Scicli è la più bella delle città del mondo

Da qualche tempo mi capita, arrivando in un posto nuovo, di trovarci molto di conosciuto. Non si tratta esattamente dell'impressione di aver visto il posto, e quindi di ritornarci, quanto piuttosto del fatto, mentre lo vedo e lo attraverso, che alla novità del paesaggio si sovrappongono fotogrammi di altrove, angoli di strade, dettagli di palazzi, insegne di bar, salite e discese per cui il corpo è già passato, in un tempo e luogo che quasi mai è possibile definire. Presumo che dopo qualche anno la memoria dei luoghi tenda a confondersi e a mescolare dettagli; è per questo che arrivando a Scicli per la prima volta non è stata una sorpresa riconoscere nelle sue vie e nella sua conformazione fisica – tutta stretta tra montagne e chiese, con salite che portano ad altre chiese e ad altre montagne – caratteristiche di Ronda, un paesino andaluso altissimo e bianco in cui sono stata anni fa.

 

Mentre camminavo per la prima volta a Scicli pensavo che la città era anche Malaga, Ragusa, Noto, Mazara del Vallo, Palermo, come se la città in cui ero ne contenesse in sé innumerevoli altre, forse per una singolare malìa del paesaggio sull'immaginazione. “Le immagini si sviluppano a scatola cinese, da altre che le contengono”, diceva infatti Vittorini, consapevole della capacità della Sicilia di produrre immagini-mondo. È per scherzo serissimo forse – o per depistare la poco ironica censura fascista – che della sua Conversazione Vittorini dice che solo per caso è ambientata in Sicilia, ma che lo sfondo avrebbe potuto essere la Persia, o il Venezuela, tanto universale era la storia.

 

Scicli è la più bella delle città del mondo, Vittorini lo dice già nelle prime pagine delle Città del mondo. È la prima città incontrata dai pastori che vagano per la Sicilia a vendere formaggi, ma è anche la città in cui il padre e il figlio non si fermano, nonostante il figlio desideri vederla e imputi al padre non solo di fare sempre di testa sua, ma anche di non volersi mai fermare, per motivi misteriosi, nelle città belle. Questa città solo immaginata dev'essere per forza anche felice: “Figurati in questa città che è la più bella del mondo la bella gente che vi deve abitare. I bei padri che qui devono avere tutti i figli. I bei nonni con barba bianca che devono avere. E le belle mamme che devono avere. Le sorelle. Le zie. Le cugine. Le mamme...”. La città è anche mamma, ma una mamma strana, vagamente oscura. Nella chiesa di San Giovanni è dipinto un Cristo dalla pelle nera con una gonna bianca, lunga e un uovo in basso, come se avesse appena partorito.

 

Appena fuori dal centro abitato è pieno di grotte che rimasero abitate fino agli anni '50, cioè fino a quando una delegazione del Partito Comunista, guidata da Pasolini, non arrivò e chiese – e ottenne – di sgomberarle. Centinaia di persone vennero spostate altrove, ma ancora oggi è possibile visitarne una, conservata da un abitante del posto all'incirca come doveva apparire ai primi del Novecento: il soffitto annerito dai fumi del forno, gli attrezzi agricoli, i materassi di paglia, i vasi da notte (“uno per il bisogno grosso, l'altro per il bisogno piccolo”), la culla sospesa sopra il letto dei genitori, la scala di legno per far salire le ragazze sulla parte superiore del letto. Nella grotta non fa caldo, ma non c'è aria, e il fatto di trovarsi in una vera e propria capsula temporale dopo qualche minuto dà letteralmente le vertigini.

 

Ferdinando Scianna, Capizzi, 1982Ferdinando Scianna, Capizzi, 1982

 

Mai come a Scicli e a Noto sono stata preda di quelli che negli Anelli di Saturno Sebald chiama “i fantasmi della ripetizione”: “Benché molto spesso mi dica che coincidenze simili sono molto più frequenti di quanto ci si possa immaginare, perché tutti noi, uno dopo l'altro, ci muoviamo lungo le strade già segnate dalle nostre origini e dalle nostre speranze, ciò nondimeno mi ritrovo incapace di contrastare con il raziocinio i fantasmi della ripetizione che sempre più spesso mi si materializzano davanti”. Non credo che i fantasmi della ripetizione accorrano solo per gli innegabili simboli di cui ai miei occhi è popolata la Sicilia orientale: le stratificazioni del paesaggio, in cui il fianco di una montagna su cui si vedono chiaramente i buchi di una necropoli lascia il posto a case ancora in forma di scheletri, a cantieri a cielo aperto, le uova con due tuorli trovate nella grotta di Scicli (“le galline non li fanno più”), le persone che ti dicono le cose due volte (“la prima è per capire di che tempra sei fatto, la seconda per risponderti veramente”, dice Stefano): ogni cosa qui è reale due volte, dice Vittorini. Ogni cosa significa molte cose.

 

I fantasmi della ripetizione accorrono nei luoghi che hanno lasciato tracce profonde sull'immaginazione, e quindi a Noto, visitata nel 2007 insieme ad Andrea. Era una Pasqua piena di sole, e Noto portava ancora chiaramente i segni del terremoto; Andrea aveva voluto visitarla non solo per interesse da viaggiatore, ma anche per verificare quanto l'immagine di Noto per come appare nel film di Antonioni L'avventura fosse sovrapponibile alla Noto reale. Per questo eravamo saliti sul campanile della cattedrale, in cima al quale Monica Vitti dice a Gabriele Ferzetti: “Tu potresti fare grandi cose, se solo lo volessi”. In basso, era chiaramente riconoscibile la spianata su cui si svolge un'altra scena-chiave dell'Avventura, quella in cui Ferzetti passando davanti al banchetto di un artista di strada rovescia come per sbaglio la china sul suo disegno, rovinandolo.

 

Andrea era venuto a Noto soprattutto per inseguire un suo fantasma di goffaggine esistenziale; più che per averne la conferma, per trovarlo, per localizzarlo geograficamente. Torno a Noto nel 2014 con Stefano, e quel fantasma è ancora lì, sulla stessa spianata, che però adesso è restaurata e ripulita, mentre la cattedrale è spoglia e sulla via principale si agita una Noto commerciale e scioccamente turistica: brutti negozi di souvenir, radio ad altissimo volume nelle piazze, bruttezza. Mi fermo un attimo sul luogo dove Ferzetti rovinò il disegno e poi salgo con Stefano verso la parte alta della città.



  • Ferdinando Scianna, Scicli, 1976
    Ferdinando Scianna, Scicli, 1976
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