Mario Dondero, fotografo naturale

Se esistesse la “fotografia naturale”, sarebbe opera di Mario Dondero. Con “naturale” intendo la fotografia in cui quello che si vede è davvero un momento colto dal flusso temporale, ma un momento che dura. La fotografia in genere, come ci ricorda John Berger, arresta il flusso temporale in cui l’evento fotografato è esistito. Guardando uno scatto di Mario Dondero si ha la sensazione contraria: non c’è arresto, bensì movimento. Il flusso temporale non s’interrompe, e anche l’evento fotografato non è al passato – è esistito – bensì al presente: ancora è.

 

Berger in un suo bellissimo saggio dedicato all’ambiguità della fotografia, Apparenze, sostiene che ogni fotografia ci offre due messaggi: uno che riguarda l’evento fotografato e “l’altro che attiene alla discontinuità”. Detto altrimenti: tra il momento registrato dalla macchina fotografica e il momento in cui si osserva il suo prodotto c’è un abisso. Ogni scatto conserverebbe un istante di tempo, impedendo così che sia cancellato e sostituito da altri istanti, scrive Berger. Paragona le immagini conservate nella nostra memoria e le fotografie: le prime sono il “residuo” di un’esperienza continua; le seconde invece “apparenze di un istante isolato”.

 

 

Non si può non essere d’accordo con Berger; alla pari di Roland Barthes mette in relazione la fotografia con ciò-è-stato, ovvero con la morte (Berger è più ottimista e meno melanconico del semiologo francese). Tuttavia c’è un’eccezione nell’ambito della fotografia: gli scatti di Mario Dondero. Quando i suoi lettori più attenti parlano del suo lavoro come di “fotografia umana” o, in alternativa, della sua straordinaria umanità di fotografo, dicono la medesima cosa, per quanto questa osservazione sposti il riferimento dai rettangoli in bianco e nero, o a colori, al loro autore, dalle foto a Mario Dondero, attribuendo – a ragione – l’umanità a lui. In realtà, c’è un circuito che va da Dondero alle fotografie, e da queste a lui.

 

Dondero è al centro di un doppio movimento che chiamo “fotografia naturale”. Nello scatto fotografico in genere non c’è solo la cosa, o la persona fotografata, ma c’è dentro lo sguardo di chi fotografa. Innegabilmente la personalità del fotografo appare in ciò che si vede nella fotografia. Forse non la prima, non immediatamente, perché noi tutti vediamo “la cosa” che c’è lì nell’immagine, eppure subito dopo, quasi senza soluzione di continuità, si vede lo sguardo di chi ha scattato: lo sguardo è nella foto, a volte è persino la foto. Un’immagine ci appare fredda o calda, distratta o intensa, a seconda del modo di guardare in macchina, dentro l’obiettivo, del fotografo stesso. La fotografia di Dondero è carica di un’incontrovertibile umanità.

 

Prendiamo, ad esempio, una sua celebre foto, quella dei ragazzini cattolici a Derry, nell’Irlanda del Nord, nel 1968. Si tratta senza dubbio di un istante, di un momento prelevato dal tempo, per dirla con Berger. Sono trascorsi quarantasei anni da quel momento. Quei ragazzi saranno diventati uomini maturi, forse sono anche scomparsi, oppure invece no. Tuttavia quella fotografia ci fa sentire quel momento come presente nel nostro tempo, un tempo non fisso, non fermo, non prelevato dal suo scorrere: un momento che continua ancora. Possibile?

 

 

La mia sensazione è che in questa immagine, come in molte altre di Dondero – e più in quelle in bianco e nero che non in quelle a colori – si effettui un rovesciamento, o inversione temporale: noi non guardiamo una cosa che è là, nel passato, bensì siamo dentro quel passato. Non c’è un salto temporale tra quel è-stato – i ragazzini che fumano appoggiati al muretto – e noi qui, ora. Accediamo al passato come se fosse ora: siamo là e insieme qui.

 

Il suo è uno sguardo che si poggia in modo non rapace, non furtivo, non voyeuristico, su ciò che osserva. Accarezza le cose che guarda, e ci riporta questa carezza – Luigi Ghirri diceva di Walker Evans una cosa simile: fa carezze al mondo. C’è rispetto, ma anche curiosità; c’è umanità. Non tutti i fotografi possiedono questa insopprimibile umanità. Non che siano disumani, molti di loro sono semplicemente cacciatori d’immagini – l’obiettivo è come un fucile –, cercano di portare a casa la preda. Molta fotografia, anche contemporanea, è composta di prede: ci colpisce e ci stordisce, ci atterra e ci toglie il fiato, ci obbliga a chiudere gli occhi. Procede in un crescendo.

 

Dondero no. Lui lavora sul lato umano del guardare, anche quando coglie fotografie come quella dell’uomo che dorme nella metropolitana appoggiato alla bocca sorridente di una donna nella pubblicità alle sue spalle. Nei ritratti in particolare cerca di cogliere il lato umano, senza ambire a definire il soggetto fotografato. Ha un occhio empatico. S’immedesima in chi fotografa (è, si volta in volta, una donna, un uomo, uno scrittore, un soldato, un marinaio, un camallo, un bambino).

 

Nella celebre foto di Pier Paolo Pasolini con sua madre Susanna, non scopriamo qualcosa di Pasolini, della sua personalità – compreso il rapporto con la madre, che sta, leggermente fuori fuoco, dietro di lui – ma vediamo semplicemente Pasolini, e sua madre che gli somiglia (è il figlio a essere più vecchio). Gli scatti di Dondero non contengono considerazioni, riflessioni, non sono prese di posizione: sono fotografie naturali. Si vede quello che si vede, così come lui lo vede: naturalmente. Di più, si vede com’è lui, il fotografo.

 

 

Tuttavia questo è solo un aspetto della fotografia di Dondero, perché quella inversione temporale, che mi pare di cogliere nello scatto coi ragazzini che fumano, e anche in quelli realizzati nei bistrot parigini, oppure in Spagna nel 1978, o ancora a Berlino nel 1989, si produce un effetto che si potrebbe definire mitico. Dondero produce con i suoi scatti istanti che vivono in un tempo mitico. Non in un luogo remoto, inattingibile, destinato a chissà quali iniziati; si tratta piuttosto di un momento presente che continua insieme a noi, basta che lo sappiamo vedere (c’è, è lì, anche se non lo vediamo, è come una possibilità continua d’incontro). Uso la parola “mito” (e l’aggettivo “mitico”), perché non so come altro definire questo tempo senza tempo, che è contenuto nei riquadri di carta fotografica di Dondero. In effetti lui non produce dei simboli riposanti in se stessi, che trovano in sé origine e compimento; e neppure le sue immagini sono un flatus vocis, per dirla con Furio Jesi, che definisce cosa è il mito: non rinvia a nulla, neppure a se stesso, “perché il se stesso cui rinvia è verità in quanto non è” (questo è il mito secondo Jesi).

 

Le fotografie di Dondero sono dei racconti di cose che ci sono; la loro intensità è tale che sembrano avere una loro esistenza di per sé, non in rapporto a un è-stato; piuttosto sono in relazione a qualcosa che continua anche ora, nel presente. Non eterno ritorno, dunque, ma eterno moto delle cose. Le hai viste una volta – quei soldati al fronte, quel contadino, quella donna o quei bambini – e ci sono per sempre, nel nostro tempo.

Berger ha scritto che “le macchine fotografiche sono scatole per trasportare le apparenze”. Le apparenze sono letteralmente le cose che si presentano alla vista. Lo scrittore inglese dice che le apparenze sono un “artefatto culturale umano”, una costruzione del fotografo e ovviamente anche della cultura cui chi scatta appartiene. Vero. Non si può negare che le fotografie di Dondero, anche quelle scattate l’altro ieri, rechino con sé un momento storico preciso, che è quello in cui Mario Dondero ha cominciato a incontrare con più evidenza e persino consapevolezza il mondo: il decennio che sta tra le metà degli anni sessanta e gli anni settanta. Si sente che quello è il suo momento. Eppure è un momento che dura ancora, perché Dondero non sceglie l’evento da fotografare, bensì lo fa durare per sempre. Non lo stacca dal flusso delle cose che accadono, piuttosto gli dà un’apparenza che è sempre la sua.

 

Berger parla delle apparenze come una traccia lasciata “naturalmente” nella sabbia da qualcosa che è passato. Dondero continua passare. Le sue fotografie sono la continuità del passaggio. Per quale ragione ci propone immagini non sempre a fuoco, come se il fotografo si fosse mosso nel momento dello scatto, o a muoversi fossero stati invece i soggetti della foto? Perché questo fuori fuoco? Perché c’è un movimento. Non solo, o non tanto, perché qualcosa si muove in essa e nell’istante colto, quanto soprattutto perché è questo stesso istante ad essere già in movimento (con dentro il suo prima e il suo dopo, fino al nostro ora). Nessuna fotografia di Dondero è mai un istante congelato del tempo. Lui non cita le apparenze, come fanno altri fotografi, lui le produce. È come se la sua macchina fotografica generasse continuamente fatti miracolosi – piccoli miracoli quotidiani. Questo accade per un eccesso di soggettività del fotografo – e non per il contrario, per eccesso di oggettività (tuttavia i miracoli di Dondero non accadono, è lui che li vede e li fa essere).

 

Forse qui si saldano insieme, nella comprensione che ne possiamo avere (si va a tentoni sempre nelle apparenze), l’aspetto mitico della sua fotografia, il suo darsi in un tempo che continua, e l’umanità insita nel suo sguardo, come si è stato detto. Quasi Dondero possedesse un tocco divino, che è quella beata e fortunata capacità di vedere le cose così come sono e farle vedere attraverso la fotografia agli altri, che guardano dopo di lui ciò che lui ha visto. La naturalità della sua fotografia è probabilmente questo. Sono immagini esemplari dell’umanità che ha guardato in modo assolutamente umano. Non figure archetipiche, bensì figure mitiche, quel mito quotidiano che i filosofi presocratici invitavano a scoprire accanto al fuoco di casa, in cucina, oppure in una taverna, in una bettola, in una stanza, in mezzo a un prato o su un palcoscenico di uno spogliarello, dentro un’aula universitaria, lungo le banchine di un porto, là dove la gente vive, lavora, sogna. Gli dèi sono dappertutto e Dondero li scova con la sua macchina, e ce li fa vedere. Quegli dèi siamo noi, guardati da lui. Così semplice e così difficile, a un tempo. Certamente unico.

 

Il testo di Marco Belpoliti è estratto dal catalogo (Electa) della mostra che inaugura domani alle ore 18 inaugura presso le Terme di Diocleziano a Roma la mostra dedicata a Mario Dondero
Aperta dal 19 dicembre al 22 marzo 2015

 

Guarda anche:

Marco Belpoliti intervista Mario Dondero.



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