi una qualche destinazione funzionale e simbolica. È il Santuario di Santa Rosalia a Monte Pellegrino, dove masse di immigrati esibiscono i loro pantheon politeisti, in cui la patrona della città trova pacifico posto accanto a dèi ben più antichi e parzialmente nomadi. È il prato del Foro Italico, unica operazione urbanistica progettata a monte, a partire comunque da pratiche non regolamentate, e nel continuo incubo di un nuovo degrado. È la recente apparizione dei grandi mall in periferia, che ridistribuiscono non solo la mappa degli esercizi commerciali ma anche i flussi e le forme della socialità. È la scommessa del web, che deve riuscire a indirizzare la potenza delle sue nuove tecnologie di comunicazione verso dei contenuti che non rinvanghino sempre e soltanto un neoetnicismo di ritorno, tanto più pericoloso quanto più si nasconde dietro le maschere di una critica sociale da senso comune blandamente mediatico.

 

Forse, la Palermo attuale ­– fra Pa3 e Pa4 – non è, e non ha, ancora un tessuto urbano, nel senso di un testo coerente e leggibile, ma soltanto un mosaico di zone felici senza alcun collegamento fra loro, ognuna delle quali dà adito a forme diverse di socializzazione, e con moltissime tessere mancanti: aree vuote e prive di significati, zone densissime ma senza identità, spazi aperti verso il nulla, forme di socializzazione degradate e violente che mal si mescolano con atteggiamenti regressivi e una cultura provinciale che dalle periferie e dai paesi dell’interno in abbandono si urbanizza come sa e come può.

 

A metà fra tendenze globali e logiche semiotiche sta certamente un fenomeno curioso. Contrariamente a quanto si dice e si pratica in altre zone del Nord d’Italia e d’Europa, la massiccia presenza di diverse etnie d’immigrati non sta portando a una perdita dell’identità locale ma a una sua ri-acquisizione, a una sua risemantizzazione, ma una sua ripresa forse per certi versi anche ironica. Ironia della storia. Laddove molte note tendenze federaliste o autonomiste che hanno la meglio nel Nord d’Italia, usano gli immigrati come forza lavoro ma non riconoscono loro alcun diritto civile e alcuno spazio funzionale e simbolico di sussistenza, a Palermo, e in molte altre zone della Sicilia a dir il vero, il regime di deregulation lascia a essi molta più autonomia. Sarà per una migliore tolleranza verso lo straniero che destini storici millenari avrebbero regalato alla psicologia locale, sarà – come molti pure sostengono – perché la debolezza politica è funzione del dominio mafioso sulla società, sarà per entrambe le cose insieme, in ogni caso è abbastanza palese come gli immigrati, a Palermo, siano portatori di identità etnica: non la loro, si badi, né una ibrida e bastarda, ma proprio l’identità palermitana, dinamica, cangiante, eteroclita, certo, ma pur sempre palermitana. A ridare identità a Palermo, fra Pa3 e Pa4, non sono né la grandeur da archistar né strategie da città creativa, né espansioni imperialistiche e globalizzanti né ritorni religiosi più o meno fondamentalisti. Sono gli immigrati.

 

Gli stranieri non hanno confuso le identità, fomandone una plurale, ma hanno fatto ritrovare ai palermitani la loro, ovviamente in modo diverso dal passato. A dirlo, a ripeterlo, a sbandierarlo, sono i luoghi di socializzazione della città, o quanto meno alcuni dei suoi siti e le pratiche che in essi, per essi, si svolgono. Lo dice il centro storico, i cui edifici barocchi e vicoli tortuosi hanno finalmente abbandonato le mitiche euforie tardo-gattopardesche per farsi alloggi, commerci e percorsi di etnie diverse, nel senso di portatrici di differenza, di molteplicità di valori, di pluralità di forme di vita. Grazie all’occupazione forzosa e fortunata del centro storico da parte degli stranieri non solo molti edifici, non più abbandonati, hanno meglio resistito al degrado, ma in generale tutta l’area ha sottolineato la sua abitabilità, il suo senso, la sua memoria. In esso, fra l’altro, stanno tornando a rifiorire i vecchi mercati arabi, che arabi sono tornati a essere per inconsapevole astuzia della storia. Ma lo dicono luoghi a prima vista meno sensibili come il Foro Italico e il suo prato, giardino in riva al mare che, usandolo come tale, gruppi diversi di immigrati hanno indirettamente designato come “normale” sito per la socializzazione e il tempo libero. Per non parlare di un’altra grande area verde cittadina come la Favorita, che grazie agli stranieri potrebbe progressivamente diventare non più oscuro e informe confine fra la città e la spiaggia, mèta di loschi affari e sport dilettanteschi, ma un vasto parco dove improvvisare picnic domenicali, far correre i bimbi, riunirsi con gli amici, giocare al pallone. E lo ripete a gran voce il Monte Pellegrino che la grossa comunità di Tamil sta trasformando da icona visiva della città in spazio frequentabile, luogo di culto soprattutto, restituendo all’ormai dimenticato Santuario di Santa Rosalia tutto il suo valore sacrale.

 

Così, per caso, ma forse per necessità storica e tendenza globale, l’intrusione degli immigrati nella società palermitana, nei suoi spazi urbani, nei suoi luoghi topici, è stata al tempo stesso un po’ meno e un po’ di più di un’agognata integrazione sociale. Di meno: perché il conflitto etnico permane, e nemmeno così surrettiziamente: come mostra per esempio l’assenza pressoché totale di stranieri da luoghi come la spiaggia di Mondello (da essi frequentata solo come luogo di lavoro saltuario e ambulante) o il centro cittadino di piazza Politeama (vissuta, soprattutto il sabato pomeriggio, ancora come spazio socializzante degli indigeni adolescenti). Ma anche di più: perché gli immigrati, a Palermo, non si sono limitati a imporre la loro presenza, esigendo una rinegoziazione degli spazi urbani, e, con essa, della identità cittadina locale. Diversamente, rivitalizzando determinati siti della città e rifacendone luoghi attivi di socialità, essi hanno ripreso le tradizioni, gli usi, i riti, i valori della città storica e hanno ridato loro un’importanza, un peso, un significato.

 

 

Questo articolo è apparso su Tam Tam Democratico



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