Sul deserto delle nostre strade (Pigneto)

La notte che ha preceduto il giorno del mio giro al Pigneto mi è venuto qualche pensiero, perché il giro al Pigneto avevo deciso di non volerlo fare, perché del Pigneto non si può più scrivere né se ne può parlare, il Pigneto è come uno che gli è venuto un esaurimento nervoso e non sai mai come ti si presenterà all’appuntamento. È un problema che a me pare complicatissimo ma che tuttavia mi tocca affrontare se ho questa pretesa di mappare i quartieri di Roma. 

 

Io ci vado spesso al Pigneto, ci vado la sera, come più o meno tutti, ne ho perciò una visione non già astratta, bensì pragmatica, ma comunque vagamente allucinata. È di questa morfina che devo sgombrare la mente. Perciò ho chiesto a N. di accompagnarmi, le ho detto: “Scegli un giorno un po’ meno sfavorevole”, e lei ha scelto un venerdì, le ho chiesto di supplire alle manchevolezze della cronaca e del costume e di mostrarmi il quartiere nella sua versione metafisica, ossia al mattino, e lei mi ha scritto: “Io purtroppo devo consegnare un pezzo entro la giornata, quindi non ho moltissimo tempo. Però sarebbe bello se venissi presto, appena lasciato tuo figlio a scuola. Insomma, alle nove”. 

N. abita al Pigneto da dieci anni, però mi dice che se ne vuole andare, mi dice che preferirebbe vivere in altri quartieri di Roma, accenna a una sua infatuazione per via Merulana, a certe strade intorno alla stazione Termini sul lato dell’Esquilino. Sia io che N. siamo alle prese con la lettura delle Lettere alle amiche di Céline. Sono arrivato al capitolo che riporta la corrispondenza con N., insegnante di ginnastica austriaca, con cui la N. del Pigneto nei giorni passati ha rinvenuto delle azzardatissime assonanze, al punto da esserle sembrato che Céline, negli sfasamenti del tempo, si rivolgesse a lei stessa. E così, continuando in questo gioco, prima di scendere dalla macchina ho letto l’epistola numero quaranta dell’edizione Adelphi che inizia così: “Cara N., trovo che lei sia cattiva a non voler avere un legame sentimentale con questo interessantissimo innamorato” – dove Céline inequivocabilmente rimprovera la N. del presente di snobbare il Pigneto.

 

 

Ci vediamo in un bar che ha aperto da poco a circonvallazione Casilina, arredi di gusto anni Cinquanta, vetrate con tendine di pizzo ricamate a mano, una deliziosa luce azzurrina. Mi siedo su uno sgabello e sorbisco il caffè, mentre N. è sul divanetto accanto che mi spiega il passato di queste quattro mura, tutti i commerci che vi si sono succeduti negli anni, il rimescolio continuo della città contro la stasi perenne della mia natura. Non faccio mai colazione dopo le nove, di solito a quest’ora sono già da un pezzo in ufficio, ma ho preso un giorno di ferie, e il tempo si è così rimescolato rispetto alle mie consuetudini che provo un vago senso di liberazione. Mentre venivo all’appuntamento sono passato di fronte alla scuola elementare che si erge davanti alla nuova fermata della metropolitana, la scuola è intitolata a Enrico Toti, e quella era l’ora dell’arrivo degli scolari. Mi sono seduto per qualche minuto al lato della strada, a guardare le madri che arrivavano alla spicciolata, parcheggiavano le loro piccole utilitarie scassate, facevano scendere i figli, li spingevano verso il cancello della scuola e poi restavano a osservarli da lontano per accertarsi che entrassero nel grosso edificio color albicocca, le madri guardavano i figli e io guardavo le madri, con quelle loro arie appagate, con quelle loro espressioni che tacevano negli occhi un inconfessabile senso di scioglimento, per averla sfangata anche oggi sul limite della campanella, in queste loro giornate telecomandate, in questo loro sforzo perpetuo per tenere in un minimo d’ordine le cianfrusaglie della vita. 

 

Di questo però non parlo con N., in verità non parlo proprio con N., lascio che sia lei a parlare. Ci avviamo verso l’isola pedonale, e lei mi indica gli archi dell’Acquedotto Felice, i graffiti nel vallo ferroviario, un paio di lucchetti arrugginiti attaccati alla grata del ponticello (mi viene da dire “ponticello Milvio” ma taccio per pudore). Passiamo per via Macerata, davanti al cinema Avorio. N. mi racconta la storia delle sale cinematografiche del Pigneto, tutte chiuse, qualcuna riconvertita a spazio polivalente, definizione che ne certifica tutti i fallimenti passati e futuri. Via Macerata è una sequenza ininterrotta di serrande abbassate e annunci di case in vendita. Mi spiega che questa è l’unica ora del giorno in cui si può passare di qua prima che vi si insedino gli spacciatori; un’ora felice quindi. Tutto ciò che immagino della vita giornaliera che anima questa strada va ad accumularsi in un’immagine senza dimensioni, un’idea oscura. Del resto, devo ammetterlo, l’attrattiva più perniciosa di queste strade è appunto la mancanza di dimensioni, dimensioni anche morali, che sarebbe fuori posto pretendere di capirci qualcosa, di farsi in pochi minuti una qualsiasi idea o conoscenza o anche solo comprensione del fenomeno criminoso, o del lasciarsi vivere un giorno dopo l’altro nella specie di bohème radicale – così straraccontata da averne pieni i coglioni – che si pratica da queste parti. 

 

 

Usciamo sul piazzale Prenestino. Mentre N. compra il giornale all’edicola, io mi fermo a guardare due o tre palazzi bellissimi in stile umbertino sfregiati dal passaggio della sopraelevata della Tangenziale Est. Indico a N. quell’orrore e le spiego che i progettisti del Novecento sono i veri responsabili del casino infernale che abbiamo nella testa. Dico a N. che i progettisti del Novecento andrebbero perseguiti dalla legge per istigazione all’autolesionismo, a loro andrebbero imputate le spese per i nostri psicofarmaci, per le sedute psicoterapiche, per i malanni derivati dallo sfinimento mentale, dico a N. che la Roma del Novecento è stata eretta da una cricca di stronzi sadici, un esercito di piccoli Mengele che in nome del funzionalismo hanno sterminato la bellezza. Poi, finito lo sproloquio, risaliamo lungo via l’Aquila fino a piazza del Pigneto, il vertice del triangolo che dà forma al quartiere. Ci aggiriamo un po’ tra i banchi del mercato. N. mi mostra il bar e la torrefazione Sciubba, mi dice di tenere a mente questo nome, immagino che abbia da raccontarmi qualche aneddoto sul caffè, cosicché con voce calma e speranzosa le chiedo: “Perché?”, e lei, semplicemente e senza batter ciglio: “Perché è buono”.

 

N. conosce tutti i banchisti del mercato, me li indica uno a uno, li chiama per nome, fa delle considerazioni sullo scorrere del tempo, ha un’aria assente, sognatrice, passa interi minuti pensando a questi commercianti, adora occuparsi delle loro vite, si dedica a classificare le loro esistenze con lo zelo del collezionista di storie, e questa è una materia prima che non manca al Pigneto. Mi invita a fare un giro nella biblioteca comunale. È intitolata a Goffredo Mameli. Non pretendo di credere che la vita di chi è addetto a scegliere i personaggi a cui intitolare le biblioteche sia allegra né interessante, questo non ha importanza, non c’entra con questa storia né con questo quartiere. Tuttavia mi chiedo da quale forma di irrigidente sterilità mentale sia affetta la fantasia di chi ha scelto di intitolare questa biblioteca a Goffredo Mameli, con tanti uomini e donne a cui sarebbe stato più utile intitolare la biblioteca, con tanta gente passata per questo porco mondo con pieno merito e a cui questo porco mondo non ha riservato un frantume di riconoscenza. Ma per le fondazioni statali la trippa risorgimentale è ancora calda. Questa cosa di Goffredo Mameli la penso io, ma in realtà la pensa anche N. Così passiamo per un lungo cortile, circondato da un edificio rosa a ferro di cavallo, sormontato da due file di lampade che inquadrano un rettangolo di cielo azzurro pulito come un ghiacciolo. Visitiamo la sala di lettura dei quotidiani, una stanzina ben illuminata in cui incontriamo quattro o cinque tizi non ancora del tutto anziani, con facce oziose da vagabondi e avambracci coperti di vecchi tatuaggi sbiaditi che stringono lembi di giornale con le dita dalle unghie rosicchiate, azzurrognole, e che paiono perfettamente a loro agio, mentre io avanzo stralunato fingendo di interessarmi a ogni dorso di copertina. Poi gironzoliamo ancora un po’ per le sale della biblioteca, prima di uscire all’aperto in un giardinetto con delle sediole di plastica su cui oziano un paio di ragazzi con le loro conseguenti sigarette.

 

 

Terminato il giro della biblioteca, riprendiamo a perlustrare le strade del quartiere. Riattraversiamo il ponticello e puntiamo verso via Fortebraccio. N. mi indica una finestra al primo piano, dice che da lì ogni giorno un’anziana s’affaccia per avvisare i passanti di quanto il mondo le faccia schifo. A me sembra un’ottima scorciatoia, economicissima e opportuna, molto più di quanto non sia, per esempio, tutto questo nostro affannarci intorno alle cose della letteratura, la quale, tutto sommato, non fa niente di diverso da quello, ossia non fa che rigurgitare irritazione, perciò eleggo a letteratura tutte le parolacce disperate che all’anziana gonfiano ogni giorno la gola. Anziano per anziano, poco lontano dal circolo PD c’è un vecchio appollaiato su un gradino che blatera: “Stateve zitti che ve conviene, de Mussolini ce ne vorrebbero tre”. Il torto maggiore del vecchio è che interrompe la mia dotta disquisizione sugli acquedotti di Roma, nella quale sostengo la tesi secondo cui i romani nutrono un fiero disinteresse per gli acquedotti, maestose creature architettoniche che al contrario suscitano nei forestieri una sorta di attonita meraviglia, con quei loro solenni archi che imitano il guizzo saltellante dell’acqua. 

 

Ci avviamo verso la zona dei villini. Dico a N.: “Voglio fare l’impresa, scrivere del Pigneto senza nominare Pasolini”, poiché Pasolini, come ho già scritto altrove, a Roma è come il prezzemolo; lo trovi dappertutto, figuriamoci al Pigneto. Quand’ecco che dalla parete laterale d’un terrazzino mi sogguarda l’occhio enorme del poeta ritratto in bianco e nero. Il murale è opera di Mauro Pallotta aka Maupal e prende il titolo da una dichiarazione di Pasolini sul mistero della visione: L’occhio è l’unico che può accorgersi della bellezza. Dichiarazione che si chiudeva con: […] sul deserto delle nostre strade Lei [la bellezza] passa, rompendo il finito limite e riempiendo i nostri occhi di infinito desiderio. L’eco degli schiaffi che mi rifila il fantasma di Pasolini risuona intenso nel minuscolo spazio della via, come il rombo d’un piccolo tuono. La zona dei villini dei ferrovieri è stata costruita negli anni Venti del Novecento, palazzetti di due piani in stile liberty in colori che mi ricordano un ghiotto scaffale di confetture. È bello passeggiare nel mattino fra queste stradine irrorate di sole, c’è una quiete che non lascia immaginare il caos di Roma, è come scaricare la paura uscendo dal corpo in un momento di dolore. Osserviamo i piccoli giardini, c’è sempre una pianta di limoni che emerge in una macchia di prato. N. viene spesso a passeggiare tra queste stradelle, dice che però in quei giardini non scorge mai nessuno, è come se la vita delle famiglie che vi abitano non si svolgesse mai su quelle piccole piane erbose, tra le siepi di sempreverdi, intorno ai tavolinetti in ferro color talpa. Dacché, ne deduciamo, Roma mal si concilia con i giardini privati; Roma è più incline alle terrazze.

 

“Se ti conosco un po’, continuerai a passeggiare per il quartiere anche dopo che ci siamo salutati”, mi fa N. un attimo prima di riprendere la strada di casa. E in effetti mi appresto a dare un’ultima occhiata per le vie del Pigneto. Ammiro il silenzio e la quiete del mattino di febbraio, il pulsare del mio respiro che produce un lieve fruscio nell’aria, come quello che fa il vento quando fa rotolare una busta di plastica sul bordo di un marciapiede. Mi passa accanto una vecchietta che sospinge una carrozzina, la guardo per un istante, ha gli occhi appiccicosi e la voce tremolante e sottile, la ninna nanna che canta al bambino fa: “E tira tira vento… e tira tira vento…”

 

Tutte le fotografie sono di Andrea Pomella.



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