Troppe consonanti fanno male

Tratta Udine - Trieste, ore 11.40 (andata)
Troppe consonanti fanno male

 

Sale una donna con la fronte corrucciata. Parla in modo concitato al cellulare, in lingua rumena penso. Inciampa su un trolley. Lo scosta con garbo, come fosse un cane vecchio o un ragazzino, 
senza mai mollare il filo della telefonata. È compatta, di media statura e di aspetto sano. Vestita
male, ma quasi bella. Si siede a poca distanza da me. Riceve una seconda telefonata. La lingua è la stessa, una raffica di consonanti.

 

Il tono è meno aggressivo e la conversazione dura almeno quindici minuti, ma l’espressione del suo viso non cambia. Alla terza telefonata parla in spagnolo. Inizio finalmente a capire qualcosa. Dalla lista dei detersivi che sta elencando capisco che non si tratta di una telefonata sentimentale. Nonostante questo, noto che l’espressione è distesa e i due solchi sulla sua fronte non ci sono più.

 

Tratta Trieste - Udine, ore 17.30 (ritorno)

 

Leggo concentrata e contenta. Il vagone è come piace a me, vuoto e silenzioso. Fino a San Giovanni. I freni non riescono a coprire il vociare che arriva dal marciapiede della stazione e in un attimo i sedili sono tutti occupati. Fossi più giovane sarei terrorizzata, invece sono sorpresa di essere l’unica donna presente e di vedere in un colpo solo tanta umanità africana attorno. Tutti neri? Mi rispondo subito ricordandomi che lì c’è il “Triangolo della sedia” e che questi uomini devono essere operai. Faccio finta di leggere. Faccio la disinvolta, ma sicuramente sono ridicola, perché è impossibile leggere. Il rumore è assordante. Un insieme caotico di lingue. Sono poche quelle comprensibili, come il francese. Le altre sono spaventosamente gutturali. Le mie orecchie impegnano un paio di minuti a separare i suoni.

 

Quando il treno riparte, a fatica, finalmente, capto un discorso in un italiano povero e lento, ma armonioso. Sono tre uomini che parlano. Probabilmente per la distanza dei loro dialetti possono comunicare solo nella lingua imparata per necessità sul lavoro. Non li guardo perché non voglio che smettano. Divento ancora più ridicola cercando di mimetizzarmi. Estraggo dalla borsa una copia di The NY che avevo acquistato per una copertina fatta da un amico. Mi barrico dietro la rivista. Mi vergogno dell’inganno, ma per fortuna loro mi ignorano.

 

“Allora! Dimmi quello che dicevi prima…” – “No! Non ricordo quanto, è da tanto che non so nulla di loro.” – “Ma dove vivi?”- “A San Rocco... non si sta male, siamo in tre in stanza.” – “Hai la donna?” – “No! Il capo, mio padre ha fatto una storia, mi ha chiamato. Dovevo sposarmi… Io non sono andato. Ti ho detto già che non avevo i soldi, non lo sento da tanto, tanto tempo. Sono morto per loro da tanti anni, tanti. Sono forse nove anni che non sanno niente, niente di me.” – “Come? Sei stupido? Non hai nessuna donna?” – “No! Oramai sono troppo vecchio per sposarmi.”
Prendo coraggio e alzo gli occhi su un uomo bello che non ha più di quarant’anni.



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