Dotti uccellini da dieci primavere

Il primo giorno di primavera del 2006, i mandorli di carducciana memoria si infioravano, le violette odoravano e gli uccelli trillavano in volo. Un uccellino particolarmente dotto, Pascoli docet, proveniente dalla valle del silicio, si apprestava a produrre un cinguettio che avrebbe fatto più di 68.000 giri intorno al mondo. Si chiamava @jack e stava semplicemente mettendo a punto il suo “twtter”. No, non è un errore di battitura. Era l'inizio di una nuova stagione digitale, poi sfociata nella conquista del dominio “Twitter”, che avrebbe visto avvicendarsi al suo interno “leoni da tastiera, brevità testuali, neologismi creati, cancelletti rimessi a nuovo”. È così che Massimo Arcangeli, autore di Breve storia di Twitter (Castelvecchi 2016) descrive le tappe principali del suo viaggio nei meandri del social network che ha mutato non solo i modi e i tempi dell'informazione mondiale, ma anche il rapporto tra pubblico e privato. È più facile dire cosa non è Twitter, perché è quasi qualsiasi cosa: quasi microblog, quasi chat, quasi forum, quasi megafono. Sicuramente serve a settare le agende di tutto il mondo sui trend topic, sui temi caldi di cui discutere. 

 

Il social network, per sua definizione, dovrebbe essere una comunità online formata da persone che condividono interessi e/o attività. Il social networking ha creato un nuovo modo di comunicare e di condividere informazioni, entrato a far parte della vita quotidiana. In realtà la ragion d'essere di Twitter e compagni di nido reticolare, si è evoluta con i vari usi del medium, procedendo per tentativi ed errori. Fino al 18 novembre 2009 all'utente viene chiesto «Cosa stai facendo?», sostituito poi da un più generico «Che succede?», proprio per evidenziare uno spostamento di interesse verso gli accadimenti del mondo reale. Un'inversione di rotta simile avviene anche su Facebook, a mia memoria nello stesso periodo, dove si è passati da «Che fai in questo momento?» a «A cosa stai pensando?», innescando una proiezione immersiva dell'utente nell'universo di senso del social, sottolineata dalla richiesta di esplicitare i pensieri invece della meccanica descrizione delle proprie azioni. Il mutamento delle rispettive interpellazioni potrebbe essere messo a sistema attraverso la volontà di differenziazione dei due social network: Facebook preferisce il versante affettivo, confermandosi uno strumento per aiutare le persone a connettersi e rimanere in contatto con i loro compagni di vita, mentre Twitter decide di orientarsi verso il citizen journalism per la sua immediatezza e brevità.

Come afferma Arcangeli, le micronote intime o private cedono il passo alle micronotizie rivolte a un social graph che va ben oltre lo storico gruppo di amici.

La nuova veste di Twitter si incarna nel restyling del simpatico uccellino che dal testone col ciuffo caricaturale e fumettistico, troppo simile alla sagoma del più noto, almeno nel 2003, canarino Tweety, per gli italiani Titti, diventa un soggetto più smart, up-to-date, “elegante e sicuro di sé”, con le ali, il becco e lo sguardo rivolti verso l'alto, a confermare la sua rapida ascesa della rete. In Twitter e Tweety c'è una radice comune, però Arcangeli ci spiega che la metafora aviaria giunge per una vicinanza dizionariale: in origine il “nome di lavoro” utilizzato era Twitch, ossia tic nervoso, contorcimento, una scelta infelice per qualcosa da lanciare sul mercato. Il passo verso Tweet, cinguettio, cicaleccio, è breve quanto una rapida scorsa di pagine, e sicuramente rende meglio le potenzialità del medium. 

 

Piccola precisazione: nel 2011 un nuovo scossone targato Amazon avrebbe sconvolto le piattaforme di video streaming, ottenendone il predominio in ambito videoludico. Il suo nome è Twitch

Con il passare degli anni, alcuni “leoni da tastiera” avrebbero poi sviluppato il tic del tweet compulsivo, bombardando la tweetsfera con informazioni di scarsa importanza, però gli uccellini, per quanto più modesti e meno rampanti, contribuiscono in maniera più ficcante alla creazione di un immaginario. Il Tweety azzurro ha dovuto superare tante prove qualificanti, tra cui l'incasellamento del fare dei suoi adepti. In prima battuta decide che i suoi volteggi vanno guardati, ma non è una grande idea, perché troppo voyeuristicamente vicina alla sfera di YouTube. L'illuminazione gli capita tra capo e piume: la chiave di volta deve essere la coppia follow/unfollow! Ciò che importa davvero è aggiornarsi, seppur con voli pindarici, leggendo e interessandosi agli scritti e alle idee altrui. Tutte accezioni di seguire, che per natura non esige reciprocità così come accade in Twitter. Come ho già spiegato nell'articolo sulle bio twittere, spesso e volentieri più si hanno follower e meno persone si seguono. Platone considererebbe Twitter una forma di governo perfetta, almeno in apparenza, perché il comando è di coloro che sanno, puntellando a destra e a manca, a mo' di shuriken, opinioni su qualsiasi argomento, ricavando RT e articoli di giornale. Non è raro che il twittellino, comodamente in diretta dal proprio #teamdivano, abbia in pugno le sorti di giovani talentuosi, sostituendosi ai giudici dei vari format, ricalcando lo stile da uno a molti del broadcasting televisivo.

 

 

Ed ecco che, all'improvviso, come accade nelle storie delle grandi scoperte, Twitter affronta la prova glorificante da cui dipenderà il suo futuro. È il 15 luglio 2006, e la valle del silicio viene scossa da un terremoto, provocando un primo cinguettio non legato al nido paterno Odeo, l'azienda natia, destando l'attenzione degli uccellini dei dintorni, prontamente accorsi e divenuti follower.

Meno di un anno dopo il fotoreporter James Buck viene arrestato per aver scattato fotografie di una manifestazione antigovernativa a El-Mahalla El-Kubra, Egitto, ma ha il tempo di twittare «Arrested». Nonostante i pochi follower, i RT gli salvano la vita: il giorno dopo ottiene la libertà, grazie all'intervento di un legale inviato dall'università di Berkeley, in cui si è laureato. È l'alba del citizen journalism, dove a dare la notizia è la notizia stessa, che avrebbe aperto le porte, anzi i cancelli, alla diffusione degli aggiornamenti in tempo reale su temi di pubblica utilità divampando nell'incendio di #sandiegofire dell'autunno 2007. Come direbbe Gorgia, si possono compiere imprese divine con il potere di un piccolo e impercettibile corpo di 140 caratteri, o meglio di una stringa di parole chiamata hashtag. Bisogna ringraziare il fautore dell'open source Chris Messina per averlo ideato come etichetta per filtrare gli argomenti interessanti. 

Arcangeli tratteggia una storia del cancelletto che sorprenderebbe l'utilizzatore tipo di #solocosebelle, lasciandolo in stato catatonico sino al reply con #dapaura. 

 

Il cancelletto è sempre stato versatile: passa la sua infanzia tra spartiti e bozze, muove i primi passi dell'età adulta tra i mercati e i manuali contabili, sia come unità di misura della libbra, che come segno di numero. In quest'ultima veste ama accompagnarsi alla compagna di tweetsfera @, con cui avrà una relazione privilegiata, anche se all'epoca più che rimandare a persone, serviva a indicare i prezzi. Come arriva il cancelletto dai multiformi appellativi a chiamarsi hashtag? Da bravo linguista Arcangeli ci spiega le varie accezioni di hash: può essere tradotto come il mappazzone tanto amato dal (master)chef Bruno Barbieri, ma viene anche inteso quale alterazione di hatch, la tecnica del tratteggio, che in un certo qual modo gli somiglia. La definizione, riportata in un saggio di Thomas Fine, più simile al senso odierno di hashtag risale agli hashing algo degli anni Sessanta, ossia “un metodo di compattamento della memoria e di organizzazione random dei dati in una forma semi-ordinata e velocemente accessibile”. 

Siamo dinanzi a mezzo millennio di storia, anzi ancora di più se contiamo il ritrovamento risalente all'epoca neanderthaliana avvenuto nella grotta marina di Gorham, Gibilterra. Si tratta di una sorta di mappa per raggiungere un rifugio sicuro, che ci rinvia a #PorteOuverte, hashtag utilizzato per offrire un riparo durante la lunga notte dell'attentato di Parigi. 

In realtà, come spesso accade su Twitter, sono più i casi in cui si usa l'hashtag contravvenendo al suo significato primario, creando un vortice di traduzioni che esulano dallo scopo umanitario e civico, privilegiando le frasi fatte o, nel migliore dei casi, la volontà di contribuire alla causa.

Ciononostante, l'effetto bandwagon ha sempre la meglio, specie se connesso a catastrofi o a eventi efferati, e va da sé che oramai gli equilibri internazionali pendono dal becco di un uccellino, diramandosi tramite hashtag.

 

 

L'uso di Twitter non smette di stupire, anche se c'è da dire che il mezzo di comunicazione ha un'aura istituzionale e una credibilità che va oltre le testate giornalistiche, visto che gli stessi politici lo usano per esprimersi su fatti di qualsiasi natura e gli organi informativi cittadini diffondono comunicati di pubblica utilità tramite tweet. Pensiamo pure al servizio safety check di Facebook, sviluppato esclusivamente per i disastri naturali, ma attivato anche il 14 novembre 2015 per l'attentato di Parigi, con lo scopo di ovviare alla carenza di notizie chiare e alla difficoltà di comunicare con amici e parenti. I social network mutuano l'uno dall'altro vari usi possibili, così come Twitter e Facebook hanno introdotto, sempre quasi contemporaneamente, il cuore-like di Instagram, appropriandosi del suo essere un simbolo universale, eloquente, gratificante, che permette una connessione più facile con gli altri twittellini. 

I twitteri sono aedi contemporanei: narrano in tempo reale ciò che accade nel mondo, qualsiasi cosa sia. 

Lo fanno utilizzando una forma breve di scrittura che per definizione dovrebbe essere coerente, coesa, e ben architettata, considerando la scarsità di voglia e tempo di dedicare attenzione a testi troppo complessi. In questo caso è il medium che impone tempi e lunghezza del testo e quindi anche la strategia comunicativa e la salienza dei dettagli. Arcangeli inserisce i tweet nel discorso formulare, condensato, sentenzioso, rituale, in una parola epico. Nel capitolo dedicato sono disseminati molteplici rimandi all'epica classica e medievale: gli epiteti esornativi, traslati nella contemporaneità in hashtag come #rottamatore, le dicotomie onghiane basate sulle caratteristiche dell'oralità primaria e della scrittura, ci porteranno a capire che la brevità imposta da Twitter ha insegnato ai twitteri a scrivere come parlano, ma con l'aggravante delle “sequenze ibride” di consonanti, che comportano una certa ignoranza di ritorno nella scrittura extra-social. Se l'affermazione del pensiero analitico e astratto è coinciso con l'avvento delle vocali, cito letteralmente, “non è detto però che la breccia per la riaffermazione di un pensiero sintetico e concreto, sull’onda della spasmodica, incontrollabile velocità dei nostri tempi, non sia stavolta il processo contrario: la sottrazione di quei cinque miseri segni ai quali, per secoli, siamo rimasti fedeli”.

 

Con Twitter la lingua italiana non perde solo vocali, ma acquista vocaboli grazie al Twittabolario, un'impresa guidata dall'autore del volume e da Francesca Chiusaroli di #scritturebrevi, ora intenta nella valorizzazione semantica dell' #emojiitaliano.

Le parole citate sono spesso dissacranti e tratteggiano lo Zeitgeist italiano, dominato dal blablagismo compulsivo, dalle bugivere ballucinogene dei politici che si prendono gioco dei Whatsappatori intenti a non dimenticarsi le madri, con cui sono in costante contatto grazie al gruppo “family” condito da emoji cuoriciose. Rimando ad Arcangeli per la traduzione. 

La brevità non corrisponde per forza alla povertà di contenuto e tecnica, dato che, ci fa notare Arcangeli, per Mattina di Ungaretti bastano 22 caratteri, mentre le poesie giapponesi come tanka e haiku rientrano in un tweet. La poesia sembra essere ancora ostica alla tweetsfera, ma la narrativa, la twitteratura, ha sicuramente trovato una nicchia interessante, a partire dall'esperimento di Matt Stewart che nel 2009 ha condiviso in 3700 tweet la sua opera prima The French Revolution.

Il blogger Hassan Bogdan Pautàs ha evidenziato alcuni pregi e difetti della twitteratura, ispirandosi alle Lezioni americane di Italo Calvino. Rimando ad Arcangeli per la lista completa, ma vorrei evidenziare il pro dell'esattezza, cioè la ricerca di “unità di forma e significato” per essere esaustivi in 140 caratteri, e il contro dell'astoricità, che non mi trova affatto d'accordo, in quanto Twitter offre crononimi e toponimi in calce ai tweet, rendendosi un archivio virtuale delle forme brevi, utile a indagare i discorsi su certi temi in un periodo dato. A ulteriore conferma della mia tesi, il motore di ricerca di Twitter permette di effettuare scremature molto più precise degli altri social network esistenti, impostando i filtri per parole, persone, luoghi, date e sentiment. È ovvio che sentiment e trend topic non sono rappresentativi, ma se uniti a un buon lavoro di contestualizzazione possono dare luogo a studi molto interessanti come il volume di Arcangeli. 

 

 

L'uccellino ha dunque imparato cinguettare in prosa, tanto da mettere sotto la sua ala protettiva diverse buone pratiche di promozione letteraria, come il Twitter Fiction Festival, ideato da Andrew Fitzgerald nel 2002, al cui interno è stata selezionata la riscrittura delle fiabe italiane di Calvino da parte di Marco Belpoliti (#00fiabit).

La condensazione letteraria continua con le varie iniziative di @twletteratura di Paolo Costa, Edoardo Montenegro e Pierluigi Vaccaneo, di cui citiamo i divertenti profili dei personaggi de I Promessi Sposi, come @GertrudeTW. 

Non c'è limite al twittabile, lo sa bene il Cardinale Ravasi e la sua Parola in #Twittomelia, non sfugge neanche @pontifex, ma i limiti seri della tweetsfera sono tangibili nella “teoria e pratica dell’insulto nella comunicazione in rete”.

Oltre all'esemplare caso di studio su Formigoni e il decreto #Cirinnà riportato da Arcangeli, risulta interessante come il rottamatore di cui sopra affronta gli insulti, servendosi di un sarcasmo sornione, velato da saccente spirito caritatevole. Saltiamo all'ultima parte del volume, quella curata dall'allievo di Arcangeli Tommaso Mocci, coordinatore del programma editoriale per un Renzibolario. Della rassegna dei tweet di Matteo Renzi risalta l'utilizzo di ripetizioni, ridondanze e di frasi fatte, tipici degli stratagemmi mnemonici dell'oralità primaria. Come afferma Arcangeli, chi parla infarcisce il discorso di copie per evitare decodifiche aberranti da parte del destinatario, “tanto più se è esponente di una civiltà ignara di scrittura”. Sorvoliamo su un probabile snobismo di Renzi ai danni dei suoi follower e concentriamoci sulla reiterazione della figura retorica della ripetizione e delle figure di parola che ne conseguono, utili a rimarcare un concetto con enfasi, rinforzando il ritmo e l'espressività del messaggio. In soli 140 caratteri il rottamatore riesce a raccontare accadimenti importanti ripetendo per ben tre volte «ci sono», o liquidando fiotti di follower agognanti di aggiornamenti con « Arrivo, arrivo!». O è il genio della sintesi o non ha nulla da dire. Anzi, non vuole dire. Il non plus ultra dello stereotipo lo raggiunge con il tweet sull'attentato di Tunisi, degno di un risultato a caso della ricerca “frasi di condoglianze” su Google. 

 

È indubbio che sin dagli anni Quaranta la comunicazione politica ha cercato di adattare alle sue argomentazioni generi comunicativi più vicini al pubblico, come la pubblicità, fino a qualche tempo fa ritenuta l'elisir di giovinezza della vetusta propaganda elettorale. Le componenti spettacolari e la concentrazione di senso in un pochi caratteri e poco tempo hanno reso il tweet politico un valido mezzo per effettuare scambi simbolici con i cittadini. 

Il rapporto tra new-media e politica è stato visto da vari studiosi come il ritorno alla democrazia ateniese, all'agorà, proprio in virtù di una maggiore possibilità di partecipazione e cooperazione nella costruzione di senso. Ma se tutto l'entusiasmo per la politica hi-tech derivava dalla presenza di siti internet e poi blog di politici, l'acme è stata raggiunta con l'avvento dei social networks, il cui guru è Barack Obama. Definito il primo presidente 2.0 per la lungimiranza dimostrata dalla sua interpretazione del web, considerato “lo strumento più potente per avere una comunità solida, basata sulle stesse idee”.

Obama si è avvalso della collaborazione di Chris Hughes, uno dei cofondatori di Facebook, a cui ha affidato la strategia online mandata avanti non solo a colpi di tweet e status, ma anche di videogiochi, video virali, dibattiti in streaming su YouTube. Il motto ‘Yes we can’ si è imposto grazie al passaparola degli internauti simpatizzanti di Obama, immettendo in rete video e contributi alla sua causa. Senza internet non sarebbero stati raccolti 600 milioni di dollari, donati da 3 milioni di persone. Obama e il suo team hanno saputo cogliere il vero senso della community, ovvero il valorizzare chi vi partecipa con uno scambio real-time, stravolgendo il modo di fare politica.

 

Che si tratti di cyberpopulismo o di cyberdemocrazia, di feudalesimo o di liberalismo, non è dato saperlo; la tweet-politic ha sicuramente il pregio di restituire agli elettori la facoltà di esprimersi liberamente ai danni dei loro vessatori. Parola della Corte europea dei Diritti dell’uomo, che lo ha sancito come diritto dei cittadini comunitari.

In tutti questi casi, twitteratura, twitteliri, “semplici” twoosh, affermiamo noi stessi nei tweet proiettando al loro interno i nostri simulacri, effettuando un'esasperazione di noi stessi e della nostra personalità. L'io che twitta è l'Io Ideale, inteso in senso psicanalitico come parte narcisistica della personalità, dedita a realizzare fantasie e desideri legati all'egocentrismo, all'interpretazione da attore protagonista del palcoscenico social, ambendo alla carica di carismatica twitstar o di twit-influencer. 

Concludo citando Arcangeli: “il web, ormai inseparabile dal nostro sé, con cui s’intreccia ogni giorno di più, è al contempo indistinguibile dal nostro fuori di sé. Un tutto che s’esaurisce nel tutto. Un’olosfera”.



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