Responsabilità

Il testo qui presentato è quello del primo intervento tenuto negli scorsi 10 e 11 marzo da Elena Pulcini all’interno della serie di incontri intitolata “Parole in dialogo” promossa dalla Fondazione Unipolis, i cui assi fondanti sono “cultura, ricerca, sicurezza e legalità, e solidarietà”. In questa sua prima esperienza l’iniziativa coinvolgerà alcune scuole torinesi, ma il progetto prevede una loro estensione anche ad altre realtà scolastiche e geografiche. Le parole chiave individuate per questa prima serie sono, oltre a “Solidarietà”, “Uguaglianza, Sostenibilità e Sacrificio”, affrontati rispettivamente da Salvatore Veca, Enrico Giovannini e Massimo Recalcati. In occasione di ciascun incontro saranno forniti alle classi materiali preparatori, e altri, in forma multimediale, saranno prodotti alla fine per offrire ulteriori opportunità di uso didattico e approfondimento.

 

 

Responsabilità è un termine il cui significato è racchiuso nella sua stessa etimologia: viene infatti dal latino respondere, cioè rispondere di qualcosa, rendere conto delle proprie azioni e farsi carico delle loro conseguenze. È un termine recente, che compare per la prima volta alla fine del ‘700 (ne Il Federalista) e che sarà poi oggetto di molteplici declinazioni: Responsabilità giuridica (civile, penale), pubblica, politica, morale… 

Quello che mi preme subito sottolineare è che si tratta di un concetto intrinsecamente legato alla modernità: la responsabilità, per essere tale, presuppone infatti la libertà del soggetto, la capacità di agire e scegliere liberamente; si può rispondere delle proprie azioni solo se sono ispirate da una libera scelta. Ed è l’uomo l’unico essere libero e responsabile. Allo stesso tempo, però, e questo fa parte del suo fascino paradossale, responsabilità implica anche un limite alla nostra libertà.

Vediamo cosa questo vuol dire sul piano privato e sul piano pubblico.

Farsi carico delle proprie azioni significa in primo luogo essere consapevoli delle loro conseguenze per noi. Qualsiasi decisione noi prendiamo – iscriversi a una certa Facoltà, partecipare a un concorso, o decidere di tentare la fortuna all’estero – inciderà profondamente nelle nostre vite, ci obbligherà a accettarne gli esiti. Questo vale ancor più quando compiamo una scelta controcorrente o in opposizione ad una figura tutelare: per es. se decido di smettere di studiare contro il volere dei miei genitori, devo sapere che questo mi richiederà più coraggio rispetto a una scelta condivisa o approvata dagli altri. 

Ovviamente non tutto dipende da noi: nella nostra fragilità di esseri umani siamo infatti in balia del caso, per cui a volte anche l’atto apparentemente più insignificante, come prendere o non prendere la metropolitana, può avere effetti decisivi sulla nostra vita (film Sliding doors). Come dicevano gli stoici, ci sono cose che non dipendono da noi e altre che dipendono da noi: su queste ultime però possiamo e dobbiamo esercitare sia la nostra libertà che la nostra responsabilità.

 

Ma non basta rendersi conto che le nostre azioni avranno conseguenze sulla nostra vita, bisogna anche sapere che incideranno inevitabilmente sulla vita degli altri. Gli esseri umani non sono atomi, separati gli uni dagli altri, come il pensiero moderno ci ha abituati a pensare, bensì soggetti in relazione (Pulcini, La cura del mondo), la cui vita e il cui destino si intrecciano con quelle degli altri: siano questi i più prossimi, come i familiari, gli amici, l’amato/a, siano essi, come vedremo, gli altri distanti. Alcune azioni coinvolgono gli altri in modo indiretto (come andare via di casa o scegliere un certo tipo di lavoro), altre in modo diretto (come mentire a un genitore, lasciare o tradire il proprio compagno, diventare dipendenti dalla droga o dell’alcool); altre infine sono il frutto di un agire condiviso (come sposarsi, avere un figlio o comprare una casa) e si parlerà allora di corresponsabilità.

 

Ma in un modo o nell’altro, ciò che facciamo influenzerà altre vite a cui siamo bene o male vincolati. Un grande filosofo del 900, Emmanuel Lévinas, è a questo proposito ancora più radicale perché dice che è impossibile sottrarsi alla responsabilità in quanto questa viene prima della libertà (Altrimenti che essere). È vero anche però che noi tendiamo a dimenticare questa verità e facciamo un uso illimitato della nostra libertà. Perciò abbiamo bisogno di essere educati alla responsabilità; e indubbiamente la prima agenzia di educazione è la famiglia. È nella famiglia che dovremmo imparare quella che è la precondizione dell’agire responsabile: cioè la necessità del limite e, perché no, del divieto. Il NO imposto da una figura autorevole è il primo, indispensabile strumento di crescita (libro: I no che aiutano a crescere). Il che non ha niente a che fare col ripristino di principi autoritari e costrittivi, ma con il bisogno di regole e di confini, indispensabili per la formazione stessa dell’Io. Si tratta piuttosto, da parte delle figure genitoriali di esercitare non l’autorità ma l’autorevolezza, che deve essere guadagnata anche attraverso il peso a volte estenuante della negoziazione con i propri figli. E soprattutto, si tratta di rispettare quel delicato confine tra protezione dei figli e responsabilizzazione, evitando di cadere in forme omertose di complicità e di sostegno che finiscono per ostacolare nei figli ogni accesso alla responsabilità (film: I nostri ragazzi).

 

I nostri ragazzi, film

 

L’educazione familiare – che, lo dico solo per inciso, dovrebbe auspicabilmente trovare un decisivo riscontro nella scuola – è fondamentale per interiorizzare, per fare proprio attraverso l’esperienza, questo principio etico, e rendere le persone capaci di esercitarlo non solo nella vita privata, ma anche nella sfera pubblica. La vita sociale, professionale, politica è sempre affidata all’esercizio della responsabilità; e lo è tanto più oggi in quello che il sociologo Zygmunt Bauman ha definito un mondo liquido, privo cioè di regole certe e di solidi parametri di riferimento (Modernità liquida); un mondo quindi in cui la presa di coscienza e l’azione individuale hanno un ruolo quanto mai importante. 

Pensiamo alle diverse dimensioni della sfera pubblica in cui ci troviamo ad agire. La dimensione professionale in primo luogo: quando ci sottoponiamo ad un intervento chirugico o affidiamo i nostri soldi ad una banca, o anche solo quando prendiamo un autobus o andiamo a cena al ristorante, dobbiamo poter contare sul fatto che il chirurgo o l’autista, il bancario o il cuoco svolgano il loro lavoro con la massima attenzione, dobbiamo poterci sentire al sicuro. Insomma, la nostra vita quotidiana e la nostra salute, il nostro benessere economico e la qualità della nostra vita dipendono dalla responsabilità di altri, i quali a loro volta dipendono da noi, anche se svolgiamo attività umili e apparentemente innocue.

 

Questo vale in modo particolare per la politica, perché la politica è la sfera per eccellenza della decisione: dare il nostro voto a qualcuno significa fidarsi di lui e ritenerlo degno di rappresentarci, di rispettare le promesse fatte e di operare responsabilmente per il bene comune. Perciò ci sentiamo traditi se le nostre aspettative sono disattese, se scopriamo reti di corruzione, spreco di denaro pubblico, o collusioni mafiose; e ci indigniamo se nessuno si assume pubblicamente la responsabilità di quanto avviene, se nessuno si vergogna di quanto ha fatto. La vergogna, quella passione che insorge di fronte al timore del giudizio dell’altro, è oggi quasi del tutto scomparsa; si tende a scaricare l’onere su altri o a denegare qualsiasi coinvolgimento, o addirittura a rivendicare i comportamenti più turpi spacciandoli per legittimi. Eppure la vergogna, l’ammissione di una colpa sarebbero il segnale del senso di responsabilità e il primo passo verso la possibilità di riparazione del male. Pensiamo a quel terribile evento che è stato la Shoah, caso esemplare della responsabilità come colpa: senza il riconoscimento della colpa da parte degli aguzzini nazisti non ci sarebbe redenzione, né alcuna forma di risarcimento per le vittime.

 

Inutile dire che l’emergere delle passioni empatiche (tra cui senso di colpa e vergogna) sarebbe auspicabile non solo nell’ambito della politica, ma anche in settori della vita sociale che coinvolgono sopattutto i giovani, come i social networks e i loro possibili effetti. Problema enorme, che andrebbe affrontato a tutto campo, perché è banale dirlo, Internet rappresenta oggi lo spazio simbolico per eccellenza di quella libertà illimitata a cui accennavo prima; ma il fatto che sia legittimo godere delle infinite opportunità della rete non ci esime dal valutare le possibili conseguenze dell’uso che ne facciamo, anzi ci carica di un obbligo in più. Limitiamoci a un esempio: il cyberbullismo. Come purtroppo ci raccontano spesso le cronache giornalistiche, una volta esposta al pubblico ludibrio attraverso la rete da un gruppo sciagurato di compagni di scuola, la vita di una ragazza può essere rovinata per sempre, o addirittura produrre sbocchi suicidi (film:Cyberbully). E ciò che appare più preoccupante è non solo la crudele leggerezza di queste pratiche, ma anche l’assenza, appunto, di ogni sentimento di colpa o di vergogna di fronte al male fatto, che rivelerebbero almeno una qualche traccia di empatia. Perché la responsabilità, mi preme sottolineare, ha bisogno di passioni, o meglio di passioni empatiche, che testimonino della capacità di preoccuparsi per l’altro. Se non è alimentata da passioni, essa rischia infatti di restare un principio astratto, e puramente fondato sul dovere.

 

Empatia, illustrazione di Antonello Silverini.

 

Sull’empatia e le passioni empatiche si fonda in particolare, a mio avviso, quel tipo peculiare di responsabilità che è la responsabilità per altri, come l’ha definita nella seconda metà del ‘900, il filosofo Hans Jonas (Il principio responsabilità): intesa non solo come farsi carico delle conseguenze delle proprie azioni, ma come preoccuparsi per e prendersi cura di altri. Si tratta di una svolta fondamentale nell’etica della responsabilità, che la declina essenzialmente come un’etica per il futuro. Ciò vale non solo per la sfera del lavoro, dove i padri sono chiamati a farsi carico del futuro dei figli, magari anche rinunciando a qualche privilegio. Ma diventa fondamentale in una prospettiva più ampia, che riguarda anche le generazioni future. Il problema che Jonas affronta, insieme a un altro importante filosofo che è Günther Anders (L’uomo è antiquato), è quello degli effetti potenzialmente negativi del potere dell’uomo: un potere diventato illimitato e pericoloso grazie allo sviluppo vertiginoso della tecnica e ai rischi che da questo derivano. La crisi ecologica, l’uso sempre più pervasivo delle biotecnologie nonché la minaccia nucleare focalizzata a metà del ‘900 dall’evento di Hiroshima, vengono descritti come l’effetto di un agire che ha perso il suo scopo e il suo senso a causa della hybris del soggetto, della dismisura di un homo faber dotato di un potere senza precedenti e allo stesso tempo potenziale vittima di questo potere. Fenomeni, questi, sempre più evidenti negli ultimi decenni, che oggi non ci consentono più di relegare ad un immaginario apocalittico il configurarsi di un mondo postumano (film:Matrix), preda incontrollata di accelerati mutamenti climatici (film: It changes everything) ed esposto al destino catastrofico di incidenti o bombe nucleari (film: Il dottor Stranamore, The Road). 

 

Stiamo perdendo il nostro futuro, e il problema più grave è che oggi non riusciamo più a identificare i responsabili del male. Non era difficile individuare i responsabili dell’Olocausto e non lo è neppure individuare i responsabili di eventuali disatri nucleari. Ma chi, per tornare su un caso esemplare, ha colpa del riscaldamento climatico? A chi possiamo attribuire la responsabilità del global warming che sta sempre più rapidamente devastando il pianeta? Siamo tutti responsabili, potremmo rispondere: non solo i grandi poteri economici e tecnologici, ciechi rispetto al senso stesso dell’agire e preoccupati solo del proprio profitto, ma anche noi, noi cittadini che compiamo ogni giorno, spesso inconsapevolmente, atti apparentemente innocui che incidono invece profondamente sulla vita del pianeta e delle future generazioni: come prendere la macchina per brevi tragitti, consumare l’acqua potabile per innaffiare il giardino, riempire le strade di mozziconi, non fare la raccolta differenziata, accendere al massimo il condizionatore… Si potrebbe usare oggi per il problema ecologico quella che, con un’intuizione straordinaria, Hannah Arendt aveva definito nel secolo scorso la “banalità del male”: un male cioè insidioso, che scaturisce da azioni apparentemente innocenti (La banalità del male). Stiamo perdendo il nostro futuro e rischiamo di consegnare alla future generazioni un mondo e una vita che non sono più, come diceva Jonas, degni di essere vissuti. Se la responsabilità è anche responsabilità per altri, nella società globale è necessario ampliare l’idea stessa di “altro” fino ad includere i non-ancora-nati, le generazioni future.

 

Ma come fare per recuperare il senso di responsabilità? Proverò a suggerire una breve mappa essenziale per un’etica della responsabilità:

– recuperare la percezione del limite come ciò che fa parte costitutiva dell’umano, ma che è stato rimosso dalla vocazione prometeica del soggetto moderno. Paradossalmente, la globalizzazione favorisce questa possibilità, in quanto ci rende per la prima volta nella storia, un’unica umanità: un’umanità vulnerabile, unita, al di là delle differenze che pure non vanno ignorate, dalle stesse sfide planetarie e dallo stesso destino;

– interiorizzare l’idea, anche attraverso l’educazione, che siamo costitutivamente esseri sociali, o meglio soggetti in relazione, le cui azioni finiscono sempre per coinvolgere altri. Per metterla in termini ancora più radicali con le parole di una canzone dei Beatles: il mondo siamo noi, siamo noi che lo facciamo, we are the people…;

– recuperare una prospettiva utopica, che senza cadere nell’ottimismo ingenuo deglle generazioni degli anni 70 (film: Across the Universe), ci consenta di non rinunciare alla speranza che può esistere un mondo migliore. Una speranza che tuttavia oggi deve essere sorretta dalla capacità di immaginare il mondo che vogliamo, perché per dirla ancora con Arendt, è l’immaginazione che ci permette di prendere le distanze dal presente. Stiamo perdendo, soprattutto i giovani, la capacità di immaginare il futuro. Vale allora la pena di chiedersi: quale immagine del mondo vogliamo costruire? Quali aspetti dell’umano vogliamo preservare?

 

Scena del film Across the universe.

 

Infine, e soprattutto, abbiamo bisogno di una responsabilità che si cali attivamente nel quotidiano, data anche l’urgenza dei problemi da affrontare, come sottolinea con forza Papa Francesco nella sua Enciclica (Laudato si’). Non c’è tempo da perdere, dobbiamo agire subito e senza indugi se vogliamo invertire la rotta. 

E questo vuol dire che la responsabilità non può che diventare cura. A partire dal suo significato etimologico, l’idea di cura contiene infatti in sé il momento attivo, pratico, fattuale. Cura vuol dire infatti allo stesso tempo, preoccupazione e sollecitudine: vuol dire cioè in primo luogo saper cogliere le urgenze e le priorità che abbiamo di fronte, e farle oggetto di attenzione; perché l’attenzione come ci dice Simone Weil, è il contrario appunto dell’incuria e dell’indifferenza. È ciò che ci rende capaci di riconoscere il male dietro l’innocenza, come nel caso dei piccoli gesti quotidiani, di cui parlavo sopra; di individuare i responsabili dietro la maschera dell’anonimato, di smascherare i pericoli celati dietro eventi spacciati dal potere come innocui. In secondo luogo, vuol dire contemporaneamente attivarsi, mobilitarsi per dare una risposta, mettendosi in gioco e investendo energie. Prendersi cura di qualcuno o di qualcosa, della persona amata o dell’ambiente, dei propri figli o delle generazioni future implica l’assunzione di un impegno, quotidiano e costante. Non si tratta, è importante precisarlo, di un banale altruismo, ma della testimonanza del fatto che siamo consapevoli di essere con gli altri. Vuol dire assumere un nuovo e radicale stile di vita che investa tutte le sfere dell’esistenza, dal privato alla sfera professionale, dalla politica all’ambiente; per compiere oggi come dice uno dei personaggi di Italy in a day, un recente film di Gabriele Salvatores, il gesto davvero rivoluzionario.



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