Ferdinando Scianna. Obiettivo ambiguo

“La fotografia è stata e continua a essere per me una passione, la conquista di un linguaggio, l’occasione di incontri, lo strumento di un’avventura umana”: così nell’Introduzione alla prima edizione nel 2001, che rimane nell’attuale riedizione aumentata di Obiettivo ambiguo di Ferdinando Scianna. Chi lo conosce, anche poco, sa che questo è stato e continua a essere vero. Chi lo guarda con un po’ di distanza storica o critica, sa che questo è anche il suo limite, quello “umanistico” di dar per certi che questi – passione, conquista, incontri, avventura – siano dei valori incontestabili e incontestati.

 

Di lui, lo dico subito, ciò che ammiro di più è la generosità non pelosa né affettata, anzi secca, quasi brusca, come quella dei timidi – non sembrerebbe che lo sia, così loquace e incontenibile quale si manifesta –, generosità invece di chi sa, parla e scrive veramente per partecipare e confrontarsi e sa veramente “nutrire ammirazione e amicizia” non solo per i grandi ma anche per i “piccoli”, di cui sa cogliere l’allineamento – come diceva quello che Scianna ripete spesso essere il suo maestro per eccellenza, Cartier-Bresson – di macchina, occhio e cuore.

 

Il libro è fatto di questo: di interventi su questioni della fotografia e attraverso di esse del “mondo” e di “ritratti” di fotografi e non. I primi li chiama significativamente “polemiche”, perché Scianna è fermo nelle sue posizioni, convinto e caparbio in fondo. Parte da alcune convinzioni in base alle quali seleziona e taglia le sue riflessioni e opinioni. La più significativa – e anche divertente per come la esprime – è quella che sintetizza spesso con la battuta che attribuisce a Cartier-Bresson: “Non chiamatemi artista, ché mi offendo!”, o simili, tanto ingiusta, per me, quanto significativa. Questo gli permette di ritagliare l’ambito di intervento, ma anche di tagliar corto su varie questioni che non gli interessa affrontare. Non è ingiusto, sia chiaro, solo parziale e partigiano. Per leggere le ragioni articolate si veda per esempio il testo su Rosalind Krauss. Potremmo dire così, in termini fotografici: inevitabilmente qualcosa resta fuori dall’inquadratura, quel che importa, a lui, è che ciò che vi è all’interno sia a fuoco, centrato, ben espresso e argomentato. E in lui lo è sempre: questo fa dei suoi testi delle letture appassionanti e dei confronti sempre utili e fruttuosi per tutti.

 

L’“ambiguo” che sta nel titolo è il segno della sua acutezza, così come l’impossibilità di una coerenza cinquantennale messa avanti nella nuova Introduzione. Esse danno la giusta indicazione che occorre cercare obiettività e coerenza ad altro livello, più profondo, più vero. Di questo va reso conto a Scianna, alla sua stessa figura, alla sua immagine storica. Scianna non è mai scontato e si mette sempre in gioco, personalmente, ma non in forma di ricatto, bensì lasciando alla fine ciascuno a fare i conti con se stesso e con le cose. Questo, lo ribadisco, fa della lettura dei suoi testi sempre un esercizio di riflessione, mai di conferma o di giustificazione.

 

Scianna va al centro delle questioni, il che non significa che semplifichi o schematizzi, anzi, la chiarezza del nucleo centrale dell’argomento gli permette di inanellare rimandi e aperture sempre curiose, non divaganti. Scianna è colto e informato, grande lettore e frequentatore di testi e persone di prima mano. Si prenda il primo testo: per parlare di realismo e nominalismo in fotografia parte dalla… donazione di organi. C’entra? Anzi centra: è l’uomo al centro, appunto, l’individuo, e la fotografia come immagine di quel tale e non del tipo o dell’archetipo. E intanto infila Sander e Döblin, Benjamin, Cartier-Bresson e Tina Modotti, Sartre e Barthes.

 

Gli argomenti trattati? Fotografia e antropologia, il ritratto (importantissimo da ricordare per la seconda parte), la memoria, la menzogna, la guerra e il nemico, la morale del fotografo, fino al corpo (di Bin Laden). Insomma tutto o quasi. Scianna affronta un argomento cercandone il centro, senza tergiversare, anzi cercando di richiamare noi, i lettori, a non girarci intorno, riconducendolo alla concretezza che per lui hanno le immagini, questioni umane, esistenziali, civili, mai “teoriche” nel senso di autonome e sganciate.

 

È scontato dire che Scianna pensa e scrive da fotografo, come è logico, ma forse meno scontato dire che scrive come scattando delle fotografie di ciò di cui tratta, come fosse un oggetto davanti a lui di cui vuole restituire la tal inquadratura, fissarlo nella sua “forma del caos”, come suggerisce il suo titolo più indicativo. Scianna mira allo scatto anche quando parla e scrive. Uno scatto doppio, non solo all’argomento ma anche a te lettore, che leggendo hai l’impressione di essere inquadrato.

 

La seconda parte è una galleria di ritratti. Qui i lettori di doppiozero sanno bene quanto Scianna sappia essere efficace nel ritrarre anche a parole, come anzi miri alla sintesi, alla formula – a partire dalla ormai famosa per Cartier-Bresson: “specialista in evasioni” – che è come una foto. Per non parlare della recente raccolta Visti e scritti, il cui titolo esplicita proprio tale coordinazione. E ancora un volta non parrà scontato né qua né là che i ritratti partano spesso da ricordi e rievocazioni, e che così trapelino molte vicende e notizie autobiografiche, né che anche questi ritratti siano sovente occasione di riflessioni sulla fotografia – non per niente la sezione si intitola “La fotografia e i fotografi”. Tutto si lega: la fotografia, le fotografie sono sempre appunto anche questo: storia e vita, album e diario.

 

Di chi scrive Scianna? Sono ben sessanta i ritratti, non conta nominarli tutti: si va da Giacomelli, Erwitt, Avedon, a Basilico, Woodman, Mapplethorpe, Mikhailov, Goldin, passando per i meno noti – i “piccoli”, si diceva – Mauro D’Agati (“Io faccio il fotografo, come Mauro D’Agati. Mauro D’Agati è siciliano, come me”), Melo Minnella (“Le sue foto le ricevo ogni volta come lettere affettuose di un amico, accompagnate da una tenera luce”), Gianfranco Moroldo e altri.

 

Gli ultimi due testi sono del 2015 e in comune hanno che trattano del parallelo-confronto tra scrittura e fotografia, che permette a Scianna di dire nell’uno che “se vogliamo fare confronti tra la scrittura giornalistica e quella letteraria, si può affermare tranquillamente che Francesco Cito possiede una grammatica e una sintassi fotografiche da scrittore” e nell’altro di bastonare un “imbarazzante” racconto di Alessandro Baricco sulla fotografia. Scianna sa essere anche diretto e critico.

 

Dunque Scianna è grande, è importante, il suo posto nella storia della fotografia, compresa quindi della storia della riflessione sulla fotografia, se l’è guadagnato e questo permette a me di aggiungere qualcosa che spero non suoni né impertinente né fuori luogo. È che l’“obiettivo ambiguo”, per altro verso, tanto ambiguo non è, ovvero per il verso della chiusura rispetto a riflessioni non dico dell’ordine degli sviluppi della fotografia in ambito artistico – rispettiamo questa delimitazione di ambito cui Scianna tiene, anche se così facendo perpetra quelle lungaggini del dibattito tra “fotografi fotografi” e “artisti che usano la fotografia” che a me sembrano sbagliare il bersaglio – ma alle riflessioni che proprio la fotografia ha innescato sull’“immagine”, che vanno dal cosiddetto “pictorial” o “iconic turn” da un lato a tutto ciò che hanno messo sul piatto i “visual studies”, il dibattito sullo “stile documentario”, le teorie dello “sguardo”, le riflessioni sulla “postmedialità” in termini di concezione dell’immagine e della pratica fotografica. Su questo fronte ho l’impressione che Scianna rappresenti un freno che si sente molto in Italia, che è tipicamente italiano, cioè prudente, in nome di equilibrio e classicità, che sono il primo non solo ad apprezzare ma ad auspicare e ricercare a mia volta, ma che di fatto si risolve sotto molti aspetti in una mancata risposta, nel timore di una minaccia, in una divisione. Così gli “artisti che usano la fotografia” finiscono per ritagliarsi a loro volta il loro orticino e a segnare il passo gloriandosi di sentirsi “più avanti” del “fotografo fotografo”. Così gli uni non comprendono gli altri e non ne vedono neppure la necessità o l’interesse.

 

Sto esagerando? Non vedo io? Forse, ma la mia non è una critica – a chi importerebbe? – bensì un invito, a Scianna prima di tutti, alla sua intelligenza, cultura e curiosità, a scrivere ancora per noi, ad affrontare anche queste questioni, di petto, come sa fare lui, internazionalmente, come lui può.



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