Lettera a Marco Rossi Doria

 

Gentile Marco Rossi Doria,

 

conosco la sua storia, leggo costantemente i suoi interventi e come docente della secondaria superiore e collaboratore di doppiozero per le tematiche della scuola e dell’educazione ho sottoscritto e sostenuto le sue iniziative rilanciando le sue riflessioni. Proprio su queste pagine abbiamo salutato il suo ingresso al Miur come una delle poche buone notizie da anni e lo abbiamo considerato come una garanzia e una dichiarazione di intenti condivisibili e beneauguranti per un nuovo corso.

Di fatto lei è un simbolo di quanto di meglio la scuola italiana abbia prodotto e continui a proporre nel tempo e nelle difficoltà che ad ogni tempo sono correlate.

Sono convinto che, alla luce dell’appartenenza a una stessa visione educativa, sociale e politica della scuola, lei potrà comprendere criticità e dubbi che le sottopongo, non tanto in qualità di dipendente di uno stesso servizio che chiede chiarimenti al suo dirigente quanto nella forma di uno scambio di opinioni tra persone che collaborano allo stesso progetto.

 

Dopo aver letto il recente intervento su La stampa del 24 giugno, ci sono alcune cose che non mi convincono. La sua analisi sociale è assolutamente realistica e condivisibile, così come lo è il richiamo a un nuovo patto sociale per la scuola. Partire dalle esperienze di Barbiana o del progetto Chanche come riferimento ideale è indiscutibilmente importante, nobile e chiaro nella misura in cui il mestiere dell’insegnante è particolare e delicato: avendo a che fare con minori che si stanno formando è soprattutto una ‘professione’ (un evento in cui si professa qualcosa) e non una semplice erogazione di ore di servizio, cosa che meno che mai potrebbe valere per la scuola. Non può esserci successo formativo dei discenti senza motivazione e partecipazione ideale a un progetto pedagogico ed educativo da parte dei docenti, i quali sono chiamati a investire in termini umani, professionali ed emotivi in maniera maggiore tanto più gravi sono i problemi che incontrano.

 

Richiamare esperienze forti ed emergenziali di motivazione può essere di supporto morale a chi è già impegnato in tal senso, ma non costruisce nuova partecipazione. Inoltre è vero che sostenendo la parte più debole del Paese si difende la democrazia; è l’obiettivo minimo e irrinunciabile oltre il quale puntare più in alto; perché nel frattempo anche le scuole che hanno funzionato producendo mobilità sociale verso l’alto, pur se non hanno problemi come quelli della scuola primaria in diverse aree disagiate, sono avviate verso un declino lento e progressivo nella primaria quanto nella secondaria, per tacere dell’Università che meriterebbe un discorso più ampio.

Tra i libri recenti sull’argomento mi limito a ricordare La scuola è di tutti di Girolamo De Michele (Minimum Fax, Roma, 2010) che documenta con lucidità lo stato delle cose.

 

La maggioranza dei docenti italiani appartiene a una generazione storicamente nutrita di ideali che nel frattempo hanno esaurito, per dinamiche storiche di lungo periodo, la loro spinta propulsiva. Non si può ignorare che la categoria ha un’età media elevata se rapportata alle esigenze sempre più complesse delle nuove generazioni di studenti; e che è sistematicamente oggetto di politiche giuslavoriste e di campagne stampa che la hanno sfiduciata, demotivata, depressa.

 

Nel frattempo la generazione dei trenta-quarantenni (a cui appartengo), che ha vissuto una diversa stagione formativa nel riflusso ideologico e che ha accettato regole differenti, astruse e persino punitive, è stata tradita nelle aspettative e sta vivendo il precariato in modo drammatico. Se già la precarietà lavorativa ha creato problemi sociali, il suo effetto sulla professione docente è oltremodo nefasto perché si riflette immediatamente sulla qualità dell’insegnamento. Molti colleghi in conclusione della carriera stanno accettando con difficoltà la riforma delle pensioni, ma i miei coetanei stanno peggio: una generazione mal retribuita e in condizioni critiche, che ha poi subito ulteriori contrazioni (in quello che è stato il più grande licenziamento di massa nella storia italiana) non può non serbare rancore, sfiducia e risentimento verso l’istituzione a cui un giorno ha deciso di dedicare la propria attività professionale. A parità di condizioni economiche e di disagio, in altri lavori almeno non si rischia l’esaurimento di risorse emotive e non si vive un tale sentimento di delusione e frustrazione.

 

In queste condizioni richiamare ulteriormente spirito di abnegazione e impegno non può bastare e, se anche è auspicabile, non è realistico nella misura in cui le mancanze di un’istituzione non possono essere colmate dalla buona volontà individuale, dallo spirito di missione o dal volontariato.

 

In questo momento storico per perorare la causa di un nuovo patto sociale per la scuola bisogna affermare che essa è un bene prioritario del Paese. Che nessun, anche grave, problema economico può giustificare i tagli indiscriminati fatti alla pubblica istruzione. Che la miglior garanzia per evitare il disastro politico di una società è la scuola. Che di fronte all’emergenza educativa servono condizioni elementari, sensate e realistiche per fare un lavoro complesso.

In altri termini serve investire economicamente sull’insegnamento, in stipendi, assunzioni e risorse per invertire la rotta che la riforma ha messo in atto, recuperando invece la riflessione precedente.

 

Ecco alcune cose che andrebbero fatte se si crede che il futuro dell’Italia dipenda dall’istruzione dei suoi cittadini. Nell’immediato: promuovere l’immagine del lavoro dell’insegnante come intellettuale e funzionario pubblico. Eliminare l’idea che il sapere sia addestramento a superare prove. Aumentare gli stipendi dei docenti. Ripristinare gli organici funzionali e le compresenze e smetterla con l’ossessione del completamento cattedre di diciotto ore. Abbassare il numero di allievi per classe a venti studenti a fronte delle nuove richieste educative. Ritornare alla programmazione individuale e alle offerte formative con modalità meno rigide rispetto alle indicazioni ministeriali. Aprire una riflessione sui contenuti minimi e condivisi delle discipline incentrando i programmi sul Novecento e riformulando canoni oramai consunti. Incentivare l’informatizzazione e la formazione multimediale del personale segnato dal digital divide rispetto agli studenti. Migliorare biblioteche e risorse informatiche (pc e Lim, aule multimediali). Abbassare l’età pensionabile riconoscendo la delicatezza del ruolo del docente. Fare in modo che gli insegnanti si dedichino alla ricerca e alla formazione incentivando part-time e congedi. Aprire un osservatorio sulla sindrome del Burn Out tra i lavoratori per prevenire il crescente disagio della categoria.

 

E poi, ancora: organizzare nuove immissioni in ruolo ed eliminare il precariato. Stabilire regole chiare e canali realistici per la formazione dei futuri insegnanti. Affrontare le esigenze dei nuovi studenti migranti con appositi progetti in vista di una reale inclusione. Tutelare la diversa abilità in un’ottica non solo custodialista. Trovare forme di riconoscimento del merito condivise e premianti. Rilanciare una vera autonomia didattica con criteri di uniformità territoriale. Eliminare la logica della certificazione della qualità secondo modelli tratti dal mondo dell’industria e ispirati all’impossibile misurazione oggettiva basata sui test. Semplificare la burocrazia interna e potenziare le segreterie senza che i lavori gravino sui docenti. Monitorare gli edifici scolastici dal punto di vista della sicurezza e della vivibilità. Sostenere l’apertura delle scuole al territorio con la promozione di attività pomeridiane. Rivedere statuto e responsabilità del personale Ata considerandolo a tutti gli effetti personale educativo. Aumentare le risorse e le agevolazioni alle scuole tanto più difficile è il contesto socio-culturale in si trovano.

Il tutto all’interno di un processo costituente che ridia centralità ai lavoratori della scuola, agli studenti e alle famiglie e li includa nei processi decisionali, ad esempio convocando gli Stati generali della scuola e della conoscenza, per un ritorno della partecipazione.

 

Sono dettagli pratici che permetterebbero di arginare la situazione critica, in alcuni casi in tempi brevi. Il costo è oneroso e immagino le resistenze di fronte a questo “volere tutto” in un momento come questo.Eppure, sottosegretario, tanto più grave è la crisi attuale tanto più devono essere radicali i provvedimenti. Gli ideali della sua generazione non sono diversi e quello che è stato fatto nella scuola a partire dagli anni settanta è stato straordinario e altrettanto utopico.

 

Si potrebbe obiettare che allora non mancavano i soldi per stanziare fondi: la risposta diventa però politica. Scegliere ora di togliere i soldi ai servizi pubblici, tra cui l’istruzione, è una scelta politica e non una conseguenza necessaria della crisi economica. Il continuo (e inspiegabile) finanziamento alla scuola privata non è che un esempio, per non dire delle inaudite e antistoriche spese militari o dell’interminabile capitolo della cattiva gestione del denaro pubblico. Un governo non può invocare la rinascita del Paese e nel frattempo agire in modo contraddittorio minando il patto sociale in un settore strategico come l’istruzione. In altre parole, non può essere la scuola a fare le spese della crisi.

 

Siamo in molti a desiderare che lei si faccia portatore di queste istanze. Lei non è solamente un maestro, un intellettuale e una coscienza critica del settore in cui ha lavorato. Ha accettato consapevolmente la sfida di entrare in un Ministero che sta sostanzialmente avallando la politica di smantellamento della scuola pubblica iniziata da altri governi. I segnali di cambiamento sono troppo deboli. Non vogliamo che la sua immagine sia usata in modo propagandistico. Sarebbe interessante sapere quali difficoltà ostacolano il suo lavoro al Ministero e sapere in quale modo docenti, studenti e famiglie possano sostenere un reale cambiamento dell’istituzione scolastica.

 

Nelle sale cinematografiche in questi giorni è uscito The detachment, un film estremo sulla realtà americana che però indica chiaramente dove va la scuola nel mondo contemporaneo. Se la colpa non è della scuola, il malessere si avvita nella scuola e gli uomini e le donne che ci lavorano devono essere nelle condizioni di tenere testa alle sollecitazioni del presente. Il volto segnato di Adrien Brody che legge La caduta della casa degli Usher di Poe nell’aula vuota di una scuola in rovina potrebbe essere il nostro.

 

Con immutata stima e speranza, un augurio di buon lavoro.



  • Studio Villani, Alunni di una scuola affacciati alla balaustra delle scale, 1955 ca.
    Studio Villani, Alunni di una scuola affacciati alla balaustra delle scale, 1955 ca.
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Commenti: 13

fabio cuzzola Lun, 30/07/2012 - 08:07

Purtroppo il maestro Rossi Doria al ministero, e in questo governo, è solo un tassello voluto dal centrosinistra per dire ci siamo anche noi; ogni suo tentativo si sta dimostrando velleitario e foriero solo di annunci e buone intenzioni.
Tra soli 31 giorni si riapre l'anno scolastico con i primi collegi dei docenti e i presidi, come capita da dieci anni a questa parte, esordiranno così: "Colleghi.....non ci sono soldi, dobbiamo ridurre le attività con i ragazzi, le aperture pomeridiane della scuola, i corsi di recupero......"

Anonymous Lun, 30/07/2012 - 11:04

Non sarebbe male se le scuole, anche con proposte formative ed educative differenziate, aiutassero le famiglie coprendo una stagione più lunga in analogia con i ritmi del mondo del lavoro. Abbiamo le strutture, non chiudiamole da giugno a settembre costringendo le famiglie ad esborsi extra per avere un posto in cui tenere i bambini.

Enrico De Vivo Mar, 31/07/2012 - 18:09

È davvero singolare che una lettera del genere, ricolma di richieste a dir poco inesprimibili di questi tempi, sia indirizzata all’unico sottosegretario del governo Monti che vanti un’azione e un impegno pubblici a dir poco eccezionali – nel senso di “fuori dalla norma” – con partecipazione attiva alle discussioni degli insegnanti, con interventi mirati e proposte concrete che vanno in direzioni spesso nemmeno nominabili.
Troverei molto più giusto e onesto rivolgersi, con una elencazione siffatta di questioni e problemi pur condivisibili, al Ministro dell’Istruzione. E chiedere, invece, a Rossi-Doria non la luna, ma qualcosa di diverso e specifico, e cioè – almeno per quanto mi riguarda – di tenere duro e di continuare a dire la sua in un consesso che non è certo dei più facili. “Dire la sua” significa mettere l’accento sulle diseguaglianze che vanno sempre più aumentando – tra alunni privilegiati e svantaggiati, tra Nord e Sud, tra pubblico e privato – e far risaltare esperienze che la scuola l’hanno sconvolta per davvero, come ad esempio quella di "Chance", che è l’emblema di un modo di pensare e agire nella scuola che, al di là e prima di ogni pur legittima lagna, si rimbocca le maniche, allestendo progetti in cui si possono vedere insegnanti che lavorano anche senza stipendio e senza orario fisso, pur di migliorare il contesto in cui si trovano.
Io ho avuto la fortuna di lavorare con quelli di "Chance" e posso dire che la loro azione non è semplicemente tesa al recupero della dispersione scolastica, ma alla valorizzazione delle risorse che si trovano dappertutto, nei singoli luoghi, nelle più piccole realtà, dimostrando come i cosiddetti insegnanti “demotivati” siano spesso solo un’invenzione giornalistica. Perché i veri insegnanti – quelli reali, in carne e ossa, non quelli astratti propagandati in libri propagandistici (e poco importa che la propaganda sia di “sinistra”) – prima di lamentarsi, si danno da fare; e io non capisco perché non si debba partire da questo, cioè dai tanti, infiniti, creativi modi di darsi da fare sul campo, invece che dalle lagne che spesso sono solo cori standardizzati. Chi ha lavorato con il “metodo Chance” (come lo chiamo io), ha capito tante cose di se stesso e del proprio lavoro, ma soprattutto ha visto all’opera della gente – i promotori del progetto – che ha saputo inventarsi qualcosa di nuovo e incisivo dal niente: una strategia, un’idea di scuola, un qualcosa che oggi, finalmente, un poco alla volta, tutti cominciano a riconoscere (Rossi-Doria ha esportato in Trentino il “metodo Chance” – ma come mai non può esportarlo nelle scuole “italiane”?).
Insomma, è triste constatare, in questa lettera, la volontà di smontare e ridimensionare una delle poche azioni e personaggi di questo governo che, proprio perché guardano davvero in un’altra direzione, avrebbero invece bisogno di un sostegno convinto e diverso da parte di chi lavora nella scuola (anche perché non è difficile immaginare le difficoltà che si incontrano a fare politica in certi contesti “bocconiani”). Un sostegno, voglio dire, prima che lagnoso e rivendicativo, propositivo e critico. Ma critico nel senso che non dobbiamo sbagliare mittente: e chiedere dunque tutto quello che dobbiamo legittimamente chiedere al Ministro del governo Monti – ma a Rossi-Doria, cioè alla persona che dovrebbe incarnare la nostra idea di scuola che viene da lontano, per favore, chiediamo qualcosa di più.
[Metto qui il link agli interventi di Cesare Moreno, primo collaboratore di Rossi-Doria, al FESTIVAL DELL’ECONOMIA di Trento – così chi non conosce "Chance" si fa un’idea della sua azione a 360 gradi nel mondo della scuola: http://www.youtube.com/playlist?list=PLCB93D6628C0D522B]

Enrico manera Ven, 03/08/2012 - 13:29

Gentile De vivo,
Rispondo con ritardo al tuo commento, che ho avuto modo di leggere solo ora,

Posso essere concorde che il vero destinatario della lettera sia il ministro, a cui mi sono già appellato peraltro, certo rivolgersi a MRD significa credere di poter essere ascolati, per i motivi che credo di avere spiegato. davvero rileggendo quanto ho scritto e confermo non vedo alcun intento di delegittimare il sottosegretario, E anzi mi sembra che tutti quelli che scrivono di scuola su doppio zero stiano lo stiano sostenendo proprio conoscendo le difficolta dei contesti bocconiani.

Mi sembra che invece il tuo commento non colga il punto. Chance e il suo metodo vanno benissimo e andrebbe esportato, non si devono tollerare le lamentazioni ingiustificate che pure nella scuola non mancano, sono il primo a credere nella docenza come impegno che si fa con quello che si ha, ma questo non basta in questo momento storico a risollevare il paese. Non si può sperare che basti il ricordo di Barbiana.

E credo di avere già spiegato i motivi sociali che stanno alla base del disincanto di una generazione che non necessariamente deve essere nutrita di ideali di tipo missionario per fa il suo lavoro.
mi sembra inoltre che, se pur riconosco nella mia impostazione lo sguardo marxista attento ai contesti e alle condizioni materiali del lavoro e, perdonami ma non credo si tratti di propaganda, nel tuo commento vibri quello spirito cattolico (?) missionario che non si può sperare realisticamente sia di tutti. E finche le due principali anime dell 'impegno in questo paese staranno a rintuzzarsi a vicenda perderemo sempre di fronte a qualsiasi governo e alla sfida della modernità , in cui insegnare significa una professione e non una vocazione.
Grazie per l'attenzione.

Daniele Lo Vetere Dom, 05/08/2012 - 00:42

Assolutamente tutto sacrosanto. Effettivamente l'elenco completo di tutto ciò che servirebbe alla scuola è talmente lungo e impressionante che sembra di chiedere la luna, ma la precisione e la concretezza delle proposte toglie ogni dubbio di astrattezza.
Complimenti.

Enrico De Vivo Dom, 05/08/2012 - 12:06

Io non so se sono missionario o cattolico nel modo di vedere le cose (i miei amici mi hanno sempre definito uno scomunicato), ma certamente nell'opposizione "professionale"/"vocazionale" non mi ci ritrovo: non credo né al professionismo né al vocazionismo, ma alle persone che sanno fare le cose, e lo dimostrano con l'esempio del loro lavoro. Nel tuo pezzo, caro Enrico, dopo la captatio benevolentiae del primo, lungo capoverso, c'è la frase-chiave del tuo testo, che è questa: "Richiamare esperienze forti ed emergenziali di motivazione può essere di supporto morale a chi è già impegnato in tal senso, ma non costruisce nuova partecipazione", che significa, tradotta dal politichese: "basta con i missionari di "Chance" o di qualsiasi altro tipo". Ora, io non so se questa tua visione discenda dalla tua impostazione marxista, della quale non so nulla (o forse no), ma è certo che tutto il tuo discorso è lì che va a parare: nel disconoscimento di un'azione fortemente politica e innovativa come quella di Rossi-Doria - e la conferma più palese è nel commento qui sopra, dove tu ribadisci: "sono il primo a credere nella docenza come impegno che si fa con quello che si ha, ma questo non basta in questo momento storico a risollevare il paese. Non si può sperare che basti il ricordo di Barbiana...", che vuol dire lo stesso di cui ho detto sopra, e che sottolinea che tu di "Chance" sai e capisci forse ben poco, in quanto, come ti dicevo, quel "metodo" vale molto più non solo di qualsiasi missionariato, ma anche di tutte le impostazioni false e professionali alle quali forse tu fai riferimento. TI avevo suggerito, del resto, quel video di Moreno perché lì si assiste a un fatto singolare, che va al di là di quello che dice lo stesso Moreno, e che mi ha molto colpito: l'attenzione che la platea di "economisti" e di appassionati di economia gli riserva, a dimostrazione che la sua è una impostazione veramente rivoluzionaria, in senso pedagogico, didattico, politico. A guardare quei video si resta stupiti di come la platea snobbi platealmente la noiosa (a volte) prosopopea dei pur validi "professionisti" presenti, e penda tutta dalle labbra di Moreno. Che cosa vuol dire questo? Semplicemente che Moreno dice le cose come stanno, gli altri fanno chiacchiere. Ma in Italia, si sa, a vincere sono le chiacchiere, e dunque... trai tu le conclusioni. E potrei trarre altri esempi dal tuo commento per dimostrare quanto ci sia di limitante e di limitato (e di avverso a certe novità vere nella scuola) nella tua ottica, ma il lettore attento saprà trovarli da solo. A mio avviso, non è di "modernità" che la scuola ha bisogno, ma di gente che si metta in gioco - anche individualmente - e faccia vedere che cosa è capace di fare, e venga infine riconosciuta per le sue azioni virtuose, e spesso umili e invisibili, non per le abili chiacchiere.

Daniele Lo Vetere Lun, 06/08/2012 - 12:16

@ De Vivo.
Ben vengano le azioni virtuose, il coraggio di fare le cose perché è giusto e sacrosanto e ci si crede, a prescindere da ciò che ti sta intorno, siano chiacchiere, distrazione colpevole verso le esigenze della scuola, volontario disinvestimento in essa. E però...
Lei parla di mettersi in gioco individualmente, mostrare che cosa si è capaci di fare - mi par di capire senza aspettarsi gran riconoscimento, perché l'azione realmente virtuosa è umile e invisibile -. Bene, io volevo fare solo quello che lei dice: sapevo che pur essendo un mestiere che richiede alti titoli di studio (dunque faticoso e costoso) quello di insegnante non è adeguatamente retribuito; sapevo che questo lavoro è invisibile per molteplici ragioni, perché in classe si è tu e i ragazzi e nessun altro, perché l'apprendimento profondo non è misurabile, perché i rapporti umani sono intessuti di non detto e non dicibile, ...; sapevo che avrei dovuto affrontare la denigrazione e la svalutazione pubblica della professione. Sapevo però anche che, di soldi, mi bastano quei pochi che permettano di vivere dignitosamente, che scovare l'invisibile e farne materia di vita e professione è esaltante, che sul campo avrei colto soddisfazioni, perché ho la presunzione di saper fare questo mestiere, potendomene infischiare delle malevolenze pubbliche...
Tutto bellissimo, peccato che, per un precario come me, un anno dopo l'altro vada sempre peggio e sia rigettato sempre più al margine del sistema. Caro De Vivo, per compiere quelle azioni gratuite di cui parla lei bisogna almeno esserci dentro a quel sistema. Questo è un problema POLITICO, che si può risolvere solo con mezzi e per vie assai concrete: soldi, investimenti, un modo diverso di intendere il mestiere di insegnante, che non può più essere quello statal-burocratico-impiegatizio dell'Italia postbellica.
Tutto questo non è chiacchiera, non è politichese, non è enfasi modernistica (non sa quanto la detesti).

Enrico De Vivo Mar, 07/08/2012 - 13:41

A me hanno insegnato, per la verità, che TUTTO è POLITICO, anche scrivere dormire sognare, e dunque – se la logica serve ancora a qualcosa – il problema dei precari della scuola è un falso problema. Del resto, per capirlo, basta guardarsi intorno, e si scopre senza difficoltà che siamo tutti sempre più PRECARI, per cui la questione non è così che va posta, men che meno rivolgendosi a Rossi-Doria con queste geremiadi. Tuttavia non mi pare che stessimo discutendo di questo. Quello che io volevo mettere in risalto, criticando questa lettera, è l’aspetto antagonistico e rivendicativo di certa sinistra radicale o sedicente tale, che è una vera e propria zavorra per qualsiasi vero cambiamento in Italia, nella scuola come altrove. Questo tipo di sinistra è quella che ama dare addosso a chi ha una sguardo realistico e – oserei dire, se non sapessi di osare troppo – riformistico nei confronti della realtà delle cose, che andrebbero cambiate, in Italia e di questi tempi, a piccoli passi e con cognizione di causa, non con proclami e chiacchiere ideologiche. Per caso qualcuno ha memoria del buon Bertinotti, che ha consegnato l’Italia a Berlusconi negli ultimi dieci anni, perché Prodi non era “troppo di sinistra”? Pressoché allo stesso modo, qui, Manera, invece che mettere in risalto il coraggio di Rossi-Doria ad accettare un incarico del genere e dare rilievo alla sua funzione politica all’interno di un governo bocconiano, preferisce dare giudizi netti sul suo operato e su certi modi di operare nella scuola soltanto perché “non sono troppo di sinistra” (“moderni”, dice lui). Eppure, basterebbe ricordare a Manera quello che il progetto “Chance” ha dovuto subire negli ultimi anni, a livello di ricatti da parte del sistema buroractico-politico, per cui prima è stato chiuso, poi sospeso, quindi messo alle strette. Adesso che sta riemergendo – grazie anche a Rossi-Doria – arrivano i grilli della sinistra sedicente radicale, secondo i quali, ad esempio, l’unico libro sulla scuola da citare, oggi in Italia, è quello di Girolamo Di Michele, e non, ad esempio, quello di Carla Melazzini, nato in seguito a una fortissima esperienza sul campo e non come collage di chiacchiere ideologiche (ma potrei citare – rischiando però di finire fuori tema, in un campo che pure mi piacerebbe affrontare, quello della letteratura scolastica – anche il libro di Rossi-Doria medesimo di una dozzina d’anni fa, un vero e proprio fiore nel deserto delle retoriche che lucrano sullo scolasticismo). Ecco dunque a che cosa ci portano queste impostazioni – che io definirei ingenue, se non sapessi che provengono da una tradizione che, come dicevo, viene da lontano: tradizione antiriformistica e conservatrice, curiosamente (ma neanche tanto, se forse si va a guardare un po’ più in profondità) situata a sinistra. E così, oggi che ad esempio finalmente, all’interno di un governo, qualcuno si dà da fare per ridurre il distacco Nord-Sud, che in Italia (Manera lo dovrebbe sapere da Gramsci, visto che si dice marxista) è il problema POLITICO per eccellenza – e che i test Invalsi mostrano soltanto nel suo aspetto più bieco e funzionale alle logiche mercantili (ancora una volta, quindi, un FALSO PROBLEMA) – ecco che arrivano coloro ai quali non sta bene questo e quell’altro, e pretenderebbero tutto e subito, in nome di una “modernità” molto sospetta, invece del cambiamento delle piccole cose, che sono quelle che realmente fanno la differenza. Che dire? È tutto molto sconfortante; e, così conciati, non è difficile prevedere nuovi successi… POLITICI di vecchi marpioni.

Daniele Lo Vetere Mar, 07/08/2012 - 19:01

E fu così che una discussione sulla scuola si trasformò in un duello politico fra riformismo e massimalismo... (e mentre i polli di Renzo della sinistra si beccavano, il boia, a destra dell'emiciclo, affilava l'arma...).
Ho letto anche io De Luca, so che tutto è politico. Però non credo che si rispettino troppo le metafore poetiche se invece di intenderle come linguaggio sintetico e universalizzante le si utilizza per negare fondatezza a discorsi empirici, circostanziati, analitici (ah, che cosa mi fa fare De Vivo! Io che difendo la poesia ogni minuto contro i linguaggi tecnici, logicizzanti, denotativi!).
Il problema del precariato della scuola non esiste, perché tutto il mondo è precario. In effetti il problema di quale vita sia degna di essere vissuta e quale sia preferibile a un'altra non esiste, perché tanto dobbiamo morire tutti. Scusi eh, ma questa logica dove porta?
Lei ha osservato che Manera non avrebbe dovuto rivolgersi a Rossi Doria perché proprio lui è uno dei pochi non responsabili dell'attuale situazione. Ok. Manera dice che aveva l'intenzione di rivolgersi proprio a lui perché noto per sensibilità ai temi che riguardano la scuola. Ok.
Sono posizioni così inconciliabili? Troppo difficile lavorare insieme se tutti abbiamo a cuore il destino della scuola?
Mi dispiace molto, davvero. Continuiamo così, facciamo del male.

enrico manera Gio, 16/08/2012 - 17:27

grazie per l'attenzione e la calorosa partecipazione a entrambi, chiaro che mi ritrovo vicino alla posizione di daniele,
a enrico invece ribadisco semplicemente che la mia frase chiave è in realtà: 'purtroppo non essendo tutti motivati per cultura e sensibilità come quelli di chance non ci si può aspettare ancora altra buona volontà e messa in gioco da chi lo fa già ogni giorno'.
'marxista' per me vuol dire in questo caso 'attento alle condizioni materiali del contesto e del sistema', laddove 'cattolico' voleva sottolineare la motivazione fuori dal comune.
tutto il resto del tuo discorso non lo capisco e mi sembra che sia nei tuoi occhi e nella tua storia. A me interessano le strutture, i grandi numeri, non gli exempla eccezionali.
Mi sono occupato di Melazzini e ne ho uno straordinario rispetto, ma continuo a pensare che tra l'emergenza sociale e la manutenzione quotidiana di quello che un tempo funzionava ci sia ancora differenza.
Seguirò con attenzione quello che mi segnali e cercherò di approfondire cosa intendi per 'metodo'. Ma non ci stiamo capendo: insegnare a 20 persone piuttosto che a 33 nel 2012, con 15 ore + 3 a disposizione non mi sembra chiedere la luna: significa conoscere un mestiere e i suoi problemi.
non vedo così tanto estremismo nelle mie richieste, né nel lavoro di de michele. Crederlo è essersi abituati a farsi prendere in giro,

em

enrico manera Ven, 17/08/2012 - 09:25

Visto i video di Moreno, di cui scrivi.
Sottoscrivo tutto, e mi sembra che siano le stesse cose che dico dall'inizio della mia rubrica e in termini ideali contengano le stesse richieste. Continuo a maggior ragione a non capire i tuoi rilievi.

Enrico De Vivo Ven, 17/08/2012 - 14:45

Non bisogna essere esperti di retorica per capire qual è la frase chiave – per posizione, rilevanza, tono – del tuo testo. Tutte le tue considerazioni si dipanano a partire da quella frase che ho indicato, è evidentissimo. L’altra affermazione che tu citi come frase chiave alternativa, a parte che nel tuo testo non la ritrovo (me la indichi, per favore?), è (sarebbe) il controcanto interno, o contentino, che serve solo a rafforzare il tuo attacco a Rossi-Doria. Ripeto, non ci vuole un esperto di retorica per capire certe cose, basta essere lettori attenti. Del resto, tu stesso nel tuo commento qui sopra ribadisci di non essere interessato a certi metodi e posizioni, relativi, a tuo avviso, solo all’“emergenza”: ma come si fa a non accorgersi che oggi – altro elemento che sfugge alla tua visione – è TUTTA LA SCUOLA a essere in “emergenza”, per cui CHANCE è molto di più di un’occasione di volontariato: è un metodo e un emblema di azione, di prassi, per questo particolare momento di crisi dell’istituzione scolastica tutta. E proprio perché TUTTO E’ IN EMERGENZA non basta, o addirittura è deleterio, accodarsi al coro dei lamentatori televisivi e giornalistici per dire quel che tutti sanno con toni rivendicativi, diametralmente opposti a quelli empirci di Moreno (e qui forse tornerebbe utile la conoscenza di un po’ di retorica…). Il fatto è che quel che serve, nelle condizioni in cui siamo, è solo fatica e ingegno, se ne abbiamo ancora, altro che “grandi numeri”... Comunque, considerato che neanch’io capisco come mai tu non capisci quello che io ho capito del tuo discorso… direi che è meglio lasciar perdere. Saluti cari.

enricomanera Dom, 19/08/2012 - 09:56

penso anch'io sia meglio trovare i (numerosi punti) di convergenza piuttosto che non le divergenze che tu continui a vedere:
di emergenza parlo da oltre un anno in questa rubrica,

in ogni caso, il vero punto chiave per me è questo:
«In queste condizioni richiamare ulteriormente spirito di abnegazione e impegno non può bastare e, se anche è auspicabile, non è realistico nella misura in cui le mancanze di un’istituzione non possono essere colmate dalla buona volontà individuale, dallo spirito di missione o dal volontariato.»

sperando che non ci risucchino tutto l'ingegno lasciandoci la fatica,

ricambio i saluti em

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