Le vittime e i carnefici si somigliano, hanno gli stessi capelli, gli stessi miti borghesi. Così la pensava Pasolini, ed è la prima cosa a cui vien da pensare oggi, leggendo di questo nuovo episodio dell’orrore, l’omicidio di Luca Varani, talmente insensato e spiazzante da rimandare a un film, una serie tivù, un videogioco. E c’è difatti nelle sale il Jeeg Robot con Santamaria, rapinatore prima e poi pronto a “salvarli tutti” per la promessa fatta alla sua bella in punto di morte: intanto quanti ne ha massacrati, scazzottati, lasciati secchi dopo combattimenti all’ultimo schizzo di sangue. Sembra un film anche questo delitto, ennesimo dopo quelli che ogni mercoledì ripropone accanitamente Chi l’ha visto: il giovane Marco Vannini a cui spara proditoriamente e senza una ragione il suocero in una sera qualunque, i due fidanzati di Pordenone giustiziati dopo la palestra dagli amici fanatici, la professoressa di francese strangolata dall’ex studente: ti carichi di forza e poi colpisci e l’invulnerabilità è arbitraria, a volte dai un colpetto e stendi, altre volte devi colpire più volte, e ancora e ancora, e finisce che magari ti fai male tu. Spesso c’è bisogno di far male tanto. E a lungo. Ma è sempre per vincere su un avversario che costituisce una minaccia. Mai per il gusto di uccidere. “Volevamo sapere cosa si prova”, hanno detto i nuovi carnefici.

 

Ritornano le parole dei servizi sul delitto del Circeo: le sevizie, la crudeltà, il sadismo. Le abbiamo risentite per Giulio Regeni, ma lì c’entrava la politica, dove la tortura, seppur medievale, è uno strumento, il fine è scoprire qualcosa, carpire il segreto. Brutale, sconvolge ma non fa perdere le coordinate. È esistito anche da noi, prima che in Egitto, si chiamava Medioevo, oppure si chiama cronaca violenta di morti ammazzati nelle caserme o da uomini con la divisa, Cucchi, Aldrovandi, Uva, Magherini, gli altri. Ma in quest’ultimo caso le vittime e i carnefici non sono dalle due parti opposte di una rappresentazione di stato (la ribellione, il potere), e nemmeno vogliono salvare “i nostri” uccidendo “gli altri”, come il cecchino micidiale di Clint Eastwood in American Sniper. Nessuno resiste alla tentazione di guardare su Facebook le facce dei due giovani omicidi e della loro vittima, più giovane ancora. Sono del tutto anonime, né belle, né brutte, anche se i commenti idolatrano volti e pose enfatizzati dai filtri Samsung o Instagram.

 

Nel Jeeg Robot di Mainetti il cattivissimo che vuole fare esplodere l’Olimpico durante il derby ha un sogno ancora più grande: fare tanti like, migliaia (non milioni: migliaia), più del video in cui il supercriminale rivale svelle dal muro di una banca uno sportello intero: “Che te sei fatto, ‘n bancomat?”, chiede la sua bella per nulla sconvolta di trovarglielo in tinello, quell’Alessia eroina improbabile e indifesa che Jeeg proteggerà a costo di svelare il segreto della forza sovrumana al nemico acerrimo. Storie di matti, disperati e folli, di gente che massacra perché tanto poi pure dalle fiamme (“mo t’appiccio veramente”, la camorrista persecutrice) ci si rialza, e persino dall’esplosione subacquea di una bomba destinata a far saltare in aria uno stadio. A tacere dell’impossibile per cui dopo un bagno nel Tevere non si esce intossicati dai rifiuti ma coi superpoteri in canna, rinati. Quel “volevamo vedere cosa si prova” dei due normalissimi ragazzi romani (non neofascisti come i tre del Circeo, solo ragazzi fuori corso e con tanti euro in tasca, se ne hanno spesi un migliaio per farsi di coca due giorni, e totalmente svincolati da famiglie o relazioni se sono spariti dalle vite abituali per restarsene a massacrare con tutto comodo), può lasciare più sgomenti della forza bruta dei due di Jeeg Robot perché è senza scopo, se non quello di “vedere l’effetto che fa”, come dire proviamo il nuovo videogioco, guardiamoci una serie tivù, facciamo una cosa diversa. Uccidiamo quello là.

 

Il padre di uno dei due non resiste alla tentazione di salire alla ribalta criminale a sua volta, lasciandosi intervistare in prima serata: quando il figlio gli racconta che ha preso della cocaina (così al conduttore che lo incalza: “ci dica, ci dica cos’è successo”) ripete che ha fatto una cosa bruttissima, ma quando il figlio aggiunge: “abbiamo ucciso una persona”, la reazione di sorpresa s’indirizza più sul numero che sull’azione criminale (“perché, quanti eravate?”). Pasolini, ai tempi del Circeo, chiedeva ai suoi lettori di interrogarsi da una prospettiva antropologica e sociale, su come cambiavano i costumi e come il permissivismo sessuale avesse di fatto esasperato il desiderio e modificato la pulsionalità in esibizione coatta, potenzialmente volta all’inganno o al crimine, nei casi estremi. I due ragazzi del Collatino non suggeriscono nessuna mutazione antropologica e nessun tabù violato: non conoscevano abbastanza la vittima, come nei delitti familiari o passionali, non hanno sparato in modo casuale come i pazzi nelle scuole o per strada. Che volessero “soltanto” vedere cosa si prova, e che non sappiano o non provino a motivare in altro modo, ci interroga per ora tutti senza una risposta: nel cattivissimo di Jeeg Robot la follia dei like non si spingeva al punto da non fargli distinguere il bene dal male e anzi, dopo aver ucciso o fatto uccidere qualcuno, indifferentemente, si affretta a sfregarsi le mani con l’Amuchina sempre pronta sul tavolo. Sei ancora quello della pietra e della fionda, ma almeno puliamo.



  • Kapancik, opera di Mona Hatoum.
    Kapancik, opera di Mona Hatoum.
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