Il mondo al tempo della fine delle guerre
Tra René Girard e Michel Serres

Appare sempre più chiaro quel che, circa un decennio fa, dopo lo spartiacque tragico delle Torri Gemelle, alcuni pensatori come René Girard e Michel Serres, entrambi dell’Accademia di Francia e per tanti anni colleghi alla Stanford University, sostenevano con una perentorietà che lasciava ancora scettici non pochi: l’epoca delle guerre istituzionalizzate è finita, il mondo è entrato nell’era del terrorismo globale, di una forma di violenza nuova e irregolare. Forse, il punto più drammatico di precipitazione di quell’“età dell’estremismo” che, riprendendo una lungimirante espressione di Susan Sontag, Marco Belpoliti fa risalire già agli anni successivi alla caduta del Muro di Berlino e precedenti il clamoroso attacco terroristico del 2001 (L’età dell’estremismo, Guanda 2014). Siamo ancora presi dall’angoscia del presente, dalla prospettiva immediata di convivere quotidianamente con la paura e dalla preoccupazione per le garanzie e le libertà democratiche che dovremo sacrificare per combattere un male maggiore, per riuscire a gettare uno sguardo più ampio, a decifrare il senso più generale di questo passaggio epocale. Ma è proprio quello che hanno fatto recentemente, in alcuni testi chiave, Girard e Serres ed è forse il caso di riallacciarci al filo dei loro ragionamenti e delle loro previsioni, per provare a riannodarlo alle inquietudini che, dopo gli attentati di Parigi, si rinnovano di fronte al futuro.

 

Ragionamenti e previsioni che si snodano e s’intrecciano, a partire dalle stesse premesse antropologiche, che coincidono con il lascito intellettuale fondamentale di Girard, scomparso a Stanford agli inizi di novembre scorso, e che, secondo Serres, lo fanno assurgere a “nuovo Darwin delle scienze umane” (R. Girard, M. Serres, Il tragico e la pietà, EDB 2015). Ma, poi, si divaricano, inclinando a un accento più pessimista nell’uno e più ottimista nell’altro. Infatti, di cosa sono segno le “guerre locali”, il terrorismo, la sfida lanciata dal fondamentalismo islamico all’Occidente, dopo la caduta del Muro di Berlino? Se, per Girard, si tratta di una nuova escalation verso la violenza e di un’accelerazione dell’umanità verso l’apocalisse e la catastrofe, per Serres potrebbero essere i fuochi fatui di una violenza ormai in risacca, la cui enfatizzazione mediatica nasconde l’embrione di un’umanità più propensa alla pace: secondo Serres, la nuova “guerra mondiale” la stiamo conducendo contro il “mondo”, la natura, il clima, come i due duellanti del Duello rusticano di Goya che, con i piedi affondati nella palude, avvertono che una terza presenza potrebbe ribaltare in sconfitta la vittoria dell’uno o dell’altro.

 

Francisco Goya, Duello Rusticano, 1823

Queste tesi così nette, anche nella loro polarizzazione, apparirebbero però arbitrarie se non venissero ricondotte alla raffinata impalcatura teorica che le sorregge. Bisogna innanzitutto ripercorrere la catena di assiomi dell’antropologia girardiana, facilmente estrapolabile dai suoi saggi, che spiegano l’origine stessa del collettivo, dell’appartenenza e financo dell’ominazione: il desiderio umano è sempre mimetico e triangolare, perché tra il soggetto desiderante e l’oggetto del suo desiderio c’è sempre un mediatore; la violenza è generata dalla rivalità mimetica, acuita da crisi anomiche o da catastrofi improvvise in seno al gruppo; solo la religione può mettere un argine alla violenza, o mediante il sacrificio di un individuo solo, successivamente sacralizzato perché ha permesso di ristabilire l’ordine, le differenze e la riconciliazione, o mediante la rinuncia al sacrificio, come accade con il cristianesimo che ha rivelato il «meccanismo vittimario» e l’innocenza della vittima; le culture umane provengono, dunque, tutte dalla religione, ovvero da un meurtre fondateur, un assassinio fondatore, perpetuato e occultato come tale nei rituali, nei miti e nelle leggende. La domanda che si pone Girard a questo punto è: che ne è della violenza nel mondo moderno, una volta che è stata rivelata come tale dal cristianesimo? Secondo Girard, la storia moderna degli uomini attesta un paradosso che stride con la logica del terzo escluso ma non con la logica mimetica: la violenza cresce nella misura in cui diminuisce. In effetti, da una parte, la Passione-Rivelazione di Cristo ha reso inefficace i meccanismi sacrificali, compensati, all’interno degli Stati, dai sistemi giudiziari sempre più razionali e “umanitari”, fino a prevedere l’abolizione della pena di morte; dall’altra parte, venuta meno la cintura protettiva delle religioni arcaiche e sacrificali e in assenza di altri meccanismi capaci di arginarla, soprattutto tra gli Stati, la violenza si è potuta scatenare senza freni, dando luogo nel XX secolo a genocidi, massacri, persecuzioni, senza precedenti per crudeltà e ampiezza, e a “guerre” che in verità, già da Napoleone Bonaparte, mutano natura, assumono prassi terroristiche e non corrispondono più alla guerra per antonomasia, intesa come codice di comportamenti istituzionalizzati e regolati.

 

René Girard

 

In uno dei suoi ultimi libri più controversi, dedicato a Clausewitz e pubblicato nel 2007 (Portando all’estremo Clausewitz, Adelphi 2008), René Girard riconosce all’ufficiale prussiano di aver intuito questa tendenza all’estremo della violenza e delle guerre moderne, allorquando definisce la guerra come un duello su vasta scala, spinto dall’azione reciproca ad un uso illimitato della forza. Rapportando la guerra alla scena elementare e originaria del duello, egli coglie anche la radice mimetica della rivalità umana e dei conflitti, che oppone i “fratelli nemici”: Caino e Abele, Eteocle e Polinice, Romolo e Remo, che per Girard diventano poi Francia e Germania tra XIX e XX secolo, rivalità foriera di due guerre mondiali, e si prepara ad essere quello tra Stati Uniti e Cina. Anche se lo stesso Clausewitz, sempre in altre pagine del suo capolavoro Vom Krieg, abbandona di fatto quest’intuizione sull’essenza della guerra per una sua definizione più razionale, come continuazione della politica con altri mezzi (la “formula” per la quale viene ricordato), egli nondimeno è, secondo Girard, il testimone del crepuscolo della guerra come istituzione, prodromico allo scatenamento apocalittico della violenza del secolo scorso e a quello di oggi, dove “la tendenza all’estremo si serve dell’islamismo come ieri si è servita del napoleonismo o del pangermanesimo” e “gli attentati suicidi sono un’inversione mostruosa dei sacrifici primitivi: invece di uccidere delle vittime per salvarne delle altre, i terroristi si uccidono per ucciderne delle altre”. La guerra ex-jugoslava, la nuova Jihad contro l’Occidente, la guerra dell’Ucraina orientale, la ripresa dello scontro sunniti-sciiti fomentata dall’Is: insomma, la recente recrudescenza magmatica di violenza sembra avere un filo conduttore proprio nel mimetismo e nella rivalità gemellare. Si tratta di vedere se, come ritiene Girard, essa conferma una traiettoria apocalittica nel futuro dell’umanità, che, in ogni caso, sempre secondo il pensatore francese, non deve indurre ad una rassegnazione fatalistica, ma semmai rinunciare al provvidenzialismo o al razionalismo tipicamente occidentale, che chiude gli occhi di fronte alla realtà della violenza, per estirpare la quale gli uomini dovrebbero semplicemente rinunciare al “desiderio mimetico”.

 

L’anno seguente all’uscita di Achever Clausewitz di Girard, Michel Serres pubblica La guerre mondiale, dove, pur ribadendo la condivisione delle tesi antropologiche girardiane, formula una categorizzazione più circoscritta della guerra nonché una rilettura positiva delle grandi trasformazioni storiche del secondo dopoguerra, nella cornice più ampia del processo di ominazione, che lo fanno approdare a una visione utopistica ma concreta del futuro.

 

Per Serres, la guerra è l’allotropo del rito sacrificale che, nelle società arcaiche, interrompe la propagazione della violenza mimetica e l’espelle dal gruppo, deviandola sul «nemico» o «straniero»: è il sacrificio in onore a Marte. Non sappiamo esattamente quando e come è nata l’istituzione della guerra, ma per Serres sicuramente è avvenuta nell’Antichità greco-romana e ne ravvisa emblematicamente la funzione di economia del sacrificio e della morte nell’episodio degli Orazi e Curiazi, quando Roma e Alba trovano, mediante il duello, un modo per decidere chi debba comandare sull’altro, senza spargere il sangue del resto della comunità. Non esiste una “guerra” di tutti contro tutti, la guerra tout court è propriamente una violenza regolamentata, istituzionalizzata, pattuita proprio per evitare una violenza pura, libera e incontrollata.

 

Michel Serres

 

Se, dunque, per Girard, con l’inizio della guerra moderna (le guerre rivoluzionarie e napoleoniche, che chiudono l’epoca delle guerres en dentelles), la guerra svela la sua essenza di “lotta fratricida senza limiti e senza regole”, di quel “duello su più vasta scala” caratterizzato da “una tendenza all’estremo”, che appunto Clausewitz aveva intravisto e poi misconosciuto, per Serres, invece, essa arretra o finisce, cedendo il posto al “terrorismo”, una nuova esplosione di violenza senza diritto, inventato dal Terrore giacobino e perpetrato con le guerre di Napoleone, continuato poi con gli eccidi coloniali, culminato nei massacri e nel terrorismo di Stato dei regimi totalitari del secolo scorso, e, infine, dopo il lungo periodo di pace garantito dall’integrazione europea, ricomparso, oggi, drammaticamente con il terrorismo internazionale di matrice religiosa. Con una punta di ottimismo di sapore leibniziano, Serres aggiunge però che “le esplosioni inattese di alcuni attentati disseminati suscitano il panico, certo, ma producono meno vittime degli incidenti stradali” e non possono appannare il dato fondamentale di una regressione negli ultimi decenni della morte, della violenza, del sentimento fanatico e cieco di appartenenza ad una collettività. La vera apocalisse, verso la quale rischiamo di dirigerci, per Serres, rimane piuttosto la catastrofe ecologica planetaria. Il pieno smascheramento del meccanismo vittimario, non ancora realizzato col cristianesimo, che ha segnato il millenario cammino della storia umana, si avrà  quando scopriremo l’innocenza della vittima di tutti e anche delle nostre guerre: la Natura con i suoi elementi, l’aria, l’acqua, la terra, l’energia, e quando ci obbligheremo universalmente e giuridicamente alla sua tutela, con nuove regole e istituzioni che dovranno nascere ancora e, forse, germinare dal successo di  occasioni come le conferenze mondiali sul clima. Una tutela a cui saremo sempre più costretti e che costringerà sempre più alla «pace», come i duellanti di Goya che smettono di lottare per non affondare nella sabbia mobile.

 

In conclusione, il bivio teorico a cui conduce il confronto tra le posizioni di Girard e quelle di Serres, rispecchia in fondo la biforcazione di fronte alla quale si trova l’umanità entrata nel tempo della fine delle guerre tradizionali, sospeso tra la prospettiva di un governo mondiale e la minaccia del terrorismo, e ancor di più l’oscillazione dei nostri sentimenti.



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