Found photos in Detroit
Intervista a Arianna Arcara e Luca Santese

Daniele De Luigi: Found photos in Detroit è un libro che lascia attoniti. Scabro e crudo, fin dal titolo è volutamente laconico e didascalico: pagina dopo pagina non vi si trova altro da quanto dichiarato nelle quattro righe introduttive, un catalogo di vecchie fotografie buttate via, poi ritrovate, raccolte, selezionate e fedelmente riprodotte. Detroit era cresciuta elegante e raffinata a partire dalla fine dell’Ottocento, poi divenuta capitale mondiale dell’industria automobilistica con Henry Ford e focolaio delle battaglie per la democrazia e l’uguaglianza nel Dopoguerra. Dagli anni Sessanta ha vissuto un declino inesorabile e drammatico: la popolazione, che dopo la Guerra contava quasi due milioni di abitanti, era scesa alla fine del decennio scorso a settecentomila, con tassi record di povertà, disoccupazione e criminalità. Gran parte delle case e dei palazzi oggi giacciono disabitati e fatiscenti, conferendo ad ampie aree della città un fascino lugubre e inquietante. Le fotografie, precisate, le avete raccolte per strada e cerco di immaginare questa desolazione. Se Detroit rappresenta il paradigma della fine di una civiltà, forse potremmo azzardare un parallelo tra la vostra ricerca e quella di un archeologo.

 

Arianna Arcara e Luca Santese: Il progetto nasce nel 2009 dall’intenzione di realizzare un reportage sulla città di Detroit, come simbolo della crisi economica americana. Mentre giravamo per la città abbiamo iniziato a trovare questi documenti fuori da luoghi abbandonati. Le prime foto trovate sono state un gruppo di polaroid, probabilmente foto segnaletiche. Appena trovate le prime fotografie ci siamo resi conto della potenza che avevano questi documenti.

Se avessimo realizzato un classico reportage avremmo avuto delle immagini della città (come già altri hanno ben fatto) ma soprattutto avremmo fatto un lavoro sul post crisi: una sorta di Aftermath della città. Il fatto di aver trovato ed utilizzato immagini d’archivio risalenti agli anni 60/70 fino agli anni 90 - pieno periodo di decadenza economica della città - ci dava la possibilità di vedere la crisi dall’interno, durante e non successivamente.

Le immagini rinvenute sono circa 1500. È nelle vicinanze di edifici abbandonati (scuole, chiese, fabbriche, case, stazioni di polizia) che abbiamo rinvenuto gran parte dell’archivio.

Il progetto non vuole essere una descrizione della storia della città di Detroit ma un archivio di foto trovate.

 

 

DDL: In Sunset Park, un romanzo di Paul Auster ambientato a New York, Miles Heller visita case abbandonate dai propri abitanti a causa della crisi economica e fotografa le cose che essi hanno lasciato indietro andando via. Ho trovato un’analogia con ciò che avete fatto, tuttavia lui si appropria meticolosamente di oggetti tramite la fotografia. Voi vi appropriate di fotografie come oggetti.

 

AA-LS: Consideriamo molto importante il fatto che queste immagini siano innanzitutto oggetti fisici, stampe. È chiaro come questo metta in evidenza il decadimento stesso di ciò che rappresentano, dato il loro stato di degrado dovuto all’abbandono, ma ancora più importante forse, a nostro avviso, è il fatto che queste foto nascono nel periodo che ha preceduto l’avvento del digitale. Noi abbiamo trovato delle stampe. Chi in futuro compirà operazioni simili si ritroverà a riparare vecchi hard disk abbandonati così da recuperarne i file.

 

 

DDL: Mi viene in mente un altro parallelo con Sunset Park. il protagonista dichiara di assumersi “il compito di documentare le ultime tracce residue di quelle vite sperse”. La sua è una visione nostalgica, c’è un desiderio di rendere omaggio alle esistenze di singoli individui ignoti. Nel vostro lavoro vedo prevalere il caos di un dramma collettivo.

 

AA-LS: Possiamo dire, forse esagerando, che noi ci siamo “assunti il compito” di rinunciare a noi stessi in quanto autori visibili. Crediamo che una delle scelte che oggi ci premia, visti i riconoscimenti che il libro sta ottenendo, sia stata quella di metterci da parte, di fare spazio solo a questi documenti. Abbiamo strutturato il progetto a fondo in modo che si perdesse quasi la percezione stessa della struttura e, di conseguenza, dei suoi architetti.

 

 

DDL: Mi sembra evidente che l’anonimato è una delle chiavi interpretative della vostra operazione. Dalle vostre parole è chiaro che vi siete inseriti consapevolmente in un filone importante che attraversa la storia della fotografia da Walker Evans e August Sander lungo tutto il Novecento, in cui un elemento decisivo del progetto artistico è il lavoro invisibile di selezione e soprattutto di creazione della sequenza e degli accostamenti. Più precisamente in che modo avete proceduto?

 

AA-LS: Alla raccolta di più di mille immagini durante due mesi di lavoro a Detroit, è seguito circa un anno di lavoro in studio. Questa operazione è consistita essenzialmente nel “setaccio” dei documenti. Selezionato circa un quarto delle immagini - seguendo criteri che essenzialmente rimandano alla nostra identità di fotografi - abbiamo ordinato minuziosamente le sequenze che ne sono derivate. Quando ad esempio ci siamo trovati davanti ad una sequenza di un omicidio in un’abitazione, abbiamo seguito il percorso del fotografo dall’esterno della casa fino al suo interno dove è avvenuto l’omicidio. Una operazione senza velleità estetiche, mirata unicamente ad ordinare le fotografie come erano state realizzate. Più che altro archeologia, in effetti.

 

 

DDL: Tra gli aspetti che più mi hanno colpito dell’impaginazione c’è la griglia di car crashes che rimandano quasi inevitabilmente a Warhol, ma anche le immagini di stanze distrutte che mi hanno fatto pensare a Jeff Wall.

 

AA-LS: Non so se sono queste fotografie a ricordare Andy Warhol e Jeff Wall o l’opposto. Le immagini della sequenza dell’incidente, come quelle delle stanze distrutte, credo possano essere considerate una delle fonti delle estetiche che hanno caratterizzato Warhol e Wall. Speriamo di non ripeterci affermando che le fotografie di Found photos in Detroit crediamo contengano un’estetica di per sé purificata, quella che un artista raggiunge scardinando se stesso nel corso della sua vita. Qui l’artefice, nei termini di una volontà che cerca di purificare il proprio linguaggio per renderlo una rappresentazione di estrema semplicità ed inesauribile contenuto, è assente. Senza cadere in giochi di parole direi che è la stessa presenza di questa assenza a rendere queste fotografie cosi purificate dalle strutture, quello che persiste è la funzione.

 

 

DDL: Sono rimasto molto affascinato anche dal bambino a cui avete dedicato diverse piene pagine nella parte centrale del volume, con il suo sguardo in bilico tra ingenuità infantile e consapevolezza adulta

 

AA-LS: Il bambino sono in realtà due bambini in sequenza. Il largo spazio che gli abbiamo dedicato nel libro è essenzialmente dovuto alla forza che abbiamo riconosciuto a queste immagini. Quella purezza di cui parlavamo precedentemente qui crediamo raggiunga un altissimo livello. Se ci figuriamo il poliziotto fotografo che scatta queste immagini, vediamo un uomo che impugna un hasselblad ed un flash e il più velocemente possibile scatta le immagini per fissare i lividi che il bambino mostra, unica cosa importante ai fini dell’indagine. Quello di cui tu ti accorgi, lo sguardo tra ingenuità infantile e consapevolezza adulta, è qualcosa che il fotografo non ha preso in considerazione, come le estetiche derivanti dall’uso del flash e del medioformato. Ancora una volta l’arte-fice, l’artista risulta assente: per questo motivo così potentemente purificato ne risulta il linguaggio.

 

 

DDL: Questa pratica di appropriazione e risignificazione dell’immagine, che ha una lunga storia nelle arti visive ma è divenuta assai diffusa in anni recenti (anche se solitamente seguita da una manipolazione), ha a che fare soprattutto con la memoria e la possibilità di rievocare e ripensare il passato. In questo caso invece siamo di fronte al disfacimento dell’immagine, a una damnatio autoprodottasi con effetti sconcertanti: le fotografie si sono tramutate da sole in immagini che talvolta evocano tutta un’arte del Novecento - da Kokoschka a Bacon, all’espressionismo astratto - che ha esplorato la profondità dell’animo umano e la sua crisi di identità. Se per la fotografia si è parlato di inconscio tecnologico, qui verrebbe quasi da invocare un inconscio chimico.

 

AA-LS: Dici bene quando parli di evocazione riferendoti a Kokoschka e a Bacon, ma crediamo solo in termini di superficie dell’immagine, legati ad una sensazione illogica da “colpo di fulmine”. In Bacon la sensazione è logica, voluta e costruita ad arte, con una stratificazione di rimandi a cui non credo ci si possa paragonare. Noi, come tu invochi acutamente, non possiamo che fermarci all’inconscio chimico. Quello che facciamo non é creato ma indicato e questo non sminuisce l’operazione artistica: la snellisce.

Dicono un piccolo dito possa indicare una grande verità. Riguardo alle fotografie in particolare, a quello che ci hanno trasmesso ritrovandole, possiamo dire che l’eccitazione e l’entusiasmo erano alti. Eravamo alla ricerca di una via per raccontare quel luogo e, in qualche modo, ci si è auto-palesata in forma fisica: in principio un gruppetto di polaroid infangate. Oggi crediamo di aver dato forma ad un documento del quale auspichiamo venga riconosciuta la valenza storica e di testimonianza che questo materiale merita.

 

 

DDL: Tornando per chiudere a Detroit, la sua situazione è tuttora drammatica e molti la sfruttano da diverse parti come emblema di un fallimento sociale e politico. Una testimonianza è nel film documentario Detropia, premiato al Sundance Film Festival, in cui c’è però anche una speranza, i cittadini cercano di reinventare un’identità della città. Se effettivamente il vostro lavoro non racconta il presente e non è nemmeno una storia della città, perché parziale e soggetta alla casualità, tuttavia non c’è dubbio che dai detriti, dagli scarti emerga sempre un ritratto di chi li ha prodotti. In questo senso il vostro lavoro, dominato da violenza, vite spezzate e sogni infranti, è un drammatico affresco allegorico che però ha anche un forte sapore politico, e forse non manca di lanciare un messaggio ai contemporanei.

 

AA-LS: Possiamo dire che concordiamo con quello che dici: Found Photos in Detroit sicuramente è una fetta della storia di Detroit che può far riflettere sì sulla politica ma anche sulla tematica interrazziale, che è molto legata alla città stessa. Quello che ci piace di questo progetto è come possa aprire diversi dialoghi sia a livello fotografico che sociologico.



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