In Treatment in Italy

Arrivano ed entrano, si siedono sul divano di fronte al terapeuta mentre i cellulari suonano ancora, anche se il bicchiere d’acqua, già pronto sul tavolo, indica che è possibile prendere fiato. Ma è faticoso cambiare ritmo, rallentare, entrare in contatto con quel tempo altro che la stanza d’analisi è pronta ad accogliere. In Treatment in versione italiana si annuncia con la stessa colonna sonora e con lo stesso titolo della serie televisiva statunitense della Hbo, prodotta da Rodrigo Garcia nel 2008. Il contenitore è quello, il suo contenuto, nonostante la sceneggiatura riprenda fin troppo l’originale, non può non cambiare. Perché se soggetto dell’analisi è l’umano, dunque l’universale, la realtà psichica è però un dato storico e culturale. E In Treatment in Italy appare più convincente proprio quando la situazione analitica riesce a rappresentare esperienze e storie di vita tipiche del caso italiano.

 

 

Lunedì arriva Sara (Kasia Smutniak), un medico in confusione sentimentale, martedì Dario (Guido Caprino), un maresciallo dei carabinieri che ha dovuto uccidere durante una missione, mercoledì è il turno di Alice (Irene Casagrande), un’adolescente fragile e spavalda, giovedì tocca a Lea (Barbora Bobulova) e Pietro (Adriano Giannini), la coppia che non sa se tenere il figlio arrivato dopo anni di cure per la sterilità, venerdì il copione è lo stesso ma, ora, è Giovanni Mari a sedersi vis-à-vis alla sua maestra e didatta, Anna (Licia Maglietta).

 

 

Liberamente ispirata all’israeliana Be’Tipul creata da Hagai Levi, la serie americana ha sorpreso per il successo riscosso da una trama di soli dialoghi. Alla sceneggiatura ha partecipato Ari Folman, che ha sperimentato nel film animato, Valzer con Bashir, un montaggio psicoanalitico per raccontare la lunga durata del trauma bellico da lui vissuto durante la guerra in Libano. Anche in Italia, trasmesse dal canale satellitare Cult dal 2008 al 2010, le sedute di Paul hanno avuto un audience altissima, hanno catturato chi frequenta uno studio, sono diventate materiale di formazione in diverse scuole di specializzazione. In Treatment infatti riesce a mettere in scena le “conversazioni particolari”  in modo realistico: primi piani, stacchi regolari rappresentano quel Kammerspiel quale l’analisi è. Si interrompe così la sfilata sullo schermo di situazioni altamente improbabili– terapeuti con la bocca sempre tappata, zitti anche con i propri parenti, oppure tipacci violenti e isterici, o perlomeno sospetti, avidi al punto di esser più esosi dei commercialisti, inaffidabili sempre. E Paul Weston (l’attore Gabriel Byrne) è finalmente un terapeuta dal volto umano: soffre e suda, si coinvolge e sdolora. Ha guai in famiglia e la sua esistenza e i suoi umori oscillano insieme a quelli dei suoi compagni d’analisi – come l’acqua nel passatempo, l’oggetto sulla scrivania che evoca il moto perpetuo.

 

 

Anche il suo collega italiano, Giovanni Mari (Sergio Castellitto) possiede, nel suo studio romano, un oggetto simile che sta accanto a molti libri – quello sul leggio è Il libro rosso di Jung? Anche lui vive una situazione personale difficile, arrivato a cinquant’anni è in crisi con la moglie (Valeria Golino) e vicino a un burnout nel lavoro con i pazienti. Che lo provocano e sfidano, lanciano parole come pallottole, esprimono una violenza verbale che a volte diventa fisica. Nello studio di Giovanni Mari va in scena un setting nevrotico dove il tasso di conflittualità altissimo mette in discussione la possibilità stessa del lavoro terapeutico. Dove emozione non fa rima con relazione e la somma di racconti dettagliati del sesso non risulta erotica ma pornografica.

 

Conquistare l’analista, sedurlo con avance e corpi esposti, come fanno Sara e Lea, controllarlo e spiarlo come fa Dario, penetrare anche nel suo backstage, insinuare il dubbio sulla sua eticità deontologica: quello che finisce nell’angolo è l’ascolto della propria interiorità “ai confini del sogno”. Come se le emozioni e gli affetti potessero esprimersi solamente attraverso un’escalation di colpi di scena e la dimensione psichica, per essere sentita come tale, richiedesse un continuo passaggio all’atto e un’incessante testualizzazione.

 

La stanza d’analisi diventa un ring che trasuda angoscia, l’ospite se ne va, ritorna, forse rimpannucciato, nel mondo là fuori, Giovanni Mari ne rimane l’ostaggio. Qui sta l’abilità, si potrebbe dire la specialità, del regista Saverio Costanzo che in Private (2004), attraverso la storia di una famiglia palestinese costretta a convivere con un gruppo di militari israeliani, era riuscito a trasmettere la sensazione dell’assedio e In memoria di me (2007) l’atmosfera claustrofobica di un convento. In In Treatment la macchina da presa ruota tra le quattro mura di uno studio che appare la metafora di una stanza-casa nella quale, come in questo momento accade nel bel paese Italia, nessuno riesce a fidarsi o affidarsi, a credere nella possibilità di una trasformazione. La collezione di barche a vela che popolano lo spazio si presta a più interpretazioni: alludono alla capacità di navigare, portare la barca in salvo, oppure indicano il desiderio di salpare, lasciarsi tutto alle spalle, moglie figli e pazienti.

 

 

La serie, che non piace troppo al mondo dei terapeuti, per un setting  decisamente orientato al lavoro sull’Io e poco attento alle tematiche inconsce, per un terapeuta un po’ compiaciuto e spesso interventista, raccoglie però anche un audience italiana superiore alle attese. Come già il ping-pong che andava in onda tra Paul e i suoi compagni, piace e appassiona lo spettatore che diventa il terzo, testimone delle scosse telluriche di chi cerca nell’incontro con l’altro il proprio bisogno insopprimibile di riconoscimento. E può confrontare le storie di vita e cercare risposte ai propri dilemmi esistenziali. La crisi di coppia appare paradigmatica: l’uomo, macho fuori troppo tenero dentro, definito troglodita dalla moglie che vuole una carriera, si dispera e diventa violento all’idea di rimanere solo. L’adolescente con tendenze suicidarie racconta di genitori che hanno troppi problemi loro per occuparsi di lei e  della sua scuola di danza dove ragazze in cerca di perfezione fanno la fila ai bagni per vomitare. Il carabiniere, che ha dovuto uccidere dei bambini per salvare se stesso, non prova nessuna colpa, perché la colpa è un organo e lui, quello, non ce l’ha.

 

 

La violenza sociale e la crisi economica stanno dietro le quinte della psiche, difficile pensare che la realtà psichica non abbia nulla a che fare con questa realtà: l’analisi rimane un lusso sempre più essenziale. In un’epoca di scarsità – di tempo e di denaro – rappresenta una pratica critica che prova a curare l’universale senso di inadeguatezza, un esercizio autobiografico che, forse, rende possibile capitalizzare l’invisibile. E per lo spettatore il racconto della quotidianità assume valore, la normalità dell’esistenza di ognuno si stacca, diventa dramma capace di produrre, senza la necessità del reality, suspense e narrazione.



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