Neologismo: abbandonologo

Serjilla è un posto lontano. È l’ultimo dei luoghi d’incontro, anche se da quindici secoli non ci vive più nessuno. Eppure a Serjilla ogni giorno la vita si ricrea, ogni giorno si disfa e ricomincia, dalle anse in cui si è nascosta. Qui, in questo scampolo di mondo che è fuori da ogni possibile rispondenza, le cose restano come sono, capovolte o rotte non importa.
Un modo per arrivare a Serjilla è restare indietro, in un lento procedere a soste per posare lo sguardo sulle cose lasciate a perdersi, nella corsa continua del quotidiano. Serjilla resta ad attendere, viva com’è, esultante a un tratto di esserlo, al modo di una dimora, per chi cercasse un ritorno. D’altronde, così situata fuori dal tempo, che mai dovrebbe temere nell’avvenire?

 


 

Che leggi? - mi chiede, mentre si fa spazio sulla poltrona della Ubik che faticosamente mi ero conquistata.
Bimbo, mi hai quasi spinto a terra. Cosa vuoi? - gli dico con malagrazia, perché ho anche le scarpe con le stringhe che mi lacerano le caviglie.
Solo sapere che leggi.
Un libro su certi paesi abbandonati.
Abbandonati?
Abbandonati.
Allora sei un’abbandonologa?
Questa parola non esiste.
Esiste, invece. Sei un’abbandonologa?
Ma che ne so. Forse sono solo un’abbandonica.
Questa parola non esiste - fa lui.
Esiste, ti dico, e c’entra il timore dell’abbandono. Un fatto vecchio che risale sempre indietro nel tempo. Ma tu non puoi capire.
Secondo me le cose sono collegate. Tu fai l’abbandonologa perché sei un’abbandonica.

 

Carmen Pellegrino, 35 anni, storica ma soprattutto scrittrice, ha raccontato questa storia sulla propria pagina facebook.

Ne racconta tante di storie lei, che attraversa i borghi abbandonati e presenzia ai funerali degli sconosciuti per scambiare due parole con il morto.

 

Era il 25 aprile quando il bambino, senza saperlo, pronunciava quella parola, ‘abbandonologa’, che avrebbe poi, qualche mese dopo, conquistato il proprio spazio all’interno della lingua ufficiale, registrata grazie all’impegno di Silverio Novelli, lessicografo della Treccani, e Andrea de Benedetti, colui che, come è Carmen stessa a dire, “ha stilato le ragioni per cui può esistere questo neologismo quantomeno ardito”:

 

abbandonologo s.m. Chi perlustra il territorio alla ricerca di borghi abbandonati, edifici pubblici e privati in rovina, strutture e attività dismesse (luna park, orti, giardini, stazioni, ecc.), di cui documentare l'esistenza e studiare la storia.

 

A seguire la definizione il racconto della storia di Carmen e alcuni articoli che hanno parlato di lei: del suo camminare, del suo guardare, del suo scrivere.

 

Una parola inventata. Perché proprio ora? Una coincidenza? Potere dell’infanzia di inventare mondi?

 

Carmen Pellegrino non nasconde il proprio debito con qualcosa di antico.

Quando Gianni Celati parlava del proprio progetto per Visioni di case che crollano, scriveva quello che Carmen ripete nei suoi racconti: scriveva che le case vecchie, contadine, lasciate in abbandono, non andavano mostrate come malinconici resti del passato, ma come aspetti sorprendenti del nuovo mondo.

E, con Celati, al cuore è un “nuovo modo di guardare le cose”: “In un’epoca come la nostra, dove si tende a restaurare tutto per cancellare le tracce del tempo, quelle case portano i segni d’una profondità del tempo, e ci pongono la domanda: cosa fare delle nostre rovine? Cosa fare di tutti i nostri crolli, compresi i crolli delle facce, ora sottoposte a cosmesi chirurgica? Cosa fare di tutto ciò che è arcaico e sorpassato, e che non può essere smerciato come un altro nuovo articolo di consumo? Sono domande che diventeranno sempre più pressanti negli anni a venire”.

 

Carmen non ha costruito una riflessione attorno a queste domande, piuttosto le ha abitate.

È per questo, forse, che è stata coniata una nuova parola, una parola che nasce in questa storia, con questa donna, con questa premura per i ruderi e per le cose che “hanno perduto la destinazione d’uso, e ora stanno e non attendono nulla, se non la parola che sgorghi dal fondo di chi le guarda”.

 

 

Perché non è solo occuparsi di borghi abbandonati: lo fanno e lo hanno fatto in molti. È piuttosto come li si attraversa, come li si restituisce su una pagina bianca, come si è capaci di dare corpo alle voci. Quest’urgenza nasce allora dai fantasmi dell’immaginazione, dai cagnetti provvisori che con sguardo perentorio vogliono essere trattati da pari e indicano la via per superare i cancelli di ferro che isolano i borghi senza vita. Nasce nell’incontro con i morti sconosciuti, quelli cui si destina una delle case abbandonate - gerani sui balconi e alberi da frutto nel giardino - così che possano ritrovarsi, amanti chiacchierati in paese, al riparo dalla rabbia dei vivi.

 

Perec scriveva che il testo non è produttore di sapere, ma produttore di finzione, di sapere-finzione o fanta sapere. È del mondo dell’arte inventare parole nuove: le opere d’arte non attualizzano una possibilità preesistente; l’atto creativo, piuttosto, crea, nello stesso tempo, la realtà e la sua possibilità, offre l’occasione a qualcosa che manca. Impensabile, prima. Nominare le cose per farle esistere, circondarle, cercando di dire una parola pur sapendo lo scacco inevitabile.

E allora, forse, non è davvero solo di borghi abbandonati che si occupa l’abbandonologo, con buona pace di una definizione nuova che, come ogni definizione, manca comunque sempre un po’ il bersaglio.

Quel bambino, io credo, aveva più ragione di Carmen e dei vocabolari.

 

Perché qui non è un oggetto ma un evento, una postura per il mondo. Una postura che potrebbe riguardarci, anche se di andare per i paesi abbandonati, noi, non abbiamo alcuna intenzione e forse pure un po’ paura.

“Avvicinarsi alle rovine col sentimento dello scampato”, scrive Carmen.

Ma che vorrà dire?

È qualcosa che ha a fare con la cura, con la lentezza: portare i segni del nostro essere sopravvissuti alle lacerazioni del tempo, “guardare al reticolo delle nostre crepe e vederci varchi per l’aria e per la luce”. Ma, soprattutto, “resistere ancora, che ormai sembra pura follia”.

Si tratta, allora, di entrare in un altrove, immaginare un luogo in cui il tempo non fugge e lo si guarda incedere lento, sulle facciate delle cose e fra le giostre che non girano più.

Senza pensare tutto questo come una sconfitta e vedendo piuttosto, nella perdita, una possibilità.

 

Non possiamo, allora, pensare a questo neologismo come un’occasione per prendere sul serio questa interazione con il mondo in remissione? Esercitarci al silenzio, alla voce delle cose, anche di quelle che non sono accadute. Pensare l’“ospitalità dell’esperienza” e costruire uno spazio che sappia resistere, inattuale?

Uno spazio che ci consenta di sdraiarci, ascoltare il ritmo, fare caso ai soffitti e alla terra che cade.

 

 

ma se i morti infinitamente dovessero mai destare un simbolo in noi,
vedi che forse indicherebbero i penduli amenti
dei noccioli spogli, oppure
la pioggia che cade su terra scura a primavera.

 

e noi che pensiamo la felicità
come un'ascesa, ne avremmo l'emozione
quasi sconcertante
di quando cosa ch'è felice, cade.

R.M. Rilke

 

 

Leggi anche:

 

 

Anna Stefi, Georges Perec / Un ebook di doppiozero

Derelicta | Tra archeologia urbana e industriale



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