Bailly e la questione animale

La lettura dei saggi che compongono Il partito preso degli animali (Nottetempo, 2015) del filosofo francese Jean-Christophe Bailly si è districata all’insegna di una precisa frase di Georges Didi-Huberman: “Soltanto ciò che all’inizio fu capace di dissimularsi può apparire”. Queste parole risuonavano come una sorta di ritornello, come se gli approcci delineati da Bailly sulla questione animale non potessero che essere letti sugli echi di quest’apostrofe, di questa precisa constatazione.

Forse quando pensiamo all’animale, al regno animale nelle sua pluralità di forme, siamo messi costantemente di fronte allo spazio inatteso e sorprendente di una dissimulazione, di un camuffamento: l’arte di sapersi nascondere.

Nel ritrarsi tipico dell’animale, all’avvicinarsi dei nostri passi o all’opprimente stazionare degli sguardi desiderosi di sapere qualcosa di più su ciò che vediamo, la situazione tipica che ci si presenta negli zoo, nei giardini naturali, ecc., si rivela un mondo composto da flebili segnali, da minime apparizioni. Sono le scie, le piste segnate dall’animale, le impronte leggere per eludere o evidenziare il proprio passaggio. Questi tratti, che appartengono all’esperienza dell’eclisse, dell’intermittenza, della cancellazione, devono essere colti come slanci per poter carpire gli infiniti modi in cui il vivente si dà forma e osservare diversamente il territorio che abitiamo in comune, affinché ci possa essere riconsegnata una modalità altra del vivere e del dimorare, troppo spesso e con troppa leggerezza ignorata.

 

Quello che Jean-Christophe Bailly espone non sono certo delle linee-guida, una sorta di decalogo, per un nuovo approccio verso il vivente, bensì accenni, spunti, intuizioni, fugaci sfumature che ci possano portare a un’evidenza, quella di uno slittamento inevitabile della possibilità di riunire il vivente dentro classi o suddivisioni, dimostrando invece la disseminazione continua del vivente in quanto tale, il suo smembramento.

I saggi raccolti all’interno de Il partito preso degli animali, provenienti da conferenze e seminari, prendono corpo nei capovolgimenti di una continua dialettica tra il visibile e l’invisibile, tra ciò che ci appare e ciò che, con il nostro modo di vedere troppo umano, non siamo in grado di cogliere, ovvero quello che si dipana sottotraccia, fino all’emersione di una dilatazione della visione stessa, composta di strappi, slanci, piste da tracciare, tracciati che si perdono e poi ricompaiono all’improvviso. 

Ciò che si viene a creare è una sorta di costellazione di concetti, impressioni, ma soprattutto di esperienze, talvolta casuali, altre volte ricercate (come il volo delle oche nella prateria svedese del Varmland), indirizzate a desumere la brutalità, la veemenza con cui il vivente persegue i suoi processi di individuazione per divenire quel singolare vivente, all’interno dell’aperto.

 

 

Lo scrittore inglese John Berger, a proposito dell’aperto, riassumeva descrivendolo come quella spazialità in cui i tre regni (minerale, vegetale, animale) si confondono. Nuovamente è la capacità di nascondersi, di sapersi insinuare nelle fessure, ad essere la prerogativa del dialogo tra i tre regni. 

Rilanciati nelle forme di una dissimulazione, di un naturale sapersi spostare e confondere, l’aperto stesso diventa quel luogo costituito non solo da ciò che è visibile, da ciò di cui posso rendere conto e legittimare attraverso una constatazione visiva, ma parimenti dalle fughe, dagli sviamenti subitanei, che ai nostri occhi appaiono come inaccessibili, sempre oltre la nostra possibilità di carpirli. Sono ad esempio le lunghe traiettorie dei volatili nel cielo, quelle esperienze così eccessivamente lontane per noi, sono le piste spezzate, i cortocircuiti direzionali degli animali inseguiti dal proprio predatore: sappiamo che esistono, ma non ne riusciamo a fare esperienza. Questi prolungamenti lasciati dall’animale si rivelano come delle propensioni, delle inclinazioni tali da implicare sia una continua revisione di un loro raggruppamento, di una designazione secondo le qualità o le affinità biologiche, sia il ripensare ogni vita, nel suo differenziarsi, come “una perpetua correzione, un apprendistato”.

 

Nella presenza stessa dell’animale si propone ripetutamente qualcosa simile a uno scarto irriducibile, tale da poterlo cogliere unicamente come eccesso, come un essere altrove, non rispetto a se stesso. Eccesso nei confronti di un nostro poter catalogare, inserire, rinchiudere l’animale che osserviamo all’interno di un complesso sistema di classificazioni ed evoluzioni, poiché qualcosa dell’animale stesso nel suo aderire a sé, nel suo continuo processo di individuazione, oltrepassa la possibilità di comporre un inventario, un registro all’interno del sapere. Si instaura infatti una sorta di sfasamento, che invece di restituirci ciò che osserviamo come conosciuto, ricondotto all’interno di categorie prestabilite, lo inclina verso un non-sapere, verso quel lato sconosciuto rispetto al quale l’unica reazione possibile è quella dello stupore. Uno sfasamento che ci rimanda ad un vissuto anteriore, a quei momenti dell’infanzia, in cui, seppur a conoscenza del nome dell’animale e delle classi di appartenenza, eravamo anticipati dall’esclamazione, da un piacevole essere sorpresi.

Attraverso questo esubero l’animale si posiziona quindi sempre altrove rispetto a un nostro tentativo di definizione, soprattutto quando facciamo esperienza di quello che può essere indicato come il logos animale, quel linguaggio muto, per noi privo di significati, ma che deve essere forse interrogato come uno spazio di creazione, uno slancio infinito ad intrecciare nuovi rapporti e declinazioni verso il proprio ambiente.

La proposta di Bailly è quella di introdurre un necessario sviamento all’interno del linguaggio, dove sia possibile cogliere una sottile evasione, un lato soffuso che ci permetta un incontro, un contatto, ma solo a partire da una deposizione progressiva delle nostre modalità di vedere, constatare e definire. 

Lo spostamento proposto ci invita innanzitutto ad una riconsiderazione dei verbi nella forma temporale dell’infinito rispetto ai nomi. Mentre i nomi posseggono una tendenza alla numerazione, all’identificazione, all’elencazione, i verbi nella loro forma all’infinito rivelano una certa capacità a dislocarsi, a modellare, accentuandole, le azioni, una sorta di flessibilità maggiore, come se emanassero la possibilità di cogliere un’esperienza che reputiamo essere più vicina al mondo animale.

 

 

Bailly insiste sottolineando come “i verbi si divertono in natura”, come se avessero una tendenza intima a volgersi altrove e a depistarci dall’individuare una precisa azione, ma mantenessero al tempo stesso uno statuto aleatorio, una latenza tanto soffusa quanto dilatata, come quella di un semplice respiro.

Proprio il respiro è forse l’immagine cardine dei riferimenti di Bailly, una sorta di trait d’union che funge da legame concettuale dei testi presenti in questa raccolta. Il respiro è, parimenti alla pulsazione, l’immagine principale che si attribuisce al vivente, è anzi ciò che definisce il vivente come porosità, come continuo chiudersi-dischiudersi. Eppure il respiro si mantiene estraneo alla visione, non lo vediamo, se non attraverso la modulazione degli organi. 

Il respiro assume così lo stesso statuto della pista, della scia: è eccedenza, eppure è la condizione a partire dalla quale possiamo cogliere l’altro in quanto vivente, così come la scia, la traccia, sono nell’ordine di un esubero invisibile a partire dal quale veniamo a conoscenza dei processi di individuazione di altre forme viventi, dei loro prolungamenti, del loro stabilirsi e muoversi negli spazi.

La condizione per poter accedere al minimo respiro, al minimo battito, è la creazione di “piste immaginarie”, quei segmenti non battuti, non segnati, o ancora da delineare, ma nella cui composizione e scomposizione avviene la stessa alternanza tra visibile e nascosto che è manifestazione della natura stessa. 

Si prospetta quindi attraverso una riabilitazione dell’immaginazione la possibilità di cogliere sia quelle piste invisibili che sono i movimenti e i gesti degli animali nell’aperto, sia una riconsiderazione dei luoghi in cui viviamo, in cui dimoriamo, dove camminiamo, ci appostiamo, attendiamo o convergiamo con altre forme viventi, come l’alterità stessa della prospettiva, di cui l’aperto è l’esplicazione.

Bisognerebbe diventare traduttori dell’impressione, di ciò che si incide nell’aperto, di ciò che rilascia il proprio calco invisibile come un esergo del proprio passaggio e della propria vita, per cogliere quella supposta incomprensibilità di un mondo, quella stranezza o insignificanza che attribuiamo agli spostamenti degli animali. 

 

Forse provando ad immaginarci le traiettorie degli uccelli, i passi cadenzati e pensanti dei grandi mammiferi, le serpentine rapide e alternate di alcuni rettili, possiamo riuscire a catturare un istante dei loro spostamenti e di una capacità sempre in divenire di stare in un territorio, di spostarsi e fermarsi in esso.

Possiamo così tentare di cogliere la leggerezza del respiro: lasciando una traccia, ma sempre come esubero nelle fattezze di un inavvertito che deve essere costantemente ripensato e immaginato. L’accesso all’aperto è una questione di prospettiva.



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