Vivian Maier: l’arte di scomparire

È nel silenzio che si riesce bene a vedere il mondo? Cosa significa per un fotografo non sentire la necessità di sviluppare le proprie immagini? Lasciarle avvolte da un vuoto di forma, nella quiete, nella pace, nel buio. “Ho scattato così tante foto per riuscire a trovare il mio posto nel mondo”, afferma Vivian Maier. E così ha fatto. Eppure non ha sviluppato che pochi scatti e ha vissuto senza fare rumore, al riparo da qualsiasi ansia di apparire. La storia è nota. Vivian nasce a New York nel 1926 da madre francese e padre austriaco. Il suo primo contatto con la fotografia avviene in tenera età: nel 1930 la madre divide l’appartamento con la ritrattista Jeanne Bertrand e molto probabilmente da qui ha inizio la sua avventura di fotografa. Trascorre poi l’infanzia in Francia e nel 1951 torna negli Stati Uniti dove lavora tutta la vita come baby sitter. Non c’è molto altro. “Disse che fin da giovane aveva scelto di diventare bambinaia perché le sembrava che le potesse garantire una certa libertà e perché qualcuno le dava un tetto sopra la testa”, ricorda Chuck Swisher, membro di una famiglia presso la quale lavorò negli anni Novanta.

 

Vivian maier, New York, 1954. Vivian Maier/Maloof Collection, Courtesy Howard Greenberg Gallery, New York

 

Poi, nel 2009, anno della sua morte, Vivian Maier viene casualmente scoperta da John Maloof, un agente immobiliare che sta scrivendo la storia di Portage Park, il quartiere dove vive a Chicago e durante un’asta è convinto di acquistare materiale utile alle sue ricerche. In realtà diviene l’erede di un tesoro, gran parte del patrimonio artistico appartenuto alla fotografa: un numero imprecisato di rullini, molte delle sue macchine fotografiche, un’infinità di ritagli di giornale che la fotografa conservava in maniera maniacale, bobine costituite da spezzoni di pellicola 8 mm a colori della durata di pochi minuti, che riprendono alcuni rituali della vita urbana. E da quel momento inizia a diffonderne l’opera. Quali sono i soggetti di Vivian Maier? Gli individui che incontra a New York e Chicago, nell’America del dopoguerra: l’anziano debilitato aiutato da un poliziotto, il bambino che guarda il contenuto di un’enorme scatola abbandonata per strada, le coppie di giovani e anziani che si abbracciano o si tengono per mano, la bambina con il viso sporco che sfida lo sguardo della fotografa, i passanti che si soffermano davanti alle vetrine, gli individui che dormono: sulle scale che sboccano nei marciapiedi, in spiaggia, sulle panchine. E poi la città con le sue forme astratte e talvolta desolate, gli oggetti e molti autoritratti: in un infinito gioco di specchi e riflessi, nei quali essa si ritrova a guardarsi.

 

Tutto esiste a prescindere, è costantemente presente, silenzioso, mai esposto. Vivian Maier vive con il soggetto immortalato, ma nel contempo prende le distanze, e facendosi distante, osserva sempre in lontananza, a ritroso, come per effetto di un sentimento di non appartenenza. Lo esprime anche nella scelta della fotocamera, la Rolleiflex che ha questa particolarità: il fatto che il visore per l’inquadratura è posto nella parte superiore della macchina, rende necessario impugnarla più o meno al centro del corpo, evitando il contatto visivo con il soggetto, anche se, spiega Joel Meyerowitz, proprio perché si può “inquadrare dal basso, furtivamente, lasciando libero lo sguardo del fotografo permette di entrare in connessione con chi viene fotografato”. Una sorta di intimità a distanza. E nondimeno quel gesto è sufficiente. Forse la fotografa, nel momento esatto in cui decide di non voler dare una forma alle cose che vede, inizia a sentire, a vedere realmente: il suo sguardo ha messo al riparo il soggetto senza consegnarlo alla vista, ha evitato di trasformarlo in un “memento mori”. Per questo nelle immagini di Vivian Maier, se da un lato si intuisce che “fare una fotografia significa partecipare della mortalità, della vulnerabilità e della mutabilità di un’altra persona (o di un’altra cosa)”, come scrive Susan Sontag, dall’altra, la scelta di non sviluppare i negativi, di sottrarli alla vista, forse vuole suggerire proprio la possibilità di disgiungere l’inestricabile legame che unisce l’immagine fotografica alla morte, ovvero l’istante in cui isolando un “determinato momento e congelandolo”, afferma ancora la Sontag, tutte le fotografie “attestano l’inesorabile azione dissolvente del tempo”, o in altre parole, l’istante che Roland Barthes definisce “il ritorno del morto”, l’“è stato”, il noema della fotografia, la sua stessa essenza, quella di un istante che “è stato sicuramente, inconfutabilmente presente, e tuttavia è già differito”.

 

Vivian Maier, 3 settembre 1954. Vivian Maier/Maloof Collection, Courtesy Howard Greenberg Gallery, New York

 

Nonostante questo, camminare nelle stanze della galleria Forma Meravigli a Milano, è camminare insieme a Vivian nelle strade di Chicago e di New York. Significa cercare. Cosa?, ci si chiede. Cosa cerca questa donna fra la folla di una città? Essere fuori di casa, come scrive Charles Baudelaire “e ciò non pertanto sentirsi in casa propria; veder la gente, essere in mezzo alla gente” e restare nascosta alla gente? Oppure è una forma particolare di discrezione, quella che Pierre Zaoui, nel suo saggio L’arte di scomparire attribuisce alla flânerie , intesa come esperienza “di non poter essere altro che una libera deambulazione tra “le forme reificate della vita”” e all’azione di flâner ovvero il gesto profondamente ambiguo di “accondiscendere al mondo moderno senza toccarlo, inscriversi nel mondo con lo stesso gesto con cui lo si rifiuta”.

 

Forse Vivian Maier sta semplicemente cercando il suo sguardo, un modo di stare al mondo in silenzio e insieme il tentativo di colmare quel vuoto, con i segni silenziosi di altre presenze impresse (e mai sviluppate) sulla pellicola: i volti delle donne, dei bambini, degli emarginati, degli irregolari. Presenze destinate a non lasciare alcuna traccia, che ricordano le “voci ridotte al silenzio dall’interdetto del potere e del potere della ragione”, come scrive Carlo Sini, “assenza d’opera, dice Foucault; assenza bianca che separa dal linguaggio della ragione e dalla promessa del tempo”. Eppure Vivian Maier con la sua macchina fotografica mette in salvo le loro esistenze effimere, le salva tutte, senza alcuna distinzione, con generosità. Non ha sviluppato i suoi rullini ma li ha conservati, ha dato a quei volti, a quei luoghi, a quegli oggetti abbandonati, la possibilità di essere eterni. Un paradosso, è vero, ma profondamente umano.

 

Vivian Maier, New York Public Library, New York, 1952 ca. Vivian Maier/Maloof Collection, Courtesy Howard Greenberg Gallery, New York

 

E se scrivere, come afferma Herta Müller, “è una necessità interiore contro una resistenza interiore”, sembra che il gesto di fotografare, per Vivian Maier, abbia la medesima valenza: presenza e assenza, intimità e distanza, silenzio e rumore, luce e buio. “Io scrivo sempre per o contro me stessa”, prosegue la scrittrice rumena, “ogni volta aspetto fino a quando è inevitabile. Procrastino la scrittura perché so che una volta iniziata si impossessa di me, fino a mettermi paura. Quando poi ci sono dentro, mi inghiotte completamente”. Conoscere la storia di Vivian Maier e guardare le sue fotografie produce lo stesso effetto. La sua resistenza interiore è contro il mondo che la circonda, così anche la necessità di fotografarlo. E per ogni spettatore la necessità di conoscerlo.

 

 

La mostra:

Vivian Maier. Una fotografa ritrovata, a cura di Anne Morin e Alessandra Mauro.

Milano, Forma Meravigli, dal 20 novembre 2015 al 31 gennaio 2016.



  • Vivian Maier, Autoritratto, giugno 1953. Vivian Maier/Maloof Collection, Courtesy Howard Greenberg Gallery, New York
    Vivian Maier, Autoritratto, giugno 1953. Vivian Maier/Maloof Collection, Courtesy Howard Greenberg Gallery, New York
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