Sergio Benvenuto. Il fondo opaco del reale

Nel presentare l’ultimo lavoro di Sergio Benvenuto La psicoanalisi e il reale. “La negazione” di Freud (Orthotes 2015) vogliamo qui proporre una lettura che partendo dalle considerazioni finali avanzate dall’autore risalga il testo in un movimento a contropelo tramite cui l’argomentazione esplicatava trovi una propria “negazione”, in termini freudiani, ed elevazione, nel senso dell’Aufhebung, all’interno di quella che riteniamo sia la proposta sottaciuta e al contempo svelata in filigrana di un’etica della pratica analitica. Etica che si fonda sulla volontà e capacità della psicoanalisi fin dalle sue origini di occuparsi in termini filosofici e genealogici dell’archè, ossia di quell’elemento trascendentale, identificato da Freud con Eros, che fonda l’essere del soggetto ponendosi come causa e fine del suo agire a tutti i livelli. Senza fare i conti con Lust, che Benvenuto propone di tradurre con desiderio-godimento, non è possibile alcuna etica, come ricorda anche Lacan nel suo Seminario settimo, se non quella mercantile che corrisponda ad un soggetto completamente inserito in un immaginario tipico di una filosofia utilitarista il cui assunto di base, in ciò identico al discorso del capitalista, è che ciascun individuo usando le proprie credenze miri a soddisfare edonisticamente i propri desideri giungendo così alla felicità.

 

Per Freud così come per Lacan che porta alle estreme conseguenze gli assunti avanzati dal padre della psicoanalisi, le cose sono evidentemente più complesse in quanto il desiderio stesso è un’entità complessa, o per usare le parole di Benvenuto, originariamente contraddittoria. Sarebbe questa l’acquisizione fondamentale a cui si perviene tramite la lettura del brevissimo, ma denso saggio freudiano del 1925 “La negazione” (Die Verneinung): Lust in quanto desiderio-godimento è al contempo se stesso e il suo contrario Unlust. Per affermare questo, scrive Benvenuto, lo stesso Freud si affida, in questo testo così come in altri, a un linguaggio che rischia costantemente, soprattutto secondo l’ottica di un lettore superficiale o di un suo dichiarato detrattore, di cadere in contraddizione. Dalla prospettiva di un approccio positivista si può dunque vedere in questo una debolezza del pensiero freudiano oppure come fa Benvenuto, sulla scia di Lacan, ritenere che questo uso del linguaggio sia il solo in grado di porsi all’altezza dell’oggetto che designa, attraverso una corrispondenza che non è meramente di ordine significante, bensì si potrebbe dire di carattere ontologico. La parola di Freud, afferma Lacan, è una parola piena nel senso che svela qualcosa di fondamentale della soggettività, ragion per cui possiamo affermare non può che ripetere svelandola quella contraddizione strutturale su cui si fonda la stessa soggettività. È questo, a nostro avviso, il gesto etico fondamentale di Freud che tenta di fondare una genealogia del soggetto a partire dal desiderio-godimento (Lust). Gesto etico e politico che ripete Benvenuto nel momento in cui facendo un lavoro certosino di scavo etimologico sui termini utilizzati da Freud s’impegna, attraverso un approccio che egli stesso definisce “pietà decostruttiva”, a dilatarne il testo sino al punto di mostrarne tutte le implicazioni in tutti i loro aspetti, compresi come dicevamo quelli apparentemente contraddittori.

 

L’esito a cui perviene Benvenuto tramite questo sguardo patetico, nel senso della pietas, e decostruttivo è quello, a nostro avviso particolarmente interessante, che troviamo nell’ultimo capitolo del libro, di quella che abbiamo definito un’etica della pratica analitica basata su una psicosi della vita quotidiana. Il riferimento esplicito è alla Psicopatologia della vita quotidiana di Freud con l’innesto altrettanto evidente del contributo lacaniano sul tema della negazione freudiana. Ai due tipi di negazione individuati da Freud, ne La negazione e nel testo sul feticismo, la rimozione (Verdrängung) e la sconfessione (Verleugnung), ricorda Benvenuto, Lacan aggiunge infatti l’esclusione o forclusione (Verwerfung) che renderebbe conto della struttura della soggettività psicotica. In altri termini, per il Lacan della Risposta al commento di Jean Hyppolite sulla Verneinung di Freud ciò a cui ne “La negazione” Freud ci consente di pensare è un’intersezione tra simbolico e reale senza passare dalla mediazione immaginaria.

 

È quanto accade nei vissuti caratteristici della psicosi quali l’allucinazione, il déjà vu e il sentimento di irrealtà rivelativi di come la soggettività in quanto tale si strutturi a partire da un disconoscimento, che nel caso della psicosi diviene vera e propria esclusione, del reale, di quell’Io desiderio-godimento (Lust-Ich) di cui parla Freud, il quale non manca di approfittare delle defaillance del logos, dell’ordine simbolico, per fare ritorno. Nelle allucinazioni «il reale entra nella nostra esperienza come eventi senza essere» (p.116) ossia privi di una rappresentazione simbolica là dove l’essere è pensato heideggerianamente come ciò che conferisce realtà all’ente. Se la realtà, il mondo è per Lacan la casa (Heim) in cui tramite l’ordine simbolico ci ritroviamo, l’allucinazione è dell’ordine dell’Unheimliche, dello spaesamento, del non familiare. La sua apparizione, che Lacan figura “come una interpunzione senza testo” (p. 117), comporta la cessazione della parola, il suo venir meno. L’elemento allucinatorio è dell’ordine di un significante privo di qualunque significazione. In altri termini, ed è qui afferma Benvenuto che Lacan arriva a sorprenderci rovesciando in parte i termini freudiani, ciò con cui veniamo in contatto nell’interruzione del linguaggio è la struttura simbolica originaria, ossia quell’insieme di rappresentazioni sovraindividuali di ordine affettivo tramite cui originariamente il soggetto ha strutturato a un livello primario, attraverso un primo assaggio direbbe Freud, la realtà.

 

La negazione di questo livello viene definita da Lacan disconoscimento (méconnaissance) ed è rappresentata da quella che Freud definisce strutturazione discorsiva o intellettuale della realtà. Ora, se per Freud la soggettività si struttura inauguralmente su quella che Benvenuto denomina un’archi-corismia, ossia una separazione originaria fondata su un giudizio d’attribuzione regolato dal principio di piacere per cui ciò che è male è ciò che non viene riconosciuto dall’Io e dunque ciò che viene negato, espulso, ossia il reale; per Lacan al contrario il male e la morte non vengono associati al reale che anzi è quanto di più vitale caratterizzi il soggetto, bensì al simbolico. Quest’ultimo considerato come strutturazione discorsiva o intellettuale della realtà è per Lacan l’elemento trascendentale tramite cui il soggetto conferisce l’indice di realtà agli oggetti percepiti. In altri termini se crediamo a ciò che vediamo è perché né abbiamo già una rappresentazione. Ora l’allucinazione, l’esperienza del déjà-vu o del déjà-vécu, così come quello di irrealtà, sono fenomeni psichici che pur essendo caratteristici della soggettività psicotica in realtà rivelano qualcosa di comune del funzionamento della mente cosiddetta normale, ossia il fatto che «da qualche parte ciascuno di noi ha dei punti ciechi che non gli permettono di simbolizzare il mondo» (p. 120).

 

Se dunque freudianamente la psicoanalisi viene comunemente percepita come una logoterapia nella convinzione che la cura passi per una purificazione del reale tramite l’elevazione della parola, l’etica della prassi analitica che viene proposta da Benvenuto, tramite una lettura di Lacan per noi molto condivisibile, passa inevitabilmente da una psicosi della vita quotidiana, ossia da quei punti ciechi che rappresentano il punto di contatto degli individui con la vita, con la propria verità, ossia con Lust. Tant’è, ricorda Benvenuto, che se il primo Lacan degli anni Cinquanta aveva insistito sulla funzione della parola e del linguaggio, quello degli anni Sessanta in poi diviene sempre più real-ista nel senso che punta sempre più a mettere in luce ciò che proprio la parola e il linguaggio mancano. Cosa che si riflette anche sull’introduzione della tecnica delle sedute brevi attraverso le quali ciò che viene impedito è qualsiasi forma di compiacimento linguistico logorroico. La parola a cui l’ultimo Lacan tende è una parola ridotta all’osso, una parola che nel suo proporsi partecipi in qualche modo a ciò che dice. Una parola del limite, nel senso che sappia includere quel limite a partire da cui un certo punto della realtà è stato escluso. Il sentimento di déjà-vu di cui lo psicotico non smette di fare esperienza, ma che ciascuno di noi ha potuto esperire almeno una volta nella vita, è uno dei fenomeni attraverso cui ci rapportiamo a questo limite generato da quell’archi-corismia che struttura la nostra esperienza del mondo. Il fatto di vivere un’esperienza attuale come un’esperienza già vissuta è per Lacan un modo di simbolizzare una realtà che priva di questa ripetizione/sdoppiamento apparirebbe irreale: «è ripetendo che l’essere umano passa dal mero evento al simbolo: ripetendo l’evento, raddoppiandolo, lo trasforma in significante» (p. 122).

 

In questo raddoppiamento dell’esperienza in cui abbiamo l’illusione di rivivere qualcosa di già vissuto di fatto per un istante siamo messi in contatto con un mai vissuto, un’esclusione primordiale. Come se per un attimo il meccanismo della rappresentazione cortocircuitandosi ci mettesse di fronte all’evidenza insopportabile e comunemente disconosciuta, da una parte, di un nostro essere affetti da ciò che, come ricorda la parola Vorstellung, ci sta davanti, dall’altra del fatto che il simbolico in quanto tale non ha esistenza, è pura virtualità. Emblematica per Lacan dell’inesistenza simbolica è l’esperienza del sentimento di irrealtà, la stessa che prova Freud davanti all’Acropoli di Atene nel 1904, nel momento in cui egli non crede ai propri occhi improvvisamente viene meno quell’alleanza tra percezione e rappresentazione, «il testo si interrompe lasciando così a nudo il supporto della reminescenza» (Scritti, p. 383). L’Acropoli in questo caso diviene una sorta di simbolo nudo sganciato da quello che veicola e supporta, un simbolo non più virtuale bensì esistente e perciò perturbante, come se, scrive Benvenuto, un numero bussasse alla nostra porta dicendoci “Buongiorno sono Sette”.  L’immagine del simbolico lacaniano che ci propone Benvenuto è quella di un dispositivo – o meglio sarebbe definirlo secondo l’autore ‘testo’ – paradossale tramite cui da una parte gli enti assumono esistenza, dall’altra la realtà subisce un’amputazione, una mortificazione: la Bejahung, affermazione simbolica primitiva, freudiana si rivela essa stessa una Verneinung originaria, ossia affermare è un altro modo di negare. Se dunque vediamo e riconosciamo la realtà attraverso i simboli, vedere i simboli nella realtà significa fare un’esperienza tipica della mente schizofrenica. Lo schizofrenico non smette di vedere ciò che solitamente non smettiamo di non vedere, ossia il nostro negare il mondo: per lui il mondo è negativo e il simbolico non può negare questo negativo e quindi quest’ultimo arriva a confondersi con la realtà, con il mondo. Tutto diventa segno, anche se segno svuotato, privo di valore metaforico.

 

Sono questo tipo di fenomeni di ordine psicotico a restituirci l’evidenza che il nostro sguardo sul mondo è uno sguardo di tipo anamorfico, il cui principio deformatore è Lust nella sua doppia accezione di desiderio e godimento, ossia freudianamente di Eros e Thanatos. Questo a discapito di qualsiasi forma di approccio realistico alla realtà così come da qualche anno viene promosso da pensatori neorealisti. Il soggetto che propone Freud secondo Benvenuto è un soggetto originariamente etico nel senso che originariamente attraverso il Lustprinzip crea una scissione tra interno ed esterno, io e mondo. Malgrado ciò elementi esterni ed elementi interni non si distinguono nettamente poiché l’Io (Real-Ich) stesso «in quanto costituito dalle rappresentazioni di ciò che è stato accettato, è sempre in qualche modo rappresentazione di cose esterne (…) l’Io freudiano è una deriva del mondo» (p.30). La soggettività è dunque un modo per interiorizzare il mondo e per farlo essa si serve di zone intermedie o transizionali direbbe Winnicott tra Io e non-Io. La psicoanalisi allora, ci viene da pensare, è etica non tanto quando punta a interiorizzare ciò che il discorso dell’analizzante situa all’esterno o a mostrare come ciò che egli vive come proprio in realtà è un’interiorizzazione del discorso dell’Altro.

 

Certamente l’analisi fa anche questo, ossia rileva quelle opposizioni dualiste tramite cui, scrive Benvenuto, si fenomenalizza la verità essenziale del vivente come Lust. Ma se etica c’è, essa crediamo stia nel sostare e nel sostenersi in quegli elementi che mettono in scacco ogni tipo di dialettica tra esterno e interno. Fermarsi in questo punto contraddittorio dove il meccanismo della rappresentazione subisce un cedimento ci consente di rovesciare la convinzione comune secondo cui il soggetto tra le altre cose desidera e gode, mostrandoci invece, afferma Benvenuto, come siano il desiderio e il godimento che talvolta si soggettivano. La psicoanalisi dunque non può essere una scienza. La verità su cui il soggetto si fonda, ossia Lust, come abbiamo visto non è una verità positiva, misurabile. È piuttosto come mostra Lacan un fondo opaco, senza senso, una continua interruzione del dispositivo significante. In queste interruzioni nulla sembra consegnarsi mentre il soggetto sembra consegnato, afferma Benvenuto rifacendosi ai termini della teoria dell’informazione, a quel rumore di fondo che è parte del suo mondo, ma che non facendosi segnale rimane costantemente non percepito, inesistente. La conclusione allora a cui ci permette di pervenire il libro di Benvenuto è quella di un soggetto della psicoanalisi che è prima di tutto un soggetto con-fuso, precipitato nell’impossibilità di decider-si e di negar-si, un soggetto radicalmente etico.

 

 

Il libro: Sergio Beneveuto, La psicoanalisi e il reale. "La Negazione" di Freud, Orthotes, Salerno-Napoli 2015, pp. 166, € 17,00



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