Io parlo ai muri

«Un mio allievo, un giorno in cui era sbronzo, mi ha detto che ero un tipo simile a Gesù Cristo. Si burlava di me, ovviamente. Non ho il minimo rapporto con quell'incarnazione. Semmai sono simile a Ponzio Pilato». Cosa accomuna Jacques Lacan al celebre prefetto romano? Entrambi hanno posto la stessa domanda: “Quid est veritas?” Che cos'è la verità? Il secondo, però, ebbe l'opportunità di porre tale domanda alla Verità stessa. Racconta Giovanni nel suo vangelo (18,38): «Gli dice Pilato: “Che cos'è la verità?”. E detto questo uscì di nuovo verso i Giudei e disse loro: “Io non trovo in lui nessuna colpa”». Perché Pilato fugge via? Perché non ascolta la risposta di Gesù Cristo, la risposta della Verità? Come Lacan, Pilato aveva forse capito qualcosa, qualcosa che va oltre a ciò che si può dire. Agostino d'Ippona ci mostra come, anagrammando la domanda posta dal prefetto romano, un risultato può essere: “est vir qui adest” (è l'uomo qui davanti a te). Ciò che forse, allora, accomuna veramente i due, è che entrambi avevano capito che la verità non può essere veicolata interamente da un dire, ma si deve incarnare, è un pezzo di carne, è concreta, e in quel momento era lì davanti. Tanto concreta che anche la risposta che Gesù Cristo avrebbe potuto dare: “est vir qui adest”, in quanto parola, non sarebbe stata verità. C'è dunque un buco insito nel linguaggio, per cui in tutto ciò che si dice qualcosa mente sempre.

 

In Il mio insegnamento e Io parlo ai muri (Astrolabio 2014, a cura di Antonio Di Ciaccia) vengono raccolti due cicli di conferenze, il primo tenuto tra Lione, Bordeaux e Strasburgo (1967-1968), il secondo, successivo, presso l'ospedale di Sainte-Anne ( 1971-1972 ). Dalla lettura dei sei interventi qui riuniti si evince come l'intento lacaniano sia quello di mostrare l'impossibilità costitutiva di dire tutta la verità, verità a cui, secondo lo psicoanalista francese, sembrerebbe invece mirare il discorso logico filosofico: questo, infatti, ancora profondamente vincolato al dogma cartesiano del “chiaro e distinto”, affidandosi cioè solo a ciò che è presente e manifesto, non riuscirebbe a tenere conto di quell'eccedenza che la vita di qualsiasi soggetto porta in sé. Il sapere logico, infatti, aveva fatto credere che attraverso un metodo rigoroso, ponendo come fondamento alcuni principi detti universali, si sarebbe potuto dedurre una architettura salda e assoluta della verità. Ora però ci si accorge che quelli che erano posti come principi primi non riescono veramente a comprendere l'universalità, ma c'è un residuo che persiste al di fuori di quest'ordine.

 

La grande sorpresa che qui ci viene svelata è che questo non è l'unico sapere vigente, accanto ad esso Lacan ve ne introduce un altro: il sapere dell'inconscio, che mira a mostrarci un'altra verità. Al pari del logos anche l'inconscio però ha una sua “logica”, esso «è strutturato come un linguaggio»: ma ciò su cui si sofferma Lacan in questa frase, è l'articolo indeterminativo “un”, che mostra come tale strutturazione parta dall'impossibilità di ridurre tutto a una determinazione. Non esiste dunque “La verità” ma “le verità” fatte di un vero sempre nuovo in continuo divenire che bisogna sempre creare in ogni istante per cui non c'è altra verità che quella di oggi, quella che io posso pensare e vivere.

 

Questa operazione però non mira ad una decostruzione dissacrante di tutto il senso, ma mette in luce che tale senso non può mai essere portato a senso comune. È impossibile intendere qualsiasi atto enunciativo allo stesso modo. Il Simbolico, infatti, conserva sempre qualcosa del buco, e se il sapere analitico punta a ricoprire questo buco per formare dei saggi detentori di un sapere universale, esso viene ridotto a sintomo (Sinthomodaquino): diviene cioè un sapere alienato agli altri saperi, soggetto allo stesso destino di insoddisfazione che vi è nel cercare di dire tutto.

 

Il movimento che in questi sei interventi ci viene proposto è invece quello di porre l'impossibilità del dire tutto (nominata anche come castrazione o impossibilità del rapporto sessuale)  in posizione dominante, il che significa porre a fondamento quella specie di perdita che si produce necessariamente nella significanza, quel resto di Reale che la vita contiene in sé. Enunciare, dunque, comporta un consegnarsi all'interminabile, implica cioè la rinuncia di una verità come idolo, ossia statica, a fronte di una possibilità di una verità creativa.

 

Ecco perché la parola di Lacan non è diretta in prima persona ai suoi uditori ma esso parla ai muri della cappella di Sainte-Anne. Vederlo parlare ai muri attua una nuova esperienza di parola che non può lasciarci indifferenti, ciò che si indirizza ad essi infatti ha la proprietà di ripercuotersi per echeggiare. La parola che esce dalla bocca del maestro non è più parola diretta, univoca, plagiabile, ma arriva in modo distorto, con un effetto di risonanza, un'eco, un rimbalzo che genera un'inflessione in essa. Tale distorsione, tale eco, cambia la parola provocando afasie, incomprensioni che coincidono (cadono assieme) con il detto allargandolo, arricchendolo dell'ascolto.

 

Arrivati a questo punto non si dipende più dal dominio magistrale dove esprimersi significa esprimere l'esattezza e la certezza del detto secondo il senso, ma ciò che si dice rimanda colui che parla e colui che ascolta a una risonanza che non sta alla verità. Questa operazione non ha come suo fine quello di condurre verso un modo più certo, esatto, dove tutto si ordina secondo la chiarezza di una luce giusta. Non si scopre dunque il bel linguaggio che parla con decoro per tutti: parlare ai muri genera un discorso dell'evento, dove la risonanza produce una parola nuova, diversa da quella che esce dalla bocca del maestro, parola del divenire in quanto si arricchisce nella e della risonanza del detto.

 

Il muro dell'indicibilità della parola, dunque, non è più barriera, non è solo vuoto, ma diviene terreno fertile per la creazione di una parola viva, sorgiva: parola di verità. La mancanza insita nel registro simbolico continua a sussistere, ma si scontra con l'effetto di risonanza, creando attraverso un'eco ciò che non sta al detto, in quanto non è circoscrivibile ad esso, e che contemporaneamente non può cessare di dirsi perché una tale risonanza non c'è affatto prima di essere detta ma si dà  nell'atto di enunciazione. Il dire ha allora la proprietà di una creazione che si rimettere sempre all'opera consegnandosi all'interminabile.

 

Lacan in questi interventi prende sul serio questa indicazione con tutte le difficoltà e le contraddizioni che essa comporta, rinunciando così a qualsiasi approccio ad una verità immobile, a favore di una verità creativa. Attraverso l'atto enunciativo la parola ha luogo, ma essa, nello stesso momento, ha qualcosa che non sta al detto ed è ciò che rende necessario che sia detta di nuovo. Un ridire che però non ha le sembianze di una mera ripetizione che impoverisce la parola, rendendola monotona, ma una ripetizione che tiene conto della risonanza nel suo ripetersi.

 

Attraverso questo nuovo approccio alla verità Lacan ci invita a ricominciare a pensare. Lo stile è diverso rispetto a quello usato nei suoi Seminari: qui infatti la tortuosità della sua parola si scontra con una platea di uditori casuali che non conoscono quello che egli chiama  il suo “ritornello”. Quello che ne emerge è la costruzione di un campo dove la parola è libera di agire, muoversi, per divenire parola viva, attraverso una fioritura continua che si rinnova in ogni istante per dare continuamente risposte nuove le quali non mirano ad un compimento, ma ad un télos inteso come facoltà del compimento, cioè il potere in atto di dare ogni volta declinazioni sempre nuove e inaspettate. La verità così non è più qualcosa di morto, che ha il suo fine, ma inizia a stupirci di nuovo in un continuo divenire presente e attuale, non  accordabile ad alcuna genesi, alcun inizio. Non c'è costruzione definitiva della verità, non si può sostare a fianco della verità, ma essa necessita sempre di una sforzo creativo. Verità mai compiuta, che non può cessare di dire il suo indicibile, che ricomincia sempre distruggendosi e riedificandosi in ogni momento del suo divenire, che, come direbbe Merleau-Ponty, non è mai del tutto nel mondo e tuttavia non è mai al di fuori del mondo.



  • Pontormo, Cristo davanti a Pilato, 1523-1527, Certosa del Galluzzo, Firenze
    Pontormo, Cristo davanti a Pilato, 1523-1527, Certosa del Galluzzo, Firenze
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