Dovunque vado (ufficio postale, autobus, metropolitana, stazione ferroviaria, anticamera del medico, aeroporto, negozio di alimentari) e dovunque ci sia un’attesa, tutti hanno il cellulare in mano; sguardo rivolto al visore dello smartphone, pagina Facebook aperta i trenta quarantenni, o digitando a raffica in Wathsapp i ventenni (il crepitio adesso sul treno nel sedile di fronte: una ragazza). Nessuno, o quasi, legge un giornale o un libro, oppure guarda in giro, osserva il paesaggio o gli altri intorno a sé. Quello che mi colpisce non è però l’essere altrove di tutti, collegati ad altri che sono là, ma l’ansia verso lo spreco del tempo, un bene di cui siamo avarissimi, e che tuttavia ci manca sempre. Una cosa che mi riguarda. Per avere cura di me (e cultura-di-me), l’unica cosa che posso, e debbo fare, è perdere tempo. Un’attività difficilissima, quasi impossibile. Ci voglio provare. Senza misurare il tempo perso (altrimenti non sarebbe perso: cioè che non si può contare).



  • Norman Rockwell, Maternità, Sala d'attesa, 1946
    Norman Rockwell, Maternità, Sala d'attesa, 1946
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