Giovanni De Luna. La Resistenza perfetta
Per raccontare ancora la storia della Resistenza

Come spiegare in breve ciò che accade nella storia italiana nei venti densissimi mesi tra il 1943 e il 1945? Come restituire la stratificazione di senso che assume quella vicenda complessa, che ha il suo prima nel fascismo e nella guerra e il suo dopo nella storia della Repubblica antifascista, di cui la Resistenza diviene anche mito fondativo e continua a essere il reagente della politica per settant'anni?

 

David Bidussa ha sintetizzato con efficacia il disagio attuale di chi si cimenta in questo discorso scrivendo che «il 25 aprile si conferma come una partita dove non c’è la storia, bensì l’uso politico del passato». Uscire dall'impasse che segna oggi la comunicazione dei valori della Resistenza, troppo spesso trasformata in monumento, oggetto antiquario o in storia scandalistica, è possibile se si torna a «raccontare i fatti», continua Bidussa, e «scavare negli atti, descrivere che cosa si fece, rintracciare i motivi e far emergere i sentimenti di chi agì», in altri termini «ricostruire storie».

 

Questo non significa accettare una moltiplicazione dei punti di vista in cui tutto diviene uguale a tutto, tale da parificare le posizioni storiche e pubbliche di chi ha lottato per la liberazione e chi per il totalitarismo. Esiste in tal senso un abisso tra il lavoro storiografico, tanto preciso ed equilibrato quanto poco noto, e la rappresentazione socialmente diffusa in tema di resistenza, che ne esce sfigurata, denigrata o eroicizzata a secondo dei casi. Una guerra civile di Claudio Pavone, uscito nel 1991 dopo decenni di elaborazione, è uno dei libri più importanti per comprendere la storia italiana proprio perché mostra come nella resistenza vi sia stata la compresenza di tre guerre concentriche: una guerra patriottica, una guerra civile antifascista, una guerra di classe e di emancipazione sociale, nel contesto dinamico per cui una minoranza attiva di resistenti si inserisce in un più ampio quadro sociale e comunitario.

 

Partigiani a Torino, in via Roma 28 o 29 aprile 1945. Foto Archivio Istituto piemontese per la storia della Resistenza

 

È sintomatico che un libro così importante, fuori dalla comunità degli studiosi, sia così poco letto e molto frainteso. E sia soprattutto sistematicamente ignorato da chi avrebbe potuto e dovuto farne tesoro per il suo significato pubblico e politico. Il lavoro di Pavone, per il quale si veda anche la recente raccolta di scritti relativa al dialogo con Norberto Bobbio (Sulla guerra civile, a cura di David Bidussa, Bollati Boringhieri, 2015, è il punto di partenza indispensabile per comprendere le scelte di uomini e donne nel contesto 1943-45, tanto nelle traiettorie individuali quanto in quelle collettive, agitate da spiazzamenti epocali e tensioni drammatiche; in particolare per far emergere la dimensione della moralità e della violenza, i due temi congiunti senza i quali non si esce dal disagio dell'imbalsamazione di un oggetto storico, buono per vacui discorsi ideologici o per critiche interessate e rancorose.

 

Le domande e le risposte sul senso, sulla necessità e sulla modalità di parlare ancora di resistenza animano il recente libro di Giovanni De Luna, La Resistenza perfetta (Feltrinelli, 2015), che si configura come la pagina più recente di una continua indagine dello storico torinese sulla storia e sulla memoria, sulla loro narrazione e sul loro uso pubblico, sullo stretto rapporto tra passato e presente. Scegliendo una felice forma narrativa ed esplicativa che vive del montaggio di documenti e di una documentazione bibliografica di rara precisione, De Luna illumina una storia paradigmatica su una scala che va ben oltre la dimensione locale e che è la storia «di chi andò in montagna e impugnò le armi per combattere contro i nazifascisti».

 

La resistenza perfetta si svolge in Piemonte, tra Barge e Bagnolo, dove tra il 1943 e il 1945 nel territorio occupato da tedeschi e fascisti repubblicani, le porte di un antico castello abitato da una famiglia cattolica e monarchica si aprono per supportare i partigiani comunisti del comando della Divisione Garibaldi Piemonte, in un'area che vede anche la presenza delle formazioni Giustizia e Libertà. Leletta d'Isola, la baronessa sedicenne già avviata sul cammino della fede, e Pompeo “Barbato” Colajanni, avvocato siciliano (nato nel 1906) e ufficiale a Pinerolo all'8 settembre, sono i due poli apparentemente lontani attorno a cui si muovono diversi attori, che, come in tutta l'Italia occupata, al netto delle profonde differenze hanno combattuto per gli stessi valori.

 

Nella sua tipicità il “modello Barge” spiega la resistenza nella sua fase aurorale a partire da elementi come l’incontro fra “militari” e “politici”; la presenza di soldati, meridionali o “estranei” all'ambiente montano; la precarietà della vita di banda, legata a relazioni personali, contingenze, reti sociali, pura casualità; l’improvvisazione di scelte che nascono come moti di risposta e autolegittimazione al caos e alla violenza, in quella che Pavone ha descritto come una «esperienza di disobbedienza di massa». Una disobbedienza che si fa responsabilità civile, capacità di ridare dei significati alle azioni e alle scelte dopo un ventennio di eterodirezione delle coscienze e di un apparato totalitario retorico e tronfio che aveva cancellato il senso stesso delle istituzioni.

 

Il comandante Barbato a Torino, 6 maggio 1945. Foto Archivio Istituto piemontese per la storia della Resistenza

 

Nel palazzo signorile di Bagnolo si “rovesciano” e si sovvertono la separazione, la gerarchia e la rigidità che il sistema fascista aveva imposto agli italiani e si realizza un laboratorio di democrazia come confronto e dialogo aperto, che come per tutta la resistenza non avviene senza contraddizioni, scontri e divergenze di natura umana, politica e organizzativa. De Luna scrive che in quel castello si «ebbe la sensazione di vivere giorni decisivi, animati dalla speranza di costruire un’Italia migliore. In quei giorni, preti e partigiani, monarchici e comunisti, soldati del Sud e ufficiali dell’aristocrazia sabauda travolsero antiche barriere ideologiche e sociali, superarono le ragioni di storiche “esclusioni”, dando vita a una realtà in cui tutto sembrava nitido e riconoscibile: il male stava nel passato, nei fascisti e nei nazisti che si ostinavano a perpetuarlo; il bene stava nel futuro che tutti insieme, per una volta compiutamente italiani, si voleva costruire».

 

Con grazia capace di scavalcare opposizioni teoriche o storiografiche De Luna delinea l'intrecciarsi di «spontaneità e organizzazione» per far emergere «il passaggio dalle esigue minoranze dell’antifascismo alle decine di migliaia di uomini mobilitati nella lotta partigiana; le diverse opzioni strategiche presentatesi nel dibattito tra le formazioni partigiane di diverso colore; il processo di impianto dei partiti politici che avrebbero fondato la nostra repubblica e che si legittimarono con le armi in pugno; il dispiegarsi dell’occupazione tedesca e le ragioni che portarono alla nascita della RSI». L'attenzione alla storia sociale ed economica del territorio montano svela anche l'estraneità del fascismo repubblicano alla vicende di quel territorio e del conflitto che emerge con la comunità (in modo simile da quanto mostrato nel contesto urbano e torinese da Nicola Adduci). Il volto del fascismo è quello di Natale Spirito Novena, comandante della Brigata Nera Ather Cappelli a Pinerolo, conosciuto per l'efferatezza e l'opportunismo, al quale sono attribuite circa duecento vittime: «l’odio che lo investì alla fine della guerra deriva proprio da questo essersi posto volontariamente fuori dalla comunità, di averne violato le regole non scritte, di aver approfittato della trebbiatura per cogliere gli uomini indifesi e allo scoperto, di aver rastrellato le borgate insinuandosi nelle famiglie, rivelandone i punti deboli, ricattandole sul piano degli affetti».

 

Di segno opposto, il prendere le armi e supportare la lotta armata emerge come scelta istintiva, ideale, disperata, rinnovata, talvolta casuale ma per nulla scontata, a cui si arriva attraverso vie differenti: la resistenza diventa il momento in cui tutti cercano «di dare il meglio di se stessi, politicamente e umanamente». A partire dal noto Diario di Leletta (Franco Angeli, 1994), e mostrando le azioni dei tanti personaggi che animano la resistenza nella zona, De Luna scrive di storia con la freschezza di un romanzo e realizza una non fiction che è anche un libro per molti: un antidoto contro la narrazione giornalistica dozzinale e scandalistica, fatta di stereotipi e luoghi comuni che è stata funzionale a quel revisionismo che, con grande forza dal ventennio berlusconiano, cerca di eliminare l’antifascismo e la Resistenza dalla carta costituzionale.

 

Il libro riequilibra inoltre il quadro della storiografia che negli ultimi decenni ha (giustamente) esplorato le tante dimensioni della “resistenza civile” (gli operai, le donne, i deportati, i giusti, gli IMI): «Si trattava di temi che andavano studiati, e quelle ricerche hanno contribuito ad ampliare la conoscenza di uno dei periodi più importanti della nostra storia. E tuttavia bisogna avere l’onestà intellettuale di riconoscere, oggi, che senza i partigiani in armi la “Resistenza civile” non avrebbe avuto ragione di esistere».

 

A distanza di settant'anni, il tema della violenza giusta e necessaria ritorna dunque al centro del discorso, sfidando l'interdetto che lo ha colpito nel discorso pubblico a causa della terribile stagione del terrorismo, della centralità assegnata alla status di vittima, della diffusa sensibilità post-totalitaria, di una de-politicizzazione che sa di bancarotta. Forse è proprio questo dato che segnerà il 70° anniversario della Resistenza: non è un caso che un altro recente libro importante sia Storie di Gap di Santo Peli, che affronta senza reticenze e in modo limpido il tema controverso dell'uso del terrorismo urbano contro l'occupazione tedesca e repubblichina.

 

Torino, Piazza Castello. Occupazione della prefettura, 27 aprile 1945 (data segnata sul retro dell’immagine). Foto Archivio Istituto piemontese per la storia della Resistenza

 

Il capitolo 7 de La Resistenza perfetta, «Un'ultima stagione di Guerra», allarga lo sguardo sul tema della violenza: affronta con rigore e senza censure la questione della “resa dei conti” a Torino e nelle aree limitrofe, situata nel suo contesto, e mostra le reazioni scomposte della folla cittadina e della popolazione contadina: un impasto di giustizia e vendetta in cui il partigianato appare più impegnato a limitare e controllare la violenza che non a esercitarla. È ingiusto giudicare quella violenza decenni dopo, senza avere ormai la minima percezione di cosa sia una guerra totale, di occupazione e di rappresaglia, da una situazione come quella della nostra stretta attualità, in cui la condizione di libertà (persino quella di sproloquiare sui social network) è garantita e mai minimamente conquistata. È un tema che emerge con forza nella biografia di Giorgio Agosti, magistrato e resistente, commissario politico regionale per GL e primo questore di Torino nominato dal Cln alla Liberazione, come racconta Paolo Borgna ne Il coraggio dei giorni grigi (Laterza). Ogni discorso sulla resistenza deve essere affrontato a partire dal nucleo della scelta di allora di sfidare apertamente tedeschi e fascisti con le armi. Il tema della violenza non può essere scisso a partire dal suo retroterra, il clima di guerra e le circostanze estreme, e dalle motivazioni e degli obiettivi di quella violenza, cioè il progetto di società futura che ne è alla base.

 

La Resistenza perfetta in questo senso parla a tutti quelli che vengono dopo, a partire dall'unità di intenti tra i suoi stessi protagonisti che si allenta all'indomani del referendum del 1946 e della Repubblica che nasce, delle strade che divergono e delle traiettorie, umane e politiche, che si allontanano, quando alle persone e alle idee incominciano a sostituirsi gli schieramenti. «Vincitori e vinti si guardavano reciprocamente attraverso una linea di confine incerta e contraddittoria; i partigiani, teoricamente i vincitori, si riferivano agli esiti della loro lotta con il disincanto trasmessoci da Nuto Revelli e faticavano a riconoscersi nell’Italia venuta dopo il fascismo; i fascisti, gli sconfitti, non ci misero molto a ritrovare la baldanza di chi, oltre a essere sopravvissuto alla catastrofe delle proprie idee, si appresta a rilanciarle e a riproporle nel contesto inopinatamente favorevole dell’Italia nata dalla propria sconfitta».

 

Questo libro, a noi che viviamo nella posterità e che soffriamo di memoria, insegna che settant'anni fa la resistenza è stata qualcosa di inedito e speciale, la promessa di un paese che avrebbe potuto essere e non è mai stato.



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