Quaranta citazioni per Anselmo Secòs

La voce di Daniele Gorret non dà tregua, infastidisce come un pungolo, sfascia tutta l’impalcatura su cui si reggono le convinzioni dell’uomo comune e tutti i suoi sentimenti, compresi quelli dell’amore filiale (alla maniera di Cecco Angiolieri) e dell’amicizia, per non parlare della relazione, avvertita del tutto deludente ed ipocrita, fra uomo e donna.

Il lettore di questi testi in versi ma dall’andatura quasi narrativa si sente scorticato dai contenuti espressi da un linguaggio a sua volta sottoposto a dècrassage, che l’autore opera per restituire – cito le sue parole – “il nitore e lo splendore della Parola Originaria”. Infatti, benché lo avverta pulito e perfettamente comprensibile, onesto e veritiero, egli prova un certo disagio di fronte alla sua nudità, privo com’è di sovrastrutture ed edulcorazioni retoriche, per niente adatto a indorare la pillola amarissima che Gorret gli offre: “che questo Mondo è letteralmente insopportabile per tutti” e che la poesia nasce da questo odio.

 

Odio, cupezza, nemmeno Leopardi arriva, a volte, pessimismo radicale sul genere umano e sulla vita, rifiuto di ogni forma di fascinazione del mondo, che non sono meno radicali, rispettivamente, di quelli di Céline, o di Leopardi e dei poeti maledetti.

Gorret è feroce. Tanto più feroce, però, quanto più è stato deluso; quanto più, poco a poco, l’emarginazione dal mondo si è trasformata nel privilegio di un esilio volontario da tutti i falsi schemi religiosi, etici, ideologici; tanto più irreversibile quanto più egli ha saputo rifiutare una certa Scienza che ha costruito un sistema assolutamente antropocentrico sulla base di gerarchie di fatto inesistenti.

Gorret, comunque, un suo Paradiso personale se l’è ritagliato: un paradiso pre-verbale, ma assolutamente carico di significati, in cui maestri sono le creature vegetali e animali. Con esse egli parla quel linguaggio adamico che si suppone intercorresse fra il primo uomo e il resto del Creato, il linguaggio dei suoni puri e vibranti di sé e in sé.

Tutto questo il poeta lo dice attraverso un personaggio che può essere considerato, più che un eteronimo, un semieteronimo, come il Bernardo Soares del Libro dell’inquietudine di Pessoa, in quanto – come quello – assume a grandi linee la biografia dell’autore, ha una personalità assai simile e ne condivide la vastissima cultura.

 

Protagonista già di altre sillogi, Anselmo Secòs è il dis-umano, il folle, il mostro, come di solito le persone “normali” giudicano i diversi. Eppure, “questo stesso Anselmo a sé, nel fondo/ si vede capace di portenti/ di epifanie, letizie di visioni”, di cose che non hanno una vera evidenza e che pure “per intermittenze” accadono e perciò stesso esistono; sa, quando ammira gli alberi di un bosco, che “ci sono Sensi, sotto, che restano segreti”; trasforma perfino le proprie malattie, che lo affliggono fin dall’infanzia, in segnali misteriosi, quasi metafisici; parla con gli animali, si cela nei boschi per leggere la poesia omerica o le Operette morali di Leopardi. Ma soprattutto Anselmo Secòs scrive versi, e, quando la poesia lo tocca, egli è felice, gli si aprono “porta e cuore”.

A fine lettura, dunque, tessera dopo tessera, il semieteronimo di Gorret si delinea come un personaggio coerente: ruvido per un eccesso di purezza, solitario per sovrabbondanza di sentimento, deluso per eccesso di aspettative: è questo il senso della citazione – dal Paradiso dantesco – che apre il libro : e se ‘l mondo sapesse il cor ch’elli ebbe. Probabilmente morire da vivi all’interno del consorzio umano è una sorte comune a tanti artisti eccessivamente sensibili e capaci di pensiero autonomo.

 

Daniele Gorret, Quaranta citazioni per Anselmo Secòs, ed. LietoColle, 2015



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