A caccia della Rajah Brooke nella giungla malese

Sin dall’adolescenza è stata mia abitudine scrivere brevi resoconti delle “spedizioni” di caccia alle farfalle durante il giorno o alle falene nella notte. Le ho chiamate, da subito, “relazioni”. Un vano della mia biblioteca è interamente occupato da raccoglitori che, anno dopo anno, elencano le sortite di ricerca, le impressioni a caldo, le sensazioni, eternando il tutto e facendo sì che il ricordo mantenuto nella memoria sia il risultato dell’elaborazione della realtà oggettiva di ciò che è stato e la sua rappresentazione, magari esagerata, sulla carta scritta a penna. Dato che il rischio di alterare la vera storia esiste realmente, come ben sappiamo leggendo la stampa odierna, per evitare discrepanze troppo vistose è sempre bene scrivere la sera stessa, al rientro dalla sortita, di getto, velocemente e possibilmente senza tornarci sopra il giorno dopo, quando il ricordo inizia già a svanire nei suoi dettagli più intimi. Non si tratta necessariamente di perdita rapida della memoria, ma della capacità della nostra mente di elaborare durante il sonno i fatti da poco avvenuti e di fornire una differente interpretazione ad ogni cosa. A chi non è mai capitato di vedere il mondo in un modo diverso, il mattino seguente, grazie al sonno che lima ed elabora ogni dettaglio e ogni sbavatura percepita dai sensi sul momento, rendendo i sentimenti più leggeri, se si è dormito bene, oppure sgradevoli e aspri, se si é avuto un sonno agitato da incubi?

 

Utilizzando tale approccio serale di scrittura a getto, si finisce con l’inquadrare a dovere ciò che si è visto e ciò che si é fatto, catturandone per sempre le sensazioni immediate su di un pezzo di carta che, con il passare degli anni e lo svanire della memoria, diventa la materializzazione del ricordo stesso. Così, nulla o quasi si dimentica delle cose che più contano nella vita di ognuno. Inutile dire che tali raccoglitori sono stati da me consultati migliaia di volte, così, per piacere oppure per nostalgia della giornata magnifica spesa alla ricerca di farfalle, o per verificare alcuni dati scientifici relativi ad una specie rara ed inusuale, reperita chissà dove chissà quando a 2500 metri di altezza.

 

In tutto questo bailamme di ricordi e relazioni, tra le pagine che ho riletto più volte e più volentieri negli anni, vi sono indubbiamente quelle che descrivono la spedizione alle Cameron Highlands. Le Cameron Highlands si ergono, come alte colline, nella parte settentrionale della Malesia, rivolte da nord a sud secondo l’asse della penisola, raggiungendo i 2000 metri di altezza. Questo rilievo è coperto per buona parte dalla giungla malese, quella delle tigri leggendarie di Emilio Salgari, ma anche quella delle Rajah Brooke’s Birdwings. Mi spiego. Tra tutte le farfalle, vi sono specie e famiglie che ogni entomologo ed appassionato guarda con particolare ammirazione, con emozione, con rispetto, con desiderio. Vi sono i Charaxes africani dalle multiple codine, le multicolori Delias di Papua, i magnifici e grandi Morpho azzurro cielo dell’Amazzonia, i Parnassius bianchi e pelosi dell’Asia Centrale, o ancora i papilionidi del sud-est asiatico dai colori neri e rosa oppure neri e verde turchese: tutte farfalle che danno i brividi all’appassionato.

 

Ma, fra tutte, le ornitottere sono di gran lunga le bestie più spettacolari. Ornitotttera significa “ali di uccello”, così come il corrispondente termine inglese “birdwing”. Sono insetti giganteschi, come gigantesche sono molte altre specie di animali e di piante che vivono in quella parte di mondo remota e affascinante che è il sud-est asiatico e le terre che stanno a cavallo tra i due oceani. Le ornitottere raggiungono i 30 cm di apertura alare nelle femmine, di solito sobrie e brune. I maschi, più piccoli ma pur sempre giganteschi se paragonati a qualsiasi altra farfalla, sono invece coloratissimi e vagamente alieni nella loro struttura. Le ali sono spesso allungate in modo elegante, come petali di fiori o foglie di ciliegio appuntite, ricoperte di scaglie nere vellutate, altre di colore verde, turchese, arancio-dorato o azzurro, secondo la specie. Alcune macchie gialle possono donare un ulteriore lampo di colore al disegno nero di fondo, motivo questo abbastanza ripetitivo tra le varie specie, anche se il colore complementare verde, blu, arancio dorato permette di distinguerle facilmente. Le antenne sono robuste e nere, le zampe grandi e agili, l’addome spesso, giallo vellutato e grande quanto un dito indice. Tali meraviglie volano per lo più nella giungla, in alto, difficili da scorgere e reperire anche per i più esperti cacciatori. La loro scoperta è dovuta ai primi viaggiatori naturalisti che giunsero ad approdare nelle remote Molucche, in Nuova Guinea, alle isole Salomone, nel nord-est dell’Australia, tutti territori cari alle ornitottere. Queste farfalle, nel corso dei millenni, speciarono indipendentemente e si differenziarono tra di loro nelle proprie isole. Così abbiamo oggi specie diverse che abitano isole diverse delle Molucche o delle Salomone. Le ornitottere più ambite e rare sono quelle della Nuova Guinea. Lo si comprende facilmente spulciando i cataloghi dei prezzi di mercato, dato che esiste un commercio di questi insetti piuttosto intenso ma fortunatamente limitato ad esemplari allevati oggidì in grandi serre, a causa del divieto di caccia in natura stabilito dai governi locali.

 

 

Anche la Malesia ha la sua ornitottera: la Rajah Brooke’s Birdwing o Trogonoptera brookeana albescens, una farfalla magnifica. A scoprirla fu il grande esploratore britannico Alfred Russel Wallace che la descrisse per la prima volta nel 1855. Ascoltiamo cosa dice Wallace stesso nel suo The Malay Archipelago, stupendo resoconto dei viaggi di esplorazione in quella parte di mondo, viaggi che gli consentirono di elaborare le sue raffinate teorie evoluzionistiche, precorritrici di quelle darwiniane, e che spinsero Darwin stesso a pubblicare le sue: “La mia collezione di farfalle non era grande, ma ottenni alcuni rari e magnifici insetti tra i quali il più rimarchevole fu Ornithoptera brookeana, una delle più eleganti specie conosciute. Questa magnifica creatura ha ali lunghe ed appuntite, quasi assomigliando ad una sfinge nella forma. È di colore nero profondo e vellutato con una banda ricurva costituita da macchie di colore verde metallico brillanti che si estendono lungo l’ala dall’apice alla base; queste macchie hanno la forma che ricorda esattamente quella di una piccola piuma triangolare, il che dà l’effetto di una strato di piume delle ali del trogone messicano giacenti su un velluto nero. Le altre caratteristiche sono uno spesso collare color carminio e alcune macchioline delicate di colore bianco all’apice dell’ala anteriore. Questa specie, che era allora nuovissima e che ho chiamato in onore di James Brooke, era molto rara. La vidi occasionalmente volare con agilità nelle zone illuminate delle foreste, e di tanto in tanto posarsi per un istante nelle pozzanghere o nelle zone fangose, per cui riuscii solo a catturare due o tre esemplari”.

 

Sono quelle macchie verde metallico brillante che colpiscono l’osservatore, ricordando, come dice Wallace, le piume del mitico quetzal. Questo uccello favoloso che vive nella giungla centro-americana appartiene alla famiglia dei Trogonidi, da qui il nome scientifico di Trogonoptera datogli successivamente. Il nome inglese volgare, “Rajah Brooke’s Birdwing”, deriva dal primo rajah bianco di Sarawak, James Brooke che visse tra il 1803 e il 1868. Brooke nacque nei pressi di Benares in India, figlio di un giudice inglese e di una nobildonna scozzese. Dopo essere stato educato in Inghilterra, il suo amore per l’avventura lo spinse a ritornare in India, da cui salpò alla volta del Borneo nel 1838 con una goletta acquistata grazie ad una eredità. La sua intraprendenza fu tale da spingerlo ad avventurarsi nelle beghe locali del sultano di Brunei il quale, in difficoltà, lottava da tempo con bande rivali. Ottenutene le grazie, anche attraverso qualche azione non del tutto ortodossa, riuscì a farsi nominare rajah di Sarawak nel 1842. Fregiato di tale carica, Brooke governò per 26 anni quel settore di Borneo, non senza controversie e uso della forza nei confronti degli indigeni, combattendo i pirati della Malesia sino alla morte nel 1868. Il “Rajah bianco” fu soggetto celebrato in numerosi romanzi di fantasia, tra cui anche I pirati della Malesia di Salgari. Non stupisce quindi che questo mitico personaggio, allora vivente, abbia ispirato Wallace al punto che costui gli dedicò la farfalla che oggi conosciamo come Trogonoptera brookeana.

 

 

Tornando alla caccia più affascinante che io ricordi, il tutto nacque per caso, in occasione di un mio viaggio di lavoro in Thailandia. Detto e fatto, insieme all’amico Piscopo, si progettò la spedizione che sognavamo da sempre. Si trattava di volare da Bangkok, ove Piscopo mi raggiunse, a Kuala Lumpur in Malesia. In aeroporto affittammo l’auto che ci avrebbe condotto a nord, verso Ipoh, e dalla strada principale detta Route 1, attraverso 60 kilometri nella giungla, da Tapah alle Cameron Highlands di Ringlet, Berinchang e Tanah Rata, dove avremmo fatto base. Il viaggio, il mattino successivo, fu semplice sino a Tapah, cioé all’ingresso della stretta e tortuosa via che conduce alle Cameron Highlands. Da Tapah, si sale in luoghi che la mia relazione descrive come “una giungla intricata e stupenda, dai ruscelli e cascatelle innumeri. Ovunque vi sono gigantesche felci arborescenti, ficus, alberi del pane, e liane scendono qua e là sulla via a volte toccando l’asfalto.” Scendemmo dalla macchina più d’una volta, cercando di capire se l’ombra scorta in alto, verso le cime delle piante verdissime, fosse quella della Rajah Brooke; ne scorgemmo due o tre, forse, ma chissà se si trattava di lei.

 

Un violentissimo acquazzone ci impedì ogni caccia per buona parte del pomeriggio e subentrò lo scoramento. Altro non potemmo fare che scambiare due chiacchiere, in verità “due gesti”, dato che la loro lingua ci era sconosciuta e l’inglese lo masticavano poco, con i numerosi Orang Asli, popolazione indigena della foresta malese presente ovunque lungo la strada e negli slarghi. Stavano seduti ai bordi della via, guardando i loro ragazzini intenti a giocare, a rincorrersi o a vendere cerbottane o altri rudimentali manufatti a chiunque si avventurasse in quei paraggi. A Ringlet, ormai disperati, parlammo con i postini dell’ufficio delle poste malesi chiedendo loro notizie della Rajah Brooke: ci consigliarono di andare l’indomani a Kuala Woh, a metà strada tra Tapah e Ringlet: lì le avremmo viste. Chissà se era vero. Il giorno stava finendo, lo smarrimento cresceva e iniziò a insinuarsi il timore di aver fatto migliaia di kilometri per niente. Non ci restava che salire al nostro Inn a Tanah Rata, località rinfrescata dai 1500 metri e che si raggiunge quando termina la giungla ed iniziano le piantagioni di tè. Il nostro bell’Inn era circondato dal verde dei campi e, più in lontananza, dalla foresta in parte immersa nelle nebbie che salivano a fine giornata. Dopo una cena frugale a base di pollo, finimmo al bar dove il gestore dell’Inn ci offrì qualcosa da bere. E questo fu un incontro di certo programmato da quegli antichi dèi che proteggono i poveri cacciatori di insetti, i disperati che si rendono conto che cacciare la trogonottera nella giungla non è cosa facile come cacciare le cavolaie nei prati di casa.

 

Infatti, accade che il nostro gestore, da ragazzino, si divertisse a cacciare la Rajah Brooke; lo faceva per quei commercianti di farfalle, stranieri, che sfruttano i locali per avere esemplari a prezzo stracciato e rivenderli poi ai collezionisti a un prezzo 20 volte superiore. Ebbene il nostro uomo ci rivelò che vi erano almeno tre zone nel tratto tra Tapah e Ringlet dove la caccia era redditizia, ciascuna contrassegnata da una pietra miliare: il miglio 7, il miglio 14 e il miglio 19. Soprattutto quest’ultimo, ci disse, ospita nelle vicinanze una grande colonia di Rajah Brooke. Ci spiegò ogni cosa: dove lasciare la macchina, dove risalire nella giungla. Tutto. Si andò a letto risollevati e pieni di speranza. Notte fresca e tranquilla, dicono le mie note, e alle 7 eravamo in piedi ad ammirare il cielo sereno e a respirare l’aria salubre delle Cameron Highlands. Sapevamo che quello poteva essere il più bel giorno di caccia della nostra vita, considerato l’obbiettivo che avevamo in testa e di cui non si finiva mai di parlare (avremmo ripetuto come un mantra il nome “Rajah Brooke” centinaia di volte in quei due giorni). Sapevamo anche che potevamo incorrere nella più profonda delusione della nostra vita di appassionati entomologi. In meno di un’ora eravamo al miglio 19, all’altezza di una ampia curva a gomito e di un ponte, sotto il quale scorreva con fragore un torrentello impetuoso. Seguendo le indicazioni del gestore, risalimmo il sentiero che correva al bordo delle acque. Passato un villaggio Asli di palafitte, entrammo in un terreno paludoso fitto di erbacce, per riprendere il sentiero che penetrava al fianco del torrente nella foresta più fitta. Eravamo ora sotto alla “canopy”, la tettoia vegetale di quella giungla fitta a buia: non c’era un filo d’aria e l’umidità era elevatissima. Il fragore delle acque era tale da mascherare ogni rumore. Sentimmo i primi suoni a noi sconosciuti della giungla solo quando il sentiero prese a salire allontanandosi poco alla volta dal torrente. E qui incontrammo un Asli, dotato di una lunga rete con il manico di due metri almeno. Parlava inglese e ci disse che la Rajah Brooke era numerosa qui, ma che il nostro ridicolo retino di un metro non sarebbe servito a nulla. Ci lasciò per procedere sui suoi passi, senza dirci che ci faceva un Asli da quelle parti con un retino tanto lungo. Aveva ragione. Infatti, poco dopo, ecco la grande bestia in volo planare tranquilla seguendo l’itinerario del torrente appena in basso, ma a 5 metri almeno d’altezza. E poi un’altra ancora, ed una terza. La frustrazione si impadronì di noi: chi poteva giungere a quell’altezza e sferrare il colpo di rete? Non certo i nostri retini, buoni per specie europee. Scendemmo di nuovo lungo il torrente seguendo alcuni passaggi tra pozze d’acqua e fango, sino a giungere ad una bella spianata illuminata finalmente da qualche raggio di sole. Lo scenario era proprio ciò che l’immaginazione crea quando, ragazzi, si pensa alla giungla. Sopra di noi ecco le Rajah Brooke: giungono una dietro l’altra, a grande altezza, e solo ogni tanto una di loro, particolarmente assetata, si avventura sul bordo del torrente alla ricerca dell’acqua e dei sali minerali. Ci piazziamo in un punto coperto da una tettoia vegetale più bassa delle altre, tanto da costringere le magnifiche farfalle a scendere verso il suolo nella loro traiettoria, curiosamente uguale per tutte, che segue il corso del torrente. Volano come quieti uccelli neri, ma al volteggio lasciano trasparire il verde smeraldo lucente delle piume del quetzal. Aveva ragione, il nostro Asli: falliamo tutti i nostri colpi di retino e le trogonottere fuggono spaventate volteggiando come pipistrelli. Finalmente però ci riesce il colpo: Piscopo ne vede una scendere lenta verso la pozzanghera, la colpisce di lato non riuscendo a catturarla: la Rajah Brooke finisce a terra tra le erbacce ai bordi dell’acqua che scorre rumorosa. Mi avvento e riesco ad estrarla dalle erbe: è un magnifico esemplare maschio, fresco e brillante nel suo verde intenso e provo la stessa sensazione di Wallace quando catturò per la prima volta una cugina della Rajah Brooke, la dorata Ornithoptera croesus dell’isola di Batchian: “La bellezza e la brillantezza di questo insetto sono indescrivibili e solo un naturalista può comprendere l’intenso eccitamento che ho provato quando alla fine lo catturai. Nell’estrarlo dalla mia rete e nell’aprirgli le gloriose ali, il mio cuore prese a battere violentemente, il sangue venne alla testa e mi sentii come mancare molto di più di quando ci si sente in apprensione per una morte immediata. Ebbi una cefalea per il resto della giornata così intenso era stato l’eccitamento prodotto da qualcosa che alla maggior parte della gente parrebbe completamente fuori luogo”. Confesso che provai anch’io tali sensazioni di smarrimento, vuoi per l’emozione vivissima, vuoi per la stanchezza causata dalla intensa umidità e l’apparente mancanza di ossigeno. Ero frastornato e il fragore dell’acqua mi confondeva i pensieri. Mentre Piscopo falliva un altro paio di esemplari che si erano imprudentemente avvicinati al suolo, io chiesi di tornare a valle adducendo come giustificazione la necessità di capire che fine facessero quelle grandi farfalle una volta superato il punto in cui ci trovavamo.

 

 

Camminammo per circa 100 metri e qui restammo come di sasso: sul sentiero stava un gruppo di Orang Asli del vicino villaggio di palafitte. Uno era in piedi, circondato da alcuni bambinetti agitati e festanti; un secondo era seduto comodamente su di un rozzo contenitore di latta. Entrambi tenevano in mano un gigantesco retino di 3 metri di lunghezza e 70 cm diametro. Stavano tranquilli in osservazione di fronte a un tappetino di stoffa gialla e rossa posto su di un cespo che, incredibilmente, attirava le Rajah Brooke dall’alto della tettoia vegetale all’altezza del suolo. Con la loro vista addestrata, tenevano gli occhi puntati sulle cime degli alberi urlando: “Rajah Brooke, Rajah Brooke” ogni volta che una trogonottera era avvistata in lontananza, per poi seguirne lo zigzagare verso il loro tappetino. Ecco dove finivano le Rajah Brooke scorte da noi più in alto. Apprendemmo dunque che per far scendere la nostra farfalla occorre usare questo colorato tappetino giallo-rosso ed attendere pazientemente. Infatti, di lì a poco, una dopo l’altra e senza eccezione, le Rajah Brooke presero a calare con moto spirale verso il tappeto girandogli intorno lentamente. Rendendosi conto che non si trattava di fiori o altre leccornie, dopo qualche secondo riprendevano il loro elegante vagare per la giungla risalendo verso il cielo, a meno che il retino gigantesco degli Orang Asli non si frapponesse tra loro e la libertà. Dal retino, velocemente terminavano in rozze buste di carta nelle mani degli Asli. Ci spiegarono che così guadagnavano qualche soldo vendendo le Rajah Brooke per pochi dollari ai commercianti di insetti giapponesi che visitavano regolarmente i loro villaggi pagando in contanti. Ahinoi, pensammo: in fondo eravamo lì per catturare qualche Rajah Brooke, non per estinguerle, ma questi uomini con l’insetto ci vivevano e da lì a qualche anno, a quel ritmo, non ce ne sarebbero state più . Infatti, ci dissero che in un giorno ne potevano catturare sino a 40, purché vi fosse il sole. Nelle due ore in cui ci fermammo con loro, ben 30 esemplari furono catturati ed imbustati. A metà tra lo stupore per il numero di catture e l’entusiasmo per aver appreso cose impensabili sulla specie tanto desiderata, alfine lasciammo gli Orang Asli e riprendemmo la via per il miglio 19, poco sotto il sentiero, verso la nostra auto. Avevamo con noi qualche esemplare nella saccoccia, che avevamo catturato insieme ai nostri nuovi maestri locali usando le loro reti gigantesche.

 

 

La missione alle Cameron Highlands era dunque terminata bene. Le ore successive furono spese nel racconto di ciò che si era vissuto. In serata scrissi la mia relazione con lo stesso entusiasmo di Wallace a Batchian. Circondati dal silenzio delle piantagioni di té, rotto solo da qualche canto di uccello in lontananza, finimmo la giornata sul nostro balconcino respirando l’aria fresca della sera nella giungla malese e chiedendoci se non fosse il caso di restare da quelle parti per qualche anno ancora ed ammirare la fantastica Rajah Brooke ogni giorno, insieme agli uomini della giungla che ne sapevano ben più di noi su quell’insetto mitico.



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