La pazienza
Cracovia/Treviso

Sono partita presto, contavo di rientrare almeno due ore prima. Non ho voglia di nulla, solo di tornare a casa. Mi siedo nel primo posto libero, senza scegliere i miei compagni di viaggio.  Estraggo dalla borsa un quotidiano. In tutto il giorno non sono riuscita neppure a sfogliarlo. Lo svolazzare delle pagine mi avverte subito che nel corridoio c’è movimento, gente che va su e giù.

 

I miei occhi vogliono restare incollati all’articolo che ho deciso di leggere, ma l’istinto sposta il campo visivo sulla sinistra. Noto che la fonte di gran parte del movimento è una sola persona, una donna agitata, che sembra cercare qualcuno o qualcosa. Si è bloccata di colpo davanti a una ragazza seduta al mio fianco, parlandole in una lingua che poi ho scoperto essere polacco. Con mia grande sorpresa, la ragazza le risponde nella stessa lingua. È misterioso come facciano a riconoscersi.

 

La più giovane sembra seccata dall’invadenza. Non fa nulla per calmare la donna, anzi prende le distanze, e alla fermata di Sacile si alza dal suo posto, abbandonando la scena, fingendo, credo, di dover scendere. La donna rimane in piedi con gli occhi bassi davanti a me, poi si siede pesantemente nel posto vicino al finestrino. Avverto una tensione che non mi permette di concentrami sulla lettura, ma sfrutto il giornale come paravento, per proteggermi e controllare il suo stato senza essere vista.

 

Piange silenziosamente. Alterna il suo sguardo dal paesaggio esterno alla punta delle proprie scarpe.

Ci sono luoghi dedicati al dolore, cimiteri, ospedali, chiese, nei quali una persona che piange passa quasi inosservata. In treno è un’altra cosa. Così vicino poi. Cerco di rifiutare questa complicità, continuo a difendermi con il giornale, per non farmi coinvolgere e soprattutto per non incontrare il suo sguardo, ma il gioco di riflessi sul finestrino mi tradisce.

 

Allora lei mi guarda fisso negli occhi. Inizia a parlare senza preamboli, come se dovesse solo a me una spiegazione per quegli occhi rossi: «Mio vecchio vuole che vedo sua figlia per carte... documenti, a Treviso. Io solo tre settimane in Italia, sua figlia chiamato telefono, io no capito bene. No visto lei a stazione... mio vecchio molto nervoso, no spiegato bene, io adesso senza carte, mio vecchio, stanca... tanto». Guarda verso il finestrino per mascherare la smorfia che non può trattenere e dopo un respiro spezzato aggiunge: «Mio vecchio cattivo!».
 

Si dice che il silenzio sia d’oro. Nel mio caso sarebbe stato molto più prezioso. Avrei dovuto stare zitta. Invece mi ascolto mentre dico una frase di circostanza, che irriterebbe chiunque: «Si deve avere pazienza!». Lei reagisce con un’espressione di stupore, che mi fa vergognare per ciò che le ho appena detto, e quasi sorridendo mi chiede: «Perché si deve?».



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