Tavoli | Alberto Arbasino

Il posto di lavoro, che dall’alto appare come un angolo ben protetto, è consumato proprio dove si lavora: l’uso ha rimosso la coloritura del tavolo e per sfregamento riaffiora la natura del legno. La luce arriva dalle spalle, da sinistra, quasi chiudendo l’angolo delle due pareti. Sempre alle spalle, dietro la sedia dal cuscino a lungo usato, un paio di pile di libri appena ricevuti o consultati o sgombrati dal tavolo. A destra il telefono fax fotocopiatrice. Un posto efficiente, con spazi per la consultazione e la revisione e, già a portata di mano, piccoli archivi di momentanea consultazione. Lo strumento di scrittura, sotto la lampada opposta in diagonale alla finestra, è una macchina per scrivere a nastro. Di conseguenza si immaginano rinchiusi in un cassetto adiacente, o sono lì nel portapenne accanto all’orologio, le forbici la colla il nastro adesivo. Da qualche parte a portata di mano si indovinano nastri di riserva, forse anche la carta carbone. Gli occhiali sono pronti all’uso. L’elettronica non sarebbe che la metafora di questa realtà, niente altro che l’illusione di questo alto artigianato, e alzarsi per prendere un libro evita il mal di schiena. Dunque, in questa cassetta degli attrezzi il tempo non è sospeso: semplicemente si prende il suo tempo.



  • Fotografia di Giovanna Silva
    Fotografia di Giovanna Silva
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