La donna della domenica quarantaquattro anni dopo

La donna della domenica di Fruttero e Lucentini si posiziona nella magica, e sempre più agognata, intersezione tra giallo e bestseller. La sovrapposizione, oggi quasi scontata dopo Camilleri e molti altri autori con buoni numeri di vendita, non lo era affatto nel marzo 1972 in Italia, dove tra l'altro mancava una solida ed emancipata tradizione dei generi. In tal senso La donna della domenica rappresenta un capostipite, come Il gattopardo per il romanzo storico, doppiato negli anni ottanta da Il nome della rosa. Accostabile Eco a Lucentini per l'origine neoavanguardista del Gruppo 63 e a F&L per l'attenzione alla narrativa popolare ottocentesca e a quella di massa nata nei sessanta del Novecento; l'uno con una vocazione teorica, i due con il pragmatismo dell'esperienza editoriale. L'attività di traduzione ha permesso loro l'accostamento al mondo anglosassone che ha inventato e sempre accolto in modo aperto e, per così dire, laico i generi. Segue la selezione antologica de L'ora di Fantascienza da aggiungere alla gloriosa direzione di «Urania» e, tra le altre, le Storie di fantasmi. Mani in pasta, sanamente sporcate, che hanno modellato una produzione non seriale ma nemmeno occasionale. L'arco origina col botto appunto con La donna della domenica, da parte di autori già maturi (classe '26 Fruttero, '20 Lucentini), e, passando per l'affascinante Il palio delle contrade morte (1983), si tende fino a La verità sul caso D. (1989). Testo, quest'ultimo, che, come vari esperimenti di altri scrittori, cerca di completare l'ultimo romanzo di Dickens interrotto dalla morte, continuando nella trama e individuando il colpevole del delitto o della scomparsa del protagonista Edwin Drood. Il modo però è significativo e getta forse una luce retrospettiva sulla Donna, perché sono messi in scena i principali detectives della letteratura del genere che, riuniti in un convegno, offrono le loro spiegazioni: giallo nel giallo, ipergiallo.

 

 

Oggi gli scrittori di gialli (o di noir) proclamano quasi tutti di usare i meccanismi del genere per dire altro; e l'insieme dei gialli italiani d'autore sembra confermare quel po' di cattiva coscienza o di vergogna per antiche censure: il caos universale del Pasticciaccio di Gadda, le riflessioni su tolleranza e ironia in Eco, la mafia e lo stato nello Sciascia coevo ai Nostri. L'impressione è che in F&L non vi sia traccia dei pensieri nascosti dai giallisti odierni e parallelamente neppure di un surplus di riscoperto engagement. È vero che l'arma del delitto, un fallo di marmo (secondo il giornale “bizzarro soprammobile di pietra”), sembra suggerire un ben preciso giudizio morale sulla nuova borghesia del boom tra sesso, belle case e vacanze (“bisognerebbe proprio fare la Grecia, no?”), morte e kitsch anche linguistico (la pronuncia di Boston sottolineata nella versione filmica di Comencini del 1975) involti in ipocrisia sabauda. Ma la struttura non è pretesto per il cosiddetto messaggio, ed il double coding teorizzato da Eco si dà in modo diverso: non racconto a chiave, alto e basso per dotti o illetterati come nel Medioevo, ma in più inestricabile fusione. Il giallo assorbe l'affresco sociale e le psicologie dei personaggi come nel romanzo classico, l'affresco sociale e le psicologie a loro volta contengono ed essudano il giallo.

 

Non era mai finita; non succedeva mai che, per almeno una settimana, un giorno, la città fosse in ordine perfetto, senza una facciata da dipingere, senza un albero da potare, senza una conduttura da coprire. Gli appalti. Ma anche loro, rifletté il commissario Santamaria guardando gli uomini inarcare la schiena, serrare i denti, anche loro dovevano fare il loro lavoro, come lui. Era la stessa cosa, a pensarci: non c'era giorno che nessuno rubasse, nessuno ammazzasse, nessuno si suicidasse, l'ordine perfetto non veniva mai, non sarebbe mai venuto.

 

Nella sua ormai storica suddivisione della produzione letteraria Vittorio Spinazzola individuava narrazioni di ricerca non pensate per il mercato, romanzi tradizionali, ben scritti da autori affermati, in basso la brulicante paraletteratura e poi la categoria di cui La donna potrebbe essere simbolo: “prodotti sorretti ancora da una preoccupazione di decoro formale, ma volti dichiaratamente a uno scopo di piacevolezza ricreativa, di gratificante rilassamento psichico. Destinatario il pubblico più ampio e composito: vi sono compresi i lettori meno attenti alle progettazioni di linguaggio, ma anche quelli disposti a mettere tra parentesi la loro sensibilità in favore di altre disposizioni d'animo”. Ovvio che la più grande casa editrice italiana – Mondadori – sia stata la madre di tutti i parti degli altrimenti einaudiani F&L. E però quella stratificazione è stata un poco messa in difficoltà dall'atteggiamento trasversale del narratore postmoderno, di cui, come detto, si rinviene traccia nella Donna. Ora il romanzo si affaccia nel catalogo Adelphi riproponendo queste riflessioni. La prima fascia, quanto alla tradizione novecentesca nazionale, viene qui ben rappresentata da irregolari come Savinio, Landolfi, Manganelli e Arbasino per l'ultima avanguardia, la seconda per esempio da certo Parise o Ortese, mentre meno facile risulta rinvenire campioni che stanno sotto. L'acquisizione piuttosto recente di tutto Simenon costituisce l'apertura più vistosa di un marchio a lungo ritenuto elitario e che tuttora sembra in grado di consacrare ciò che fa proprio, da qualsiasi parte provenga. La breve presentazione adelphiana dice per La donna di “genere letterario virtuale” rispetto all'Italia, fatto di gioco, ironia, stile, capito dal pubblico prima che dai critici: reciproco riconoscimento editore-autore, minima excusatio non petita. Tra i viventi Adelphi non si è giovata del diluvio (anche pecuniario) del noir e si spera che F&L non preannunci uno sdoganamento (in tal senso una chiusa parentesi in epoca di slancio tarantiniano fu Pericle il nero di Ferrandino). Questo perché di iperletterati dal tocco sospeso, “attutito, ovattato”, simile ai gesti di Anna Carla, “come se le fosse appena nevicato dentro”, non ne è proprio pieno il giallismo italiano e La donna ad oggi ha proprio l'aria dell'unicum. 



  • Marcello Mastroianni e Jacqueline Bisset, La donna della domenica (1975)
    Marcello Mastroianni e Jacqueline Bisset, La donna della domenica (1975)
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