Fred Ritchin. Dopo la fotografia

Forse la maggior parte di noi non se n’è neppure accorta: stiamo emigrando. Dal vecchio mondo analogico, fondato sulla visione oculare, su una scansione temporale che procede dal passato verso il futuro, su una forma di comunità come relazione nella prossimità spaziale, a un mondo digitale in cui i sensi tendono a svilupparsi in contemporanea, in cui il presente è la condizione prevalente e dove le comunità umane si formano, e si sciolgono, in tempi e spazi che non sono più contigui.

Una rivoluzione invisibile per cui vale il detto di Marshall McLuhan fatto proprio da David Foster Wallace: “una cosa di cui i pesci non sanno assolutamente niente è l’acqua”. Insomma, come pesci che ignorano l’acqua, stiamo reinventando noi stessi. Ce lo dice Fred Ritchin, docente alla New York University, direttore di Pixel Press, in un libro, Dopo la fotografia (Einaudi, pp.220, € 25), che è molto di più che un libro su una pratica visiva.

 

Eravamo rimasti, qualche tempo fa, alla discussione intorno alle fotografie scattate con la macchina digitale, basate sui pixel: sono o no fotografie, rispetto al tradizionale procedimento fisico-chimico, che partiva dalla pellicola per transitare dalla camera oscura con liquidi di sviluppo? Una discussione che oggi, dopo il Web 2.0, sembra abbondantemente superata, spiega Richtin. In che modo? Attraverso quella che l’autore chiama l’iperfotografia.

 

La fotografia digitale non si fonda, come quella analogica, su una registrazione iniziale statica, bensì sulla creazione di documenti discreti, linkabili, trasmettibili, ricontestualizzabili, ricreabili.

Facciamo un esempio. La celebre fotografia di Eddie Adams, del 1968, che ritrae un generale sudvietnamita mentre uccide a sangue freddo un Vietcong; una delle più impressionanti immagini del conflitto, che modificò l’orientamento dell’opinione pubblica in America. Oggi questa immagine farebbe parte dei “wiki” nel web: cliccando sull’immagine verrebbero fuori altre immagini, testi, spiegazioni, commenti, insomma apprenderemmo molte cose su quel generale, compreso che aveva una pizzeria in Virginia, e anche sull’uomo che ha ucciso, una sorta di croundsourcing dell’immagine, che non permette più a una fotografia di stare da sola, isolata, fuori da un contesto che è creato da mille altre immagini e rinvii, anche testuali. Il digitale non uccide la tradizionale ambiguità della fotografia; al contrario, offre molte altre possibilità di contestualizzazione dell’immagine stessa. Detto altrimenti, siamo in presenza di meta-immagini, il che compensa l’aspetto istantaneo dello scatto con il digitale, così che possiamo pensare alla fotografia come a una porzione di schermo.

 

 

L’idea di Cartier-Bresson del “momento decisivo”, come selezione di un continuum in movimento (ricordiamo tutti l’immagine dell’uomo che salta la pozzanghera ed è sospeso a metà del “volo”), non ha più senso. Con il digitale il senso del tempo diventa più elastico, futuro e passato s’intrecciano, così da essere importanti tanto quanto il presente. Nel contempo la fotografia viene incorporata in altri strumenti oltre la macchina stessa, il telefono digitale, in primis, e in futuro anche oggetti di casa come il frigorifero, le pareti domestiche e i tavoli; e poi la nostra stessa pelle. In questa prospettiva, spiega Ritchin, la fotografia diventa uno strumento per anticipare e affrontare i problemi aumentando la propria rilevanza sociale. Non sarà più un registratore di realtà, ma una produttrice di realtà. Questo avviene non solo per la capacità che gli strumenti visivi, e riproduttivi, offrono alla cosiddetta fotografia, ma perché, basandosi su un’architettura di astrazioni ripetibili all’infinito, copia e originale nel digitale sono la medesima cosa. La riconfigurazione dell’immagine possibile con il digitale mette il fotografo in una curiosa posizione, quella di essere il disc jockey del visivo contemporaneo. Creazione e ricreazione sono strettamente legati come avevano per altro intuito, in campo letterario, Queneau e il circolo dell’Oulipo. Tutto è cominciato con la manipolazione delle immagini fotografiche, all’inizio degli anni Ottanta.

 

Richtin sostiene che in questo modo la fotografia ha preparato, nel bene e nel male, il terreno ai cambiamenti personali e sociali fondamentali. E il ruolo dell’Autore? Intervistato su “Wired”, l’artista multimediale, musicista influente, Brian Eno ha spiegato che in futuro non si compreranno più i lavori di un artista, ma dei software che realizzano pezzi originali dei “suoi” lavori, un box di Brian Eno, che può interagire, ad esempio, con un box di Brahms, e insieme comporre un pezzo. Che futuro ci aspetta? Strumenti sofisticati di produzione di media sono già nelle mani di una fetta ampia dell’umanità. Da lì verrà la risposta, e non solo per la fotografia.

 



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Commenti: 14

Marco Castoldi Ven, 05/10/2012 - 13:16

Concordo con l'autore nel constatare un cambiamento nella natura della fotografica intesa come oggetto e come comunicazione con l'introduzione delle tecnologie digitali (non solo la fotocamera ma tutto il mondo web based). Tuttavia modererei un po' la tesi progressista dell'articolo constatando che qualche pezzo ce lo stiamo perdendo per strada e non è solamente una questione di melanconia ricordarlo. La fotografia tradizionale era prima di tutto un oggetto: aveva delle dimensioni, un supporto, una tecnica di stampa, tutti attributi che concorrevano a creare l'opera stessa. Ora siamo abituati a vedere tutto a schermo, non ci fa differenza dove un'immagine è collocata, se è gigante quanto la facciata di un palazzo o piccina quanto un francobollo. Abbiamo perso il colloquio con le fotografie e ci siamo abituato a parlare di immagini, anzi di iperimmagini. A mio parere quindi il termine iperfotografia è mal posto perchè richiama un'idea di un oggetto aumentato nelle sue possibilità espressive. Invece faremmo bene a ricordarci che è aumentato di talune possibilità espressive e diminuito di tal'altre

Carlo Paris Ven, 05/10/2012 - 16:29

Ciao Morgan,
sono d'accordo con te. Il fatto che le foto digitali, poi, possano essere stampate (anzi, spesso ciò avviene) non compromette il tuo ragionamento, anzi lo corrobora.

Marco Castoldi Sab, 06/10/2012 - 07:41

Mi spiace Carlo, è solo un caso di omonimia non sono Morgan.

Carlo Paris Sab, 06/10/2012 - 21:59

Ah, ok. Scusa.
Comunque, sottoscrivo il tuo intervento.

Marco Belpoliti Dom, 07/10/2012 - 17:52

Grazie per gli interventi. Vorrei suggerire a chi volesse approfondire l'argomento un paio di pezzi, di cui uno proprio sulla fotografia digitale, in "Visioni", l'ebook di Doppiozero che si scarica nella libreria acquistando la tessera per una modica cifra di 5 euro ( ci sono vari libri digitali in omaggio dentro la libreria... e fare la tessera significa anche sostenere doppiozero).

carlo fei Lun, 08/10/2012 - 10:32

premetto che non so se leggerò il libro. premesso che la metafora dei pesci riguarda i pesci di cui non sappiamo gran che, vorrei dire che ogni mezzo nuovo che ci apprestiamo ad usare sia nell'ambito della comunicazione che dell'arte porta sempre una ventata che contribuisce a ripulire il mezzo precedente. Non so quello che dice Brian Eno, grande musicista, e forse ha ragione, ma non vedo perchè dovrei fare del Karaoke che del resto già esiste, certo il mercato si espanderà e la stupidità aumenterà, ma questo è sempre esistito e continua ad esistere con il digitale, certo oggi tutto ciò l'industria lo ha incrementato. Detto questo non mi sembra che la fotografia digitale abbia portato novità di sostanza ma piuttosto come si dice oggi logistiche. i creatori rimangono tali e i creativi pure. la fotografia da quando è nata come mezzo ha accelerato, nei paesi che lo hanno capito, una sorta di civismo visivo che è iniziato soprattutto con le campagne sociali, le grandi riviste di illustrazione e la moltiplicazione delle scuole di fotografia che hanno educato milioni di persone ad una alfabetizzazione della mente visuale. Certo poco in Italia.
continua con il digitale quello che è successo quando abbiamo avuto simili passaggi, dalle grotte alle tavole, dalle tele al supporto fotografico ed ora dalla carta al digitale, mezzi simili ma che nell'aumentare della possibilità del raggiungere sempre più persone con le grotte sarebbe più complicato. non vedo oggi sostanziale differenza con i dipinti delle grotte. cerchiamo sempre di comprendere cosa ci circonda e cosa ci agita. cerchiamo di utilizzare dei mezzi che ci semplificano la vita ed il mezzo non sempre è il messaggio come dice quel tale cui sopra. un ultima cosa, cartier-bresson e il suo momento rimangono e fanno parte di un modo di vedere le cose. il tempo di cartier-bresson è un tempo che è uguale a se stesso ed è ripetibile sempre quando ad usarlo è un grande artista. questo tempo è un tempo senza memoria, è il tempo dell'uomo di oggi che è uguale al tempo del primo uomo e non va confuso con il tempo dei cronisti, è il tempo che sempre si richiude su sé stesso e non è il mezzo che fa la differenza ma l'uomo che lo usa. il digitale si comporta esattamente come i mezzi precedenti solo basta vederlo. la manipolazione dell'immagine è sempre esistita, ci sono molti esempi e così via. l'elogio del digitale è ok ma non ha portato più libertà o consapevolezza etc

Marco Castoldi Lun, 08/10/2012 - 11:16

@ Carlo
"non mi sembra che la fotografia digitale abbia portato novità di sostanza ma piuttosto come si dice oggi logistiche". A me sembra sostanziale questa novità (tra molte) che appartiene alla natura del digitale (nel bene e nel male): la quantità di immagini. Perchè è sostanziale? Perchè le immagini una volta prodotte finiscono tutte, grandi e piccine, nel circuito della comunicazione e ci ricardono addosso sotto forma di "mindset", di visione iconografica del mondo e questo (proprio per via della quantità) a lungo andare plasma il nostro modo reale di vivere il mondo. Significa che in una città nuova visitiamo i luoghi che abbiamo già conosciuto dalle fotografie, significa che andiamo ai concerti per fotografare da 50 metri con un flash dalla portata di metri 2 per poi utilizzare queste immagine via FB ma al tempo stesso attenuando la nostra attenzione alla musica che sarebbe il contenuto per cui abbiamo pagato un caro biglietto...e si potrebbe andare avanti per ore

@Marco Belpoti
Colgo lo spunto per approfondire questi interessanti argomenti con la vostro pubblicazione. Ma se è vero questo è vero anche il contrario. Perchè doppiozero non approfondisce l'argomento con l'esperienza dei suoi lettori che magari da anni si trovano sul fronte di questi argomenti? Quindi un buono scambio sarebbe questo che prospetto: io pagho 5 euro per scaricare il testo e doppiozero paga a me 5 euro per scrivere un testo sull'argomento. Mi perdoni la sfacciataggine, ma mi sembra perfettamente coerente! Io sono disponibilissimo :)

Anonymous Lun, 08/10/2012 - 14:10

@ Castoldi: i 5 euro ce li metto io (Matteo R.)
scriva e lo mandi che lo leggiamo!

Marco Castoldi Lun, 08/10/2012 - 15:07

Matteo R. io scrivo di certo. Tema libero? Una prosecuzione del presente articolo? Va bene la provocazione, ma non sono un giornalista nè posso disporre di questo spazio fingendo che sia mio. Perciò se si potesse avere qualche coordinata in più, sarebbe gradita. Altrimenti proporrò liberamente.

grazie

Anonymous Lun, 08/10/2012 - 16:23

@marco....... scrivi se lo sai fare, altrimenti lascia perdere, mica si improvvisa.... (Matteo R.)

Marco Castoldi Lun, 08/10/2012 - 18:44

Non si improvvisa, semplicemente si incomincia.

carlo fei Mer, 10/10/2012 - 14:32

come dice nel film Il Postino, Neruda a Troisi,
per fare il poeta comincia a scrivere

Marco Castoldi Ven, 19/10/2012 - 10:57

Correva l’anno domini duemiladue. Frequentavo i primi anni di università e, come moltissimi altri ragazzi, avevo lavoretti saltuari che alleggerissero il mio peso sul bilancio familiare. Tra questi, ho fatto il promoter in un grosso centro commerciale alle porte di Milano. Il mio ruolo consisteva nel suggerire al cliente-passante cento e un buoni motivi per acquistare una fotocamera digitale. Ai quei tempi la tecnologia digitale era abbondantemente consolidata, ma le case delle famiglie non erano ancora inondate di macchinette. Io non mi occupavo ancora di fotografia, perciò, a causa della mia impreparazione totale, mi fecero una piccola formazione sugli argomenti da utilizzare per spingere la vendita del prodotto.
Uno dei principali moventi per invitare i clienti a comprare una fotocamera digitale e pensionare finalmente i vecchi rullini puntava direttamente al cuore del fattore a cui siamo più sensibili: “scusi signore, lo sa che da oggi può risparmiare un sacco di soldi guardando le immagini a schermo, evitando di stampare interi rullini di fotografie di cui non sa nemmeno se quante e quali sono soddisfacenti?”
Il marketing ha funzionato egregiamente ed eccoci qua: il paradigma della fotografia, intesa come globale macchina di comunicazione, è cambiato. Alcuni autorevoli autori come Fred Ritchin hanno già proposto nuove modalità di intendere la fotografia: il docente della New York University parla di iperfotografia, ovvero di medium che si rapporta alle piattaforme e le tecnologie digitali con nuove possibilità di espressione e comunicazione.

Se è vero che la fotografia cambia – e si potenzia di possibilità espressive – nella sua stessa natura è altrettanto vero che nel cambiamento si è ormai persa traccia di una caratteristica fondativa della fotografia: l’immanenza, ovvero l’immagine intesa come oggetto, come manufatto fisico. In questo senso il termine iperfotografia è mal posto perché richiama un'idea di un oggetto aumentato nelle sue possibilità espressive in ogni direzione possibile, mentre faremmo bene a ricordarci che il cambiamento radicale di paradigma trascina la perdita di altre caratteristiche, prima su tutti la materialità appunto.
Nemmeno il linguaggio ci è d’aiuto: il lemma fotografia è utilizzato indistintamente per riferirsi al processo e al prodotto. Il cortocircuito mentale diventa quasi obbligatorio: un’immagine acquisita mediante una fotocamera è una fotografia.
Quando il processo fotografico era in prevalenza o del tutto analogico questo era abbastanza vero: una fotografia per essere visibile doveva essere in qualche modo realizzata, cioè sviluppata e poi stampata su supporti e in dimensioni diverse. Oggi invece la fotografia – meglio sarebbe dire l’immagine – si manifesta già attraverso i pixel dello schermo incorporato sulla fotocamera, prima ancora di essere materiale. L’immagine digitale acquista una sua vita autonoma ed indipendente dalle sue caratteristiche fisiche mediante il circuito comunicativo basato su internet e i social network. Siamo portati a concludere sbrigativamente l’identità terminologica e concettuale tra immagine e fotografia. In contumacia delle informazioni che qualificano l’immagine fotografica come opera non ci rimane che colloquiare con le immagini prevalentemente sulla base del loro contenuto senza considerarne la loro forma nel senso pieno del termine.

Basta visitare le pagine web dei fotografi stessi oppure di qualunque altra realtà che si occupi istituzionalmente di fotografia: pochissimi sono i casi in cui le immagini pubblicate sono corredate di dimensioni, supporto e tecnica di stampa. Alcune volte manca il titolo, ma questa è in parte un’altra questione da approfondire in separata sede.
Ma allora come possiamo dunque rapportarci autenticamente con le fotografie se non abbiamo un preciso riferimento circa la loro fisicità? Come può essere indifferente osservare una miniatura oppure una gigantografia? Come cambia la nostra percezione emotiva nell’ammirare una fotografia attraverso una stampa museale oppure attraverso la carta di un quotidiano?

Alberto C. Sab, 20/10/2012 - 15:41

Aggiungo qualche considerazione alle parole del sig. Carlo Fei, che hanno un passo e una gravità particolari, mi sembra. Per farlo mi devo spostare in un altro spazio di Doppiozero. Quello di un bellissimo testo scritto in memoria di Nanni Ricordi da Toni Fachini, tempo fa, e rimasto senza commenti. L'ho letto quand'è uscito e poi ci sono tornato sopra più volte. A riportarmi lì era il racconto del viaggio nei paesi dell'Europa dell'Est (estate '71). Tre ragazzini che hanno la fortuna e il privilegio di attraversare in automobile paesi lontani e, invece di guardare cosa c'è fuori, si perdono in cazzeggiamenti. "E ricordo noi tre cretinetti che dal sedile posteriore dopo un po’ non guardavamo più niente, ottenebrati, come i ragazzi adesso con le playstation, dalle sfide a “bol e straik”, così chiamavamo il giochino, una specie di battaglia navale ma più difficile". Poi il racconto della sfuriata di Nanni Ricordi per quella incredibile sciatteria di viaggiatori ciechi e sciapi, che hanno l'occasione irripetibile di osservare dal finestrino paesaggi che forse non vedranno più, e invece si trastullano in scemenze.
Certo, ogni età ha la sua scemenza, me ne accorgo vedendomi in azione negli anni. Però l'impressione è che oggi siano proprio scomparsi i finestrini delle automobili, dai quali era possibile guardar fuori. Al loro posto ci sono display. La differenza è che dal finestrino si avevano immagini distorte, come di ombre in fuga, ma rimaneva il senso del "fuori", di un qualcosa che non sono (solo) io, che mi sfugge, irriducibile a me e alle mie ragioni (e alle mie capacità di inseguitore, di manipolatore). Questa battaglia persa rendeva quasi comica la pretesa di dire "ho visto" ma comunque prezioso e inesauribile l'atto del "guardare fuori".
Inoltre quando si guardava dal finestrino l'errore faceva la visione. Recentemente è venuto a trovarmi un amico fotografo che ha avuto la fortuna di conoscere Mario Giacomelli e di accompagnarlo un pomeriggio nelle campagne attorno a Senigallia, non lontano da dove sto scrivendo. Nel racconto emozionante di questo amico veniva fuori tutta la carica dirompente e creativa dell'errore nel gesto di Giacomelli. Era uno che amava guardare fuori e se guardi fuori avanzi sempre a tentoni, ruzzoli a terra, ti rialzi come in una comica. E il tesoro lo trovi solo sbagliando mappa. In lui l'errore non era il pretesto per escogitare geniali acrobazie tecnologiche (benché la sua abilità nello "sviluppare errori" in camera oscura avesse dello stregonesco). Era un modo di stare in presenza delle cose, là fuori. Magari aspettando che fossero loro talvolta a tradirsi, a incespicare e aprire così un piccolo spiraglio alla visione.
Col display non è che si perde la "registrazione iniziale statica". Proprio non si guarda più, non c'è necessità di farlo, non c'è più un fuori da guardare: ci sono solo materiali visivi da rimodellare, scatoloni di roba pronta all'uso. Giorni fa un collega mi ha riferito di aver ricevuto una curiosa richiesta di una fotografa americana con diverse mostre all'attivo: chiedeva il permesso di inserire dentro un suo lavoro un ritaglio di una foto scattata in montagna dal mio collega. L'aveva pescata chissà come in rete e zoomando si era accorta che dentro c'era una capra seminascosta nella vegetazione. Da tempo la fotografa americana accarezzava l'idea di piazzare una capra nella vegetazione.
Possiamo rigirare la frittata con brillantezze terminologiche e concettuali ma la decontestualizzazione che avviene nell'attività del fotografo digitale ("disc jockey del visivo contemporaneo") vuol dire che anziché guardare fuori dal finestrino si lavorano materiali su un display. Sappiamo bene che "la manipolazione dell'immagine è sempre esistita"; e già l'occhio manipola di suo, senza appendici. Al contrario del sig. Carlo Fei, tuttavia, io credo che una novità ci sia e grossa: la fotografia digitale è senza sguardo.
Verissimo è poi che la sua diffusione di massa opera, con esito circolare, quella che Belpoliti chiama "produzione di realtà". Infatti nella cosiddetta realtà stanno ormai scomparendo, come inutili inciampi, quei "dati" che mal si prestano o non accettano un luminoso futuro di socializzazione in rete. Perché, come stiamo imparando, tutto ciò che è reale è linkabile e tutto ciò che è linkabile è reale. L'argomento della larga diffusione come garanzia di uso democratico della rete, nel tempo si sta trascinando sempre più stancamente. Oltretutto le pietre e le nuvole non twittano. Per non parlare delle capre seminascoste nella vegetazione.
Mi scuso per averla fatta lunga e per la scarsa originalità degli argomenti. Non riesco a chiudere questo commento senza citare, dal pezzo di Toni Fachini, le parole della grande sfuriata di Nanni Ricordi con i nipotini che non sanno guardare dal finestrino. "Un cazziatone della madonna, l’eco del suo vocione da opera s’espande nel silenzio della montagna, non passa nessuno. Che siamo dei coglioni, che invece d’ammirare posti fantastici che forse mai più avremo occasione di vedere (infatti), non alziamo la testa da un giochino del cazzo, ecc ecc.".

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