Tocco Blu, non gioco più

Nella notte tra l’undici e il dodici marzo del 2016, Bologna è cambiata, non è più la stessa; lo veniamo a sapere da una ondata massiva sui social network fatta di immagini e didascalie; lo veniamo a sapere se, passeggiando in zona Bolognina o in via Mascarella, ci accorgiamo, puntando gli occhi al muro, che qualcosa manca. Non è propriamente una mancanza quella che ci provoca straniamento, ma ci accorgiamo che per una volta il grigio parla più del rosso e, in generale, del colore.

Durante la notte e per tutto il sabato l’artista Blu, aiutato da persone appartenenti a ciò che viene definita spesso come “la Bologna underground”, ha scelto di occultare tutte le sue opere oramai parte integrante del tessuto urbano bolognese, come aveva già scelto di fare con una delle sue opere in Curvystrasse a Berlino, provocando scompiglio.

 

 

Anche per ciò che è successo a Bologna la reazione non si fa attendere, arriva anzi violenta, come violento è stato il gesto dell’artista: c’è chi grida alla morte di una città, c’è chi collega politicamente il gesto di Blu ai recenti fatti che hanno acceso la polemica cittadina; insomma, si grida allo scandalo.

Bologna è una città piena di contraddizioni, esacerbate e rese visibili ancor di più dalla corsa elettorale che, come un’agenda, segna e decide i punti caldi della città – uno dei quali è la sempreverde Piazza Verdi, su cui non ci sentiamo di aggiungere nulla in questa sede.

La Bolognina è il quartiere delle Grandi Opere, il luogo in cui si pensava che la costruzione della nuova stazione e l’installazione del nuovo comune producessero in automatico quel fenomeno chiamato gentrificazione, centro dei dibattiti culturali contemporanei intorno alla città. Peccato che la gentrificazione si attui qualora ci sia un aumento del valore – prima di tutto immobiliare e dunque economico – della porzione urbana oggetto del discorso, e peccato che invece il reddito pro capite dello storico quartiere operaio bolognese valga solo per un quarto di quello dell’abitante del quartiere Colli.

 

Bologna è una città di contraddizioni: sempre all’avanguardia dal punto di vista della produzione e ricezione culturale, solo grazie al fatto che il suo tessuto cittadino si compone in larga parte di studenti provenienti da ogni parte del globo. Negli anni Ottanta è stata la prima città italiana a ospitare una mostra dedicata alla Graffiti Art curata da Francesca Alinovi. Le polemiche intorno a quella mostra – riassumibili nella frase “ciò che nasce in strada non può stare in un museo” – oggi si ripetono: è semplice ricondurre il gesto di Blu al dibattito intorno alla mostra che Genus Bononiae sta per inaugurare, allestita a partire da un’ingente operazione di stacco di alcune delle opere più importanti che adornavano i muri della città felsinea, e che laceravano l’omogeneità del rosso dei palazzi, che si mescolava festosamente alla variopinta gamma dello spettro dei colori. Peccato che la mostra arrivi quasi in contemporanea con un’altra decisione, quella del Tribunale, che condanna penalmente AliCè per l’imbrattamento degli stessi muri deturpati da una operazione filologicamente contraddittoria.

La tecnica dello stacco, infatti, si ascrive a una tradizione restaurativa e conservativa e si mette in opera per varie ragioni, prima fra tutte la messa in sicurezza di opere murali, qualora l’ambiente che li ospita versi in condizioni pericolose per la conservazione delle stesse. È singolare, pertanto, l’operazione intorno alla mostra: sembra che le opere nate in strada siano state staccate per garantire loro un ambiente di fruizione meno pericoloso. La strada – senza la quale la Street Art considerata in senso lato non avrebbe ragione di esistere – risulta improvvisamente una minaccia. Le strade di Bologna sono oggi luogo di vita e morte dell’intera opera di Blu: si chiude un ciclo, finisce un’epoca.

 

Il sistema dell’arte e il redditizio mercato che si è sviluppato attorno a esso dettano non solo cosa possa considerarsi un’opera d’arte, ma anche il tempo e lo spazio che ne fanno i contorni: “dove è arte” e “quando è arte” – per citare il filosofo Nelson Goodman. Da qui, se si legge il grande movimento avanguardista, partito con il Salon des Refusés e la Fontana di Duchamp, come una rete di gesti e operazioni che si sviluppano proprio contro l’idea di opera d’arte come oggetto accumulabile, durabile, monetizzabile e musealizzabile, si potrebbe certo dire che la Weltanschaaung che caratterizza quest’epoca è denominabile come poetica dell’effimero.

Se l’effimero dunque è l’effetto che si produce attorno ai graffiti che adornano i muri sbeccati di periferie in attesa di riqualificazione, se l’effimero è la proprietà della carta inchiostrata degli stencil che si inzuppano e si deteriorano all’azione martellante delle intemperie, se l’effimero è l’effetto che si ha quando una sinfonia di colori e forme può essere percepita in un luogo che sembrerebbe non poterla ospitare, allora anche il gesto di Blu diventa ascrivibile e leggibile in seno a tutta una tradizione che, nella performance straniante e detournante di debordiana memoria, porta all’estremo la poetica dello spirito del tempo.

Il grigio della copertura parla di più dei graffiti che occulta. La scelta del grigio non è casuale: se negli slogan di amministrazioni e detrattori il muro ordinato è sempre di colore bianco, un muro che non si voglia né bianco né colorato non può essere che grigio. Se il gesto dell’artista è leggibile come una consapevole operazione di neutralizzazione, è anche vero che da questo momento in poi il campo si riapre, tutte le domande sono di nuovo possibili; le opere coperte interrogano a gran voce la città e i suoi abitanti; il grigio funziona come un grande punto di domanda a cui tutti siamo chiamati a rispondere.

 

Il gesto di Blu dimostra che l’arte non perde affatto il suo valore politico, configurandosi come possibilità continua di discutere e mettere in discussione, anche quando venga staccata o occultata, quando non vive e non partecipa più all’ambiente specifico per cui era stata pensata.

Se leggiamo l’azione di Blu come una performance contemporanea che ha il potere di puntare il dito su temi di attualità quali il tessuto urbano e la possibilità di immaginare per esso scenari diversi da quelli che quotidianamente viviamo, il grigio che sta facendo addirittura versare lacrime agli astanti che hanno assistito alla copertura dei pezzi, è un grigio positivo.



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