Una questione di stile

Quando in Una questione privata il partigiano Milton sta già affannosamente cercando un scambio per l'amico Giorgio, necessario a che sia liberato dai fascisti e gli possa rivelare dei suoi rapporti con Fulvia, si preoccupa del giudizio del suo comandante. Leo lo aveva sempre considerato “un classico”, ma evidentemente ai propri stessi occhi Milton stava perdendo tale qualità. La classicità è stato un cavallo di battaglia del fascismo, ma certo l'eroe di Fenoglio non ne dava la stessa interpretazione. Se l'8 settembre porta a maturazione il distacco dal Regime attraverso un evento dirompente e capace di mettere di fronte ciascuno ad una decisiva scelta individuale, ne consegue il problema di trovare per sé una nuova forma, uno stile. Cominciamo col dire che i tre romanzi principali della Resistenza – Il libro di Johnny, Il sentiero dei nidi di ragno, I piccoli maestri – hanno per protagonisti degli studenti, come del resto studenti erano Fenoglio, Calvino e Meneghello tra il 1943 e il 1945. Da un lato sappiamo storicamente che la scuola, luogo d'elezione per l'indottrinamento fascista, nei suoi gradi superiori, nelle organizzazioni e nelle manifestazioni culturali quali il GUF e i Littoriali era divenuta spazio di fronda; dall'altro ugualmente nota è l'avversione del fascismo per gli intellettuali tout court identificati con intellettualismo, paralisi, inermità, e irrisi a favore degli uomini d'azione.

 

È tuttavia interessante partire da Fenoglio, perché già come per il classicismo si riscontra una crescente avversione del suo protagonista verso il proprio essere letterato, che non va confuso però con il disprezzo fascista. Nella prima parte, corrispondente a Primavera di bellezza, ci sono due conversazioni con ragazze di cui Johnny pare innamorato: Elda, lettrice di Svevo e Schnitzler poi messa incinta da un sottotenente della fanteria, con la quale in barca a Torino parla della propria vocazione di scrittore e la liceale Fulvia ad Alba, in una notte di oscuramento sui gradini della casa di lei. Nel primo caso si capisce che Elda ritiene Johnny un predestinato a qualcosa di grande, tanto da valutarlo fallito anche se a trenta anni fosse già ordinario di Lingua e letteratura inglese, “poiché”, dice, “sei fatto a quel certo modo”; solo quando lui enuncia la possibilità di diventare uno scrittore lei si alza in piedi entusiasta mettendo in pericolo la stabilità della barca. Nel secondo caso la conversazione è distratta da un bombardamento proveniente da Torino e dal pensiero di un amico morto; al che Johnny chiede: “– Fulvia, se io finissi come Morra... – […] In questo caso tu mi considereresti ugualmente uno scrittore? –”. Lei risponde di sì, cosicché si chiarisce quanto l'essere scrittore, proiettato nell'un caso sul futuro, nell'altro sul passato inespresso, abbia a che fare più che con l'effettiva produzione o la ricezione (Johnny prega Fulvia, se dovesse morire, di non rivelare il segreto ad altri) con un modo d'essere, in definitiva uno stile esistenziale. Nella seconda parte del romanzo (Il partigiano) Johnny, dopo l'8 settembre che lo allontana dal corso ufficiali a Roma, viene imboscato dal padre in una villa in collina. Qui avrebbe tutto ciò che sognava nei mesi precedenti: solitudine e libri da leggere o tradurre: “Ora esistevano tutte queste premesse e possibilità, le armi e gli uomini collettivi lontani, oltre le colline, oltre il fiume, nelle grandi città fantomatiche, nelle immense pianure nebulose e abbrividenti... ”. E però proprio il mondo che si sta agitando sulle colline rappresenta un richiamo d'azione che si contrappone alla stasi forzata, imposta dai genitori che comprende inevitabilmente anche l'ozio letterario divenuto intollerabile (“La letteratura lo nauseava”).

 

Il partigiano Johnny di Beppe Fenoglio

 

Johnny cerca ancora di imporsi una sorta di compito morale, promanante dal suo essere profondo, cioè tradurre per l'intera serata il libro che gli capita tra le mani, Famosa Tragedia del Ricco Ebreo di Malta di Marlowe. Si siede dunque “con una forzata, smorfiata determinazione” e vuole proprio mettere su carta la traduzione, calcando minuziosamente con la penna, “la grafia come un ceppo di salvezza”; è costretto però ad arrendersi all'“impossibilità”, ad alzarsi di scatto dalla sedia e serrare il libro “con uno schiaffo secco come se volesse schiacciarci tra i fogli tutti i pidocchi di quella sua miseria”, poiché in quel momento gesti più rispondenti al “certo modo” in cui Johnny è fatto. Dunque d'ora in avanti la scelta etica non s'identificherà più con la sola letteratura, ma con il suo declinarsi nel partigianato. 

Arrivato per caso in una banda comunista quale unico studente, viene adocchiato quale pubblico ideale dal commissario politico Némega. Questi immagina che Johnny, una volta rafforzata la brigata e messo in piedi un giornale clandestino, possa scrivere “pezzi di colore partigiano. Johnny shrunk violently. – Io non farò nella di simile. La penna l'ho lasciata a casa e non ci penso a sintassi e grammatica. Per tutto il tempo che starò qui non intendo stringere in mano che un fucile. –” Nel romanzo il congedo definitivo alla letteratura si ha però sulla tomba di Tito, l'unico vero amico di Johnny tra i rossi, quando in difficoltà a rapportarsi con il morto è preso in “un giro letterario certo frivolo, forse sacrilego, sicuramente odiosissimo” e si mette a recitare da Cime tempestose; quindi corre via preso dalla vergogna. Di lì a due capitoli Johnny entrerà nelle formazioni badogliane di Nord e finalmente a proprio agio spariranno di conseguenza le tracce del conflitto con la letteratura: tutto il suo essere, formatosi sui classici e sugli anglosassoni, si è ormai trasfuso nell'azione partigiana. Tuttavia niente dell'educazione letteraria, profondamente penetrata in sé, va perso, bensì trasformato dall'evento rivoluzionario dell'8 settembre in forma resistente, nel nuovo stile che potremmo chiamare di epica etica.

 

Se Johnny ha tutto inglobato e bruciato nell'azione etica, Kim, studente di psichiatria, incarna invece il pensiero etico dell'azione. Per il capitolo a lui dedicato, che tenta di razionalizzare gli eventi ai quali si abbandona senza coscienza Pin, Calvino aveva subito molte critiche, ma si è sempre rifiutato di eliminare quel corpo estraneo al mood del Sentiero dei nidi di ragno. Si tratta di uno dei tanti intellettuali problematici messi in scena, con sempre maggiore perplessità, da Calvino, e si contrappone non solo al bambino picaro, ma anche al comandante Ferriera, l'operaio montanaro che applica senza dubbi una visione materialista della realtà e della storia; non ingenuo, ma certo più semplice nel suo meccanicismo dovuto alla professione, bonariamente si irrita del ragionare di Kim, che procede per contraddizioni e paradossi: “ha un desiderio enorme di logica, di sicurezza sulle cause e gli effetti, eppure la sua mente s'affolla a ogni istante di interrogativi irrisolti. […] Tutto deve esser logico, tutto si deve capire, nella storia come nella testa degli uomini: ma tra l'una e l'altra resta un salto, una zona buia dove le ragioni collettive si fanno ragioni individuali, con mostruose deviazioni e impensati agganciamenti.” 

 

Il giovane commissario è un illuminista convinto che attraverso la parola persuasiva si possa ricucire la slabbratura tra motivazioni personali e collettive, ma il suo giro per l'efficiente, “freddo e limpido” Ferriera risulta lungo e pieno di scarti. Pur nella brutalità concreta della guerra Kim ritiene che le due parti lottino per simboli, seguendo ombre cinesi, ciascuno i propri miti (“gli ideali sono buoni tutti ad averli”), o siano mosse da ugual furore biologico; solo alla fine, andando al di là delle autorappresentazioni e intenzioni soggettive, attingendo alla moralità dei fatti, spicca la differenza tra i partigiani, che spezzano la catena dell'odio e della miseria, e i fascisti che viceversa la perpetuano. La storia giudica gli atti compiuti: soltanto quelli dei primi non vanno persi. Sembra esserci qualcosa di volontaristico su tale risoluzione che viene dopo la scomposizione ABC, tanto amata da parte di un personaggio che dubita della sua stessa identità (“Kim... Kim... Chi è Kim?”) e pare più sensibile alle ragioni individuali e all'orizzonte cosmico-naturalistico allorché s'affida alla storia intesa come futuro che scioglie ogni dubbio (il sogno “di capire tutto”, di “non avere più forse in sé”). Calvino ha elaborato insomma una figura di intellettuale lontano dall'educazione normativa di regime, caratterizzata da uno stile critico, empirista (per esempio l'esperimento sociale relativo alla costituzione del distaccamento del Dritto), ora scettico ora progressivo, comunque etico.

 

 

Anche l'io narrante di Meneghello s'interroga spesso con gli altri giovani studenti cittadini saliti in montagna sull'ethos. La piegatura che gli conferisce è ironica, secondo uno stile british del tutto estraneo al contegno delle camicie nere, ma pure al comico di tradizione italiana. Il dialetto viene buono per la demistificazione programmatica (“Mentre russi e alleati tiravano il collo al nazismo, noi cercavamo almeno di tirarlo alla retorica.”), come già nell'infanzia di Libera nos a malo quando venivano involontariamente storpiate le parole d'ordine politiche o della religione ufficiale; difficile discorrere in astratto con i resistenti popolani del Castagna: “Volevo anche informarmi un po' sul loro ethos, ma naturalmente c'è lo svantaggio che in dialetto un termine così è sconosciuto.” Loro ragazzi del Partito d'Azione muovono da un'etica montaliana del rifiuto proposta in chiave ironica: di D'Annunzio, il cui ritratto, insieme a quelli del Re e del Duce, viene “Passato per le scarpe” nella bibliotechina di Tarquinia di fronte alla costernata bibliotecaria; dell'Ermetismo (“Era gente già stata in guerra, mentre noi eravamo a Padova a suonare l'oboe sommerso, che poi non si sa che suono possa fare, farà glu glu.” p. 50) e della cultura universitaria in generale da cui non s'impara niente o al più s'impara la filosofia, che gli studenti “se la tengono a mente […] E poi pensano […] E poi muoiono.” 

Al sapere vacuo e libresco si contrappongono le “cose pratiche” di cui sono esperti i giovani comunisti, a partire dalla naturale predisposizione per la lotta partigiana teorizzata dal narratore e dai suoi sulla scia di Mazzini: “al primo sguardo si riconosceva calata l'Idea della Banda”; “Si sentiva che qui le cose erano venute prima delle idee”. Un altro modello di italiano, più affine al narratore, viene rappresentato da Toni Giuriolo, che continua la tradizione spenta dal fascismo di Rosselli, Salvemini, Gobetti e Gramsci, cosicché i giovani “catecumeni, apprendisti italiani” possono intraprendere la desiderata crescita personale: “Ecco com'è l'empirismo, pensavo. L'eroismo è più bello, ma ha un difetto, che non è veramente una forma della vita. L'empirismo è una serie di sbagli, e più sbagli più senti che stai crescendo, che vivi.” Una fusione tra le conoscenze precedenti la svolta dell'8 settembre e la nuova situazione che spinge finalmente al confronto pragmatico con la realtà: “C'era più grammatica tra noi, più sintassi, più eloquenza, più dialettica, più scienze naturali pure e applicate che in ogni altra squadra partigiana dal tempo dei Maccabei.” 

 

Il valore trasformativo della prova partigiana viene dichiarato con chiarezza: “Sentivamo la guerra come la crisi ultima, la prova, che avrebbe gettato una luce cruda non solo sul fenomeno del fascismo, ma sulla mente umana, e dunque su tutto il resto, l'educazione, la natura, la società.” E trova la sua essenza, quanto ad ogni individuo, nella semplice definizione di Giuriolo: “Chi sente che vuole fare il partigiano, cioè resistere con le armi, perché è giusto così, non si spaventerà di quello che trova qui, il disagio, e i rischi, e le fatiche; chi non sente così, è bene che vada via; non è vergogna, se uno non sente così; ma non deve illudersi di fare il partigiano; il suo posto non è qua.” L'ambiente stesso di Asiago si rivitalizza al contatto con le nuove presenze giovanili a loro volta poi da esso influenzate: “Fu in queste settimane, credo, che ci entrò così profondamente nell'animo il paesaggio dell'Altipiano.” Eppure proprio questo spazio viene arato dai rastrellamenti, si offre alle fughe disordinate, è punteggiato dall'uccisione di molti combattenti. Di fronte a ciò si esplicita l'etica del narratore: nessuna parola troppo grave o scena tragica o patetica di eroismo dispiegato; addirittura la fine armi in pugno – motivo canonico della narrativa partigiana – non viene mai rappresentata: un luogo, a volte un nome, un particolare soltanto sono sufficienti (“Sotto Agordo […] due partigiani […] coi piedi verso il basso, senza scarpe”). Certe figure appena intraviste come l'autista, “un bravo ragazzo”, che li accompagna a Enego per il rapimento del dottore, viene fermato in un due righe: “Qualche settimana dopo venne su anche lui a fare il partigiano, e restò ucciso quasi subito, in rastrellamento.” E così anche i più cari compagni: “Rodino fu ucciso quasi subito, dove la costa tocca il pianoro. Lo trovarono poi col maglione sforacchiato, e il viso sfigurato dalle pedate.” L'estrema interiorizzazione di questi fatti e l'etica ironica divenuta pudore si chiudono sul silenzio, perché anche il modo di morire e di trattare la morte si deve distanziare dal fascismo:

 

Il resto che è accaduto su quello spalto davanti alla Valsugana, dove restarono uccisi Nello e il Moretto, e tanti altri nostri compagni, non l'abbiamo mai voluto ricostruire. Alcune cose si sanno, e sono altamente onorevoli, e perfino leggendarie. Ma io non ne parlerò. Antonio non morì qui, ma lontano, fuori dalla nostra vita, non rastrellato ma in combattimento aperto, com'era più giusto. 



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