Farfalle gialle d’Amazzonia

Durante un’estate lontana, mi trovai per caso (mi pare si volesse andare sulle spiagge del nord-est) sulle sponde del Rio Negro, non molto distante dal punto in cui questo confluisce con il Rio Salimões per formare il Rio delle Amazzoni. Le acque del Rio Negro sono di colore verde scuro per via di una sostanza acida detta acido umico che risulta dalla degradazione incompleta della vegetazione che ne ammanta le sponde nel suo percorso attraverso la foresta amazzonica: sono acque lente dotate di una notevole acidità che impedisce a molti insetti e pesci di popolarle. Al contrario, le acque del Salimões scendono più veloci, fangose, con il colore della senape, e sono ricche di piranha e di fauna ittica. Quando i due maestosi rii si incontrano, confluendo mollemente a forma di ipsilon, le due fiumane di color verde scuro e senape si affiancano per lungo tratto esitanti prima di mescolarsi alcuni chilometri dopo la città di Manaus e proseguire il loro lento fluire verso l’Atlantico.

 

 

Mi dissi che già che si stava da quelle parti sarebbe stato interessante dare un’occhiata, anche distratta, alla fauna di lepidotteri di quel luogo così diverso dalle verdi e piovose vallate alpine a cui ero abituato. Ora, si dà il caso che mi trovassi in compagnia di un ampio gruppo di persone del tutto disinteressate alle mie farfalle che venivano interpretate come una mania giovanile, cosa che succede puntualmente quando si esce in compagnia. Al seguito della mia proposta, in verità un poco timida, di passeggiare su un sentiero maltenuto ai limiti della foresta pluviale che fiancheggia il Rio Negro dove, a mio parere, le farfalle volavano più frequentemente per via di numerosi cespi fioriti e soleggiati, iniziò l’abituale litania di scherzose battute che mirano a far apparire il povero entomologo come il matto dei tarocchi delle raffigurazioni settecentesche. Quelli che si occupano di insetti appaiono da sempre, infatti, come strambi e bizzarri individui agli occhi di coloro che non se ne occupano, e che sono, piaccia o no, il novantanovevirgolanovantanove percento dell’umanità, anzi, direi quasi il cento percento virtuale. Quindi, far parte della piccola minoranza appassionata può essere a volte psicologicamente destabilizzante anche per il convinto cercatore di farfalle. Occorre far finta che nulla stia avvenendo e occuparsi degli affari propri: questo è il consiglio che do ai giovanotti che, come nel mio caso, corrono dietro a insetti volanti oppure sollevano pietre a cercare quelli terricoli.

 

E così, tra uno scherzo e l’altro, mi adattai alla volontà comune di esplorare senza alcun obiettivo i dintorni immediati dell’accampamento in cui avevamo trovato alloggio, anziché cercare farfalle in altri siti selvaggi e fioriti che mi parevano più promettenti ma che richiedevano anche un certo impegno e il rischio, immaginavo, di trovarsi bestie ignote addosso. Si trattava di un villaggio costruito in una piccola area deforestata dagli Indios Dessana Tukana che si erano organizzati per quelli come noi in cerca di avventure in Amazzonia e avevano edificato casupole in legno e con il tetto di paglia alla loro maniera; lì dentro c’erano letti comodi a prezzo ragionevole e tutto ciò che occorre per il viandante amazzonico in transito.

 

La prima notte si dormì profondo, stanchi del viaggio come eravamo, malgrado i suoni a tratti allarmanti della foresta. Ma gli indios ci assicurarono che di belve vere da quelle parti non ce n’erano. Tutt’al più sarebbero passati i coatì, strani mammiferi dal muso allungato e dalla lunga e voluminosa coda a strie che hanno l’abitudine di avvicinarsi all’uomo per mangiucchiare qua e là i residui della sua dieta. Al risveglio, sotto un sole che già scaldava la pelle, ma con un tollerabile tasso di umidità, decisi di recarmi di buon’ora al Rio Negro che scorreva a qualche centinaio di metri dal villaggio, dove finivano le ultime cashapona, huasaì, heliconia e gli alberi della gomma. Mi sedetti su un vecchio tronco sulla riva sabbiosa a guardare quelle acque dal colore verde scuro che scendevano silenziose, quasi mute, verso l’oceano. Estrattolo dallo zaino, ripresi a leggere il mio “Cent’anni di solitudine”. C’era silenzio, ma durò poco: qualche acuto fischio di un uccello vicino cominciò a romperlo di tanto in tanto. Passò poi uno stormo di pappagalli urlanti; si avvicinò un giallo tangarà che si posò incurante della mia presenza sul tronco marcio, e poi riprese il silenzio per qualche minuto. C’era l’odore della foresta umida che stava alle mie spalle, quello che si sente in questa parte di mondo equatoriale e che ti impregna, dapprima impercettibilmente, i vestiti. Mi ricordai delle innumerevoli volte che, da ragazzino, mi ero immaginato quella foresta e quei luoghi affascinanti scorrendo le pagine dei miei volumi che raffiguravano i magnifici morfi, una famiglia di gigantesche farfalle sudamericane con quel brillante colore azzurro metallico che si ammira solo in esse e nelle minuscole licene nostrane tra le ventimila specie di ropaloceri esistenti al mondo. Desideravo talmente il morfo che non credetti ai miei occhi quando ne vidi uno volteggiare ai margini della foresta per poi scomparire velocissimo nel fitto degli alberi. Era un maschio azzurrissimo che riapparve d’improvviso poco dopo passandomi sopra la testa e roteando un po’ come a sfidarmi. Mi alzai dal tronco marcio su cui stavo seduto con il batticuore e il sangue alla testa, e con malinconia lo guardai mentre spariva di nuovo nella foresta. In effetti, nei giorni successivi non ne vidi più, malgrado fossimo a casa sua, nei suoi luoghi, dove centinaia di specie diverse, tutte stupende, si erano evolute da milioni di anni assumendo colorazioni inimitabili e che non hanno paragoni tra le nostre modeste specie europee. Vidi invece, quello stesso mattino, addentrandomi per pochi metri nella foresta buia, un grande satiro: color marrone caffè e con due accenni di codine, se ne stava nei pressi di un albero di caucciù svolazzando tra il tronco convoluto e il terreno spoglio per l’ombra perenne. Più in alto su quegli stessi alberi volava una magnifica prepona nera dalle ampie strie di azzurro luminoso, un ninfalide che non scende che raramente al suolo preferendo la parte più alta della foresta pluviale dove vola rapida, saettante e imprendibile

 

 

Vidi anche alcuni eliconidi, farfalle stupende dal colore rosso, nero, giallo e dalle ali allungate e il volo molle e ondeggiante come non si riscontra in nessuna altra famiglia di farfalle e assomiglia invece a quello di alcune libellule zigottere.

Sul piccolo molo che stava a pochi passi, poi, appoggiandomi a un palo quasi schiacciai con la mano una grande Rotschildia, saturnide amaranto, bruna e rosa, con quattro argentei occhi a mandorla. Se ne stava tranquilla a riposo probabilmente attratta da qualche luce nella notte ed ora in attesa che il sole si alzasse ulteriormente per ritirarsi nella foresta. Ero come in estasi.

 

 

E ripresi a leggere seduto sul mio grande tronco che aveva la forma vaga di una panca. Alcuni uccelli ripresero a volare vicino: erano gialli e azzurri. Più in là, stava un rapace su un albero scheletrito, per ragioni che non saprei. Alcuni caboclo passarono veloci su una barchetta, diretti forse verso Manaus. Uno mi salutò alzando la mano e urlando qualcosa in un portoghese che non compresi ma che, dal tono amichevole, pareva un benvenuto. E intanto leggevo: «Verso il crepuscolo, le farfalle gialle invadevano la casa. Tutte le sere, tornando dal bagno, Meme trovava Fernanda disperata, intenta ad uccidere farfalle gialle con lo spruzzatore di insetticida. «Questa è una disgrazia,» diceva. «Mi hanno sempre detto che le farfalle notturne portano sfortuna.» Una sera, mentre Meme si trovava nel bagno, Fernanda entrò nella sua stanza per caso, e c'erano tante farfalle che si poteva appena respirare.»
 

 

Pensai che Garcia Marquez ne aveva di fantasia nell’aver concepito Mauricio Babilonia, questo personaggio del tutto singolare dall’«intorpidente alone di olio strofinato con lisciva» eternamente circondato da così tante farfalle gialle che non si riusciva a respirare. E, voltandomi, mi ritrovai nel suo racconto : come d’incanto, una miriade di farfalle gialle si erano posate sul terriccio umido della sponda del Rio a non più di due metri dalla mia improvvisata panca. Alcune suggevano avidamente i sali umidi del limo appoggiandosi sulle lunghe ed esili zampe ed inserendo ed estraendo la lunga e sottile spirotromba; altre s’involavano rapidamente improvvisando vertiginosi duetti sino a raggiungere il cielo per poi ridiscendere al suolo; altre ancora sembravano divertirsi in girotondi grotteschi arrivando quasi a calpestarsi tra loro irritandosi e spiccando piccoli balzi. Osservai questo piccolo circo di acrobati gialli per qualche minuto e decisi di avvicinarmi lentamente per godermelo più da vicino. Riconobbi la presenza di almeno due o tre specie diverse: erano tutti pieridi gialli, tra i quali identificai come Phoebis trite quelli con una linea scura sull’esterno delle ali e come Aphrissa statira quelli uniformemente giallo limone chiarissimo.

 

 

I pieridi sono una vasta famiglia di farfalle che comprendono anche le nostre cavolaie, con moltissime specie presenti ovunque nel mondo e di solito dotate di squame pigmentate di bianco, giallo, arancione e nero. Ora ero lì, in mezzo a loro e nessuna farfalla faceva caso alla mia presenza, cosa davvero inaudita per chi sia abituato a vedersela con timorose Colias nostrane. Addirittura, alcune Phoebis cominciarono a volare in tondo posandosi velocemente sulle mie braccia e sul capo evidentemente attratte dall’odore salino del mio sudore. Le lasciai fare e continuai ad ammirare quelle gambe esili muoversi leggere mentre le ali si aprivano e si chiudevano per mantenere l’equilibrio perfetto di questi esseri così delicati quando stanno al suolo. Mi sentii anch’io un Mauricio Babilonia e annusai le mie braccia per cercarvi la presenza di quell’odore impregnante di olio strofinato con lisciva, pensando che la fantasia di Garcia Marquez in realtà non era così irreale. Rimasi fermo, respirando lentamente e immobile per non rovinare quel momento desiderato da anni in cui l’amante si trova circondato dalle sue amate silenziose che lo corteggiano.

 

Improvvisamente fui come risvegliato dal magico circo giallo da un frusciante batter d’ali. Non erano le mie farfalle gialle, ma un grande martin pescatore che si era avvicinato baldanzoso e con intenzioni bellicose posandosi sul ramo della pianta scheletrita. In un attimo mi trovai immerso in una gialla nuvola polverosa di pieridi in volo che svanì con la stessa rapidità con la quale si era formata. Intorno ora ero solo con questo rude uccello blu e rosso che guardava incuriosito verso di me non avendo capito che era successo. Lo mandai via con un gesto di mano, mentre uno degli amici che si stava avvicinando a grandi e pesanti passi mi chiese che facessi lì seduto sul tronco a fissare il vuoto mentre il caldo sole dell’Amazzonia mi stava bruciando la pelle.



Tags dell'articolo:



Articoli correlati

Le falene di Neanderthal
Mario Raviglione

Il dolore vissuto
Ferdinando Scianna

Il mascarâr di Coia
Federica Arnoldi

La matematica applicata alle capre
Giorgio Boatti

Letture Birmane
Riccardo Venturi

Sambuco
Angela Borghesi

Urania
Mario Raviglione

La compassione tra tenerezza e crudeltà... Pietro Barbetta

Mostrare le spalle
Claudio Franzoni

Per scrivere un commento occorre aver letto e accettato le nostre Norme per la comunità.

comments powered by Disqus

© 2017 doppiozeroISSN 2239-6004Creative Commons - Attribuzione - Non commerciale - Non opere derivate