La traccia rimossa dell’autismo di Fernand Deligny

Che il fare elimini l’agire – come la coscienza occulta il reale – è un’evidenza che ci pone un dilemma insolubile: voglio parlare di quel “noi” che vive vicino ai bambini autistici.

Fernand Deligny, I bambini i loro atti i loro gesti: Esistono bambini mutacici, autistici, afasici?

 

La recente proliferazione assordante dei discorsi sull’autismo si è costituita attraverso la disposizione di opposti binari che organizzano le posizioni dei soggetti coinvolti, sul fronte diagnostico psicogenesi vs. disturbo dello sviluppo, su quello degli interventi metodologie educative comportamentali vs. psicologia dinamica, su quello delle soggettività genitori di persone “con autismo” vs. autistici, medicalizzazione vs. empowerment, e così via; c’è poi una storia canonica dell’autismo, iniziata negli anni quaranta del secolo scorso in Nord America e in Austria, condivisa da tutti quanti, con i suoi personaggi, di volta in volta buoni o cattivi, Kanner, Asperger, Bettelheim, Rimland, la Grandin, Lovaas, Rain Man, il cane ucciso a mezzanotte e infiniti altri. Ciascuno ha agio di dislocarsi rispetto all’oggetto culturale “autismo” secondo il proprio sentire. Poi ci sono i rimossi, i tentativi di pensare la stessa cosa in modo diverso. Tra questi un posto privilegiato va riconosciuto a Fernand Deligny.

 

Questa è la carta d’origine della nostra pratica che pone il tracciare agli antipodi dell’ascolto.

Per alcune settimane, uno di "noi" che viveva insieme con tre o quattro bambini mutacici ha trascritto scrupolosamente i loro "liberi" tragitti su fogli di carta trasparente posti su una carta del "territorio" senza confini. 

Si trattava soltanto di trascrivere quei tragitti, per niente, per vedere, per non dover parlare di quei bambini, per eludere nome e cognome, per sventare gli artifici dell’“egli” che diventa di rigore non appena l’altro è parlato.

Fernand Deligny, I bambini e il silenzio.

 

Educatore di frontiera, si occupa di ragazzi problematici, psicotici e delinquenti, all’ospedale psichiatrico di Armentières, nel nord della Francia, prima e durante la seconda guerra. I suoi riferimenti teorici al tempo sono eterogenei, da Célestin Freinet ad Anton Semenovyč Makarenko; il suo primo libro, Graine de Crapule, è una manualistica dell’educatore attivo, già scritto nella forma poetica che contraddistinguerà tutta la sua produzione teorica successiva. Testo poi oggetto di autocritica, quando Deligny disconoscerà il ruolo dell’educatore, e quello catartico del lavoro. 

Raccontando la sua vita, Deligny vanta l’arte dello schivare, del negarsi alla coartazione della posizione definita, dell’istituzionalizzazione delle pratiche, consuetudine dell’esquiver sistematico che ne ha determinato i percorsi nomadici attraverso una pluralità di situazioni di progettazione educativa, vagabondo efficace, come voleva i suoi ragazzi. Negli anni asseconda molteplici progetti sulla gestione comunitaria delle marginalità, collabora con Henry Wallon, con cui dopo la guerra svilupperà il progetto della “Grande cordata”. Coltiva la passione per lo strumento cinema, è amico di Bazin, Marker e Truffaut, approda da Oury a La Borde. Ospite col suo gruppo, ma mai integrato nell’esperienza della pedagogia istituzionale. Si trasferisce poi a metà degli anni sessanta nella proprietà di Guattari a Monoblet nelle Cevennes, sul massiccio Centrale, sud della Francia, progressivamente concentrando la propria attenzione su una specifica condizione, l’autismo grave con assenza di parola. Là rimarrà per il resto della vita, dando seguito ulteriore al progetto del lieu de vie, spazio di esistenza conforme alle necessità delle persone gravemente problematiche. 

 

La vita rurale, quasi monastica, a Monoblet è rappresentata nella sua quotidianità in Ce gamin, là (sta su youtube), due livelli di vita distinti, il fare degli adulti e l’agire dei ragazzi, che si integrano e si schivano. Il fare orientato a un fine degli operatori coinvolti nella rete comunitaria, pastori, operai, non educatori, è interrogato dall’agire spontaneo dei ragazzi autistici in un ambiente. La distinzione tra fare e agire è centrale nell’elaborazione di Deligny, l’agire individua lo specifico della relazione al mondo dei piccoli autistici, svincolato da un orizzonte di finalità che organizza la vita, senza che ciò implichi un giudizio, piuttosto un’interrogazione sul fare. 

Nella pratica di accudimento di Deligny non c’è spazio per il linguaggio né per l’emotività affettiva. Scrittore con stile, Deligny crede nelle risorse del linguaggio, e ne fa ottimo uso, ma mette in guardia dalla sua natura totalitaria, la lingua è fascista, secondo Roland Barthes (“La langue, comme performance de tout langage, n’est ni réactionnaire ni progressiste; elle est tout simplement fasciste; car le fascisme, ce n’est pas d’empêcher de dire, c’est d’obliger à dire”, Lezione inaugurale al Collège de France), prescrive, impone. Nella rete di Monoblet si usa poco. Prima o oltre la lingua, le tracce, la mappatura dei movimenti nell’ambiente. L’attenzione ai bambini mutacici si riprende in disposizione etica che si trasforma in interrogazione sull’umano, non sull’umanità dei piccoli autistici, ma sul fare finalizzato che occulta il loro agire, vi si sovrappone.

Il metodo non c’è (“Il ne s’agit pas de méthode, je n’en n’ai jamais eu”, in un’intervista apparsa nel 1967 nel numero 39 della rivista Partisans), la pratica si concreta in una fenomenologia selvaggia, rimozione dallo sguardo di quanto ecceda la volizione di un bambino in un ambiente di vita, e tracciatura di mappe che ne sedimentino i percorsi. Lignes d’erre, flussi e contrazioni, tracce e nodi: una semiologia non interpretativa. Deleuze e Guattari richiamano Deligny in relazione al rizoma, e in effetti il suo lavoro sulle mappe ne è diretta ispirazione. Riferimenti a Deligny ricorrono nelle opere proprie o congiute dei due autori, Critica e clinica, Dialogues, Mille plateaux. Così Guattari caratterizza il lavoro di Deligny in La révolution moléculaire

 

Emersione dal narcisismo distruttivo non significa che un soggetto deve passare attraverso un processo di repressione nella realtà o di castrazione nella fantasia: al contrario, significa ottenere una maggiore potenza e neutralizzare le forze dell’alienazione. È quindi essenzialmente una questione di acquisire potere sul reale, mai solo di manipolare fantasie o simboli. Fernand Deligny non reprime o interpreta: aiuta i ragazzi con cui vive a sperimentare altri oggetti e relazioni, per riuscire a costruire un altro mondo. (p. 80, ed. Ing.)

 

Francoise Dolto e Maud Mannoni erano tra i clinici che inviavano i ragazzi a Monoblet, ma il rapporto di Deligny con la psichiatria e con la psicoanalisi è stato decisamente problematico. Il suo lavoro è a monte dell’intervento clinico, di cui criticava lo spirito individualista, è una disposizione all’osservazione non giudicante. Nulla di più distante dalle pretese riparative della Ego-psychology (ricorre nei suoi testi successivi agli anni sessanta il riferimento critico a Bruno Bettelheim, al tempo alfiere dell’intervento psicoanalitico sull’autismo). Distante è anche da Lacan, dalla omnipervasività del linguaggio (la formula lacaniana, ripetuta come mantra dai discepoli, secondo cui l’autistico è nel linguaggio ma non nel discorso). Sta poi agli antipodi delle ginnastiche educative comportamentiste e dello sguardo psichiatrico, che aveva conosciuto fin troppo bene negli anni ad Armentières. All’asile come istituzione totale, quello di Asylums di Erwing Goffman, contrappone la disposizione a concedere asilo, nella risignificazione del termine è inscritto un ribaltamento dello sguardo. Benché venga considerato un ispiratore dell’antipsichiatria, il suo rapporto con gli spazi chiusi resta comunque ambivalente, il fastidio per le ondate di giovani studiosi, artisti, alternativi invitati a Monoblet da Guattari, è stato motivo di dissapori tra i due. Di fatto i lieu de vie sono luoghi separati, sia pure al fine di creare le condizioni per un’esistenza conforme alla natura dei suoi ragazzi, una rete di nicchie ecologiche per piccoli autistici. Comunista e libertario, diffida di qualunque mandato all’educazione, all’intervento “terapeutico” o alla redenzione attraverso il lavoro. 

 

Negli ultimi testi si rileva una rarefazione progressiva dei riferimenti ai teorici dell’educazione, ai clinici, ai filosofi, mentre vi ricorrono quelli agli antropologi, in particolare Levi-Strauss e il suo allievo libertario Pierre Clastres. Il percorso teorico di Deligny si può sintetizzare come un allontanamento progressivo dall’intervento pedagogico verso una apertura non invasiva all’alterità, dall’educazione all’etnologia. 

Rispetto all’autismo contemporaneo, di cui ho detto all’inizio, Deligny è la settima faccia del dado (titolo delizioso di un suo libro), un tentativo rimosso di definire la premessa etica su cui ogni intervento pensabile dovrebbe articolarsi. Ciò rende il suo progetto e la sua disposizione riguardo ai ragazzi autistici ancora oggi assolutamente interessanti, infinitamente più delle metodiche riparative attualmente egemoni. Liquidato troppo in fretta come poeta dell’educazione, Deligny merita di essere ripreso e riproposto come possibilità altra dalle tecnologie ortogenetiche di ogni scuola, potenzialmente iatrogene e sicuramente avvilenti, come sfondo etico ad ogni intervento, come vettore di innovazione reale nelle pratiche.  

 

Sta di fatto che innovare non ha niente a che vedere con il trovare una soluzione. È forse semplicemente cambiare progetto, lasciar perdere il pedagogico o il terapeutico. Ed è proprio perché si tratta d’altro che l’innovazione può avvenire.

Fernand Deligny, I bambini e il silenzio.



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