Intellettuali, lavoro culturale e tecnologie digitali

Una riflessione adeguata sul ruolo degli intellettuali ai tempi della Rete dovrebbe partire da una ricognizione critica dei suoi stessi termini: si dovrebbe ricostruire, seppur brevemente, la storia e le fortune del termine “intellettuale”; si dovrebbe dar conto, anche se solo a mo’ di elencazione, delle diverse concezioni esistenti e dei molteplici punti di vista (dal pessimismo di Bauman alle simpatiche tassonomie di Berardinelli, passando per le casistiche di Walzer); bisognerebbe senz’altro fornire le coordinate minime del campo d’analisi socio-storica descritto da un’espressione così inflazionata e vaga – e proprio per questo così immediatamente comprensibile – come “ai tempi della Rete”.

 

Ancora, non si potrebbe prescindere dall’identificare, sebbene per sommi capi, i tratti somatici di chi si definisce o viene definito intellettuale, magari facendo qualche nome. E sarebbe essenziale fornire un tratteggio dettagliato del macro-contesto culturale attuale, in cui si scontrano due schieramenti compositi: da una parte un intellettualismo un po’ cialtrone e parvenu si accompagna al timor panico dei grandi intellettuali, i venerati maestri, succubi di una reazione emotiva di fronte agli sviluppi tecnologici che sfocia spesso in un irrazionale conservatorismo; dall’altra, il cinico, pericoloso, virale anti-intellettualismo di un Italia con il 47% di analfabeti funzionali. Bisognerebbe adottare infine una prospettiva allargata e porsi i problemi – che sono a un tempo di forma e contenuto – dell’autorevolezza, della rilevanza, della sostenibilità del lavoro intellettuale. In attesa di lavorarci più approfonditamente in un’altra sede, qui darò tutto ciò per scontato e proverò a buttare giù alcuni appunti, del tutto provvisori ed embrionali, avendo come scopo quello di indagare se e come mutano le funzioni sociali ricoperte dagli intellettuali in un’epoca in cui il lavoro culturale non può fare a meno delle tecnologie digitali.

 

Queste funzioni sono, a mio avviso, almeno tre: l’intermediazione, la formazione e la conservazione/innovazione. Esse corrispondono a tre dinamiche del circolo produzione-diffusione-fruizione culturale. In primo luogo, la moltiplicazione esponenziale delle fonti di informazione e l’eccesso di offerta di contenuti non fa venire meno l’esigenza di intermediazione che era tradizionalmente espletata, tra gli altri, dal giornalismo (giornalismo di commento, d’opinione). Questa intermediazione è oggi sempre più svolta in maniera automatizzata: possiamo parlare di una dolce dittatura dell’algoritmo? (A scanso di equivoci e facili etichettature: trovo gli algoritmi strumenti imprescindibili, ma profondamente migliorabili). Persino le notizie di cronaca sono scritte dai computer. Eppure, secondo un paradosso solo apparente, è proprio la sovrabbondanza di informazioni a far sorgere sempre più forte il bisogno di un filtro autorevole. Qui si crea una prima opportunità per una funzione sociale degli intellettuali.

 

In secondo luogo, i costanti cambiamenti cognitivi, comportamentali e sociali prodotti dall’evoluzione tecnologica investono, per la velocità con cui accadono, le vite stesse delle persone, generando una vasta gamma di reazioni, secondo una polarità che da un lato vede l’entusiastica – a tratti feticistica – accettazione e dall’altro un rifiuto complessivo che assume sempre di più i tratti dell’autolesionismo. Con in mezzo le difficoltà e gli sforzi di tante persone che provano frustrazione nel riconoscersi agite dagli strumenti tecnologici. La pervasività di questi – dei mutamenti che essi inducono – può essere moderata e controllata da una sempre più necessaria attività di formazione, che si svolge nelle scuole per i più giovani e attraverso delle adeguate forme di divulgazione per chi non siede più dietro un banco. Qui si crea una seconda opportunità di funzione sociale degli intellettuali.

 

In terzo luogo, se guardiamo agli esempi migliori di innovazione culturale ci accorgiamo che ciò che li accomuna è spesso l’aver coniugato un’operazione di archeologia sociale – oppure un’operazione genealogica – con l’utilizzo di strumenti e tecniche di recente invenzione. I vari campi di applicazione della sedicente sharing economy, per esempio, non sono altro che la riproposizione, dentro economie di scala, di pratiche sociali talvolta persino premoderne. Fare innovazione culturale significa allora saper leggere il passato con gli occhi del futuro, una capacità non ovvia né semplice: conservare per innovare. Qui si crea una terza opportunità di funzione sociale degli intellettuali.

 

Scendere nel dettaglio delle modalità di espletamento di queste funzioni comporta porsi delle domande che qui posso solo accennare, a partire dalla prima e più urgente: come possiamo risemantizzare il termine “intellettuale”? Qual è – ammesso che vi sia – la dimensione etica del lavoro intellettuale? Quali sono gli effetti di potere che il lavoro culturale in Rete può produrre?

 

Più in generale, fare cultura oggi comporta necessariamente interrogarsi sui modi di produzione, di diffusione e di fruizione dei contenuti. Non si può più essere quei “chierici” che Julien Benda aveva accusato di tradimento – sebbene si abbia tutto il diritto di provarci. Direi anzi, con un gioco di parole, che un intellettuale oggi è engagé nella misura in cui è engaged, perché si confronta con i dispositivi (nel duplice senso foucaultiano e tecnico) del lavoro culturale.



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