La modella

Udine –  Treviso, ore 11.07 (andata)

Treviso –  Udine, ore 18.36 (ritorno)

 

In treno ho annotato, schizzato, rubato discorsi e scattato foto agli ambienti, più che agli umani, sempre con la tensione e l’imbarazzo di essere scoperta. Non ho mai chiesto a nessuno di posare per un disegno.

 

Oggi salgo di fretta, senza il tempo di prendere un giornale o una bottiglietta d’acqua e senza la sicurezza di aver preparato bene la borsa. Passo almeno una quindicina di minuti a controllare, foglio per foglio, che non manchi nulla per l’appuntamento di lavoro del pomeriggio. Sopita l’ansia, mi rilasso e chiudo gli occhi. Quando li riapro ho l’impressione che tutto il treno mi abbia imitato. E rimango incantata dalla visione di una donna robusta e bella. Riposa rilassata, la posizione della testa e delle mani ricordano un quadro del Veronese, La visione di Sant’Elena, anche l’espressione del volto è uguale al dipinto. Cerco di scattare qualche foto per annotare la splendida coincidenza, ma il mio progetto viene bruscamente cancellato dalla fermata alla stazione di Casarsa. La mia Sant’Elena si scuote e raccatta freneticamente borse, sacchetti e giornali. Rimango lì, confusa e orfana di una immagine perfetta, che mi accompagna tutto il giorno.

Al rientro, pochi minuti dopo aver preso posto, passa una donna. Senza una parola e senza guardarmi, lascia un foglietto sul sedile accanto al mio. La vedo ripetere lo stesso gesto con altri tre viaggiatori, prima di passare al vagone successivo.
 

Ho assistito a questa pratica di accattonaggio più volte, anche su treni a lunga percorrenza. Generalmente questi biglietti contengono brevi informazioni (– senza lavoro-con figli – senza permesso di soggiorno...) e spesso si accompagnano a un portachiavi o un pupazzetto, ma ora c’è crisi in tutti i settori e, in questo caso, c’è solo un biglietto.

 

Senza leggerne il contenuto, lo tengo in mano aspettando il ritorno della donna. Quando rientra nel vagone, raccolti i biglietti distribuiti sui sedili, si sorprende nel vedermene uno in mano. Io non perdo tempo e la inondo subito di parole rassicuranti: – Scusami, ho bisogno di una cortesia, vorrei farti un paio di scatti, non ti devi preoccupare, non si vedrà che sei tu, mi servono solo per un disegno... guarda, ho un telefonino vecchio, fa foto sfocate, se tu avessi tempo ti farei anche qualche schizzo… – . A conferma delle mie intenzioni, le faccio vedere il mio sketch-book, come fosse una garanzia. Lei si mette di tre quarti, come fanno gli animali sospettosi prima di scappare. Allora incalzo: – Guardami negli occhi, ti dico la verità, non ti metterò nei guai, lo prometto! –. Quel “guardami negli occhi” la colpisce, perché si avvicina e sottovoce mi dice: – Mah... mi dai qualcosa? – Certo! – rispondo prontamente – Non ho molto, devi scusarmi, posso darti solo questo... – in mano ho cinque euro, l’unica carta presente nel portafoglio e me ne vergogno un po' – Va bene! Ma prometti che non metti me nei guai? Giuri tu? Mio marito ammazza me se faccio questo –. La guardo negli occhi e le do la mano. Lei la stringe forte e si affida. Docile come un cucciolo, segue le indicazioni, lasciando che le intrecci le dita e le sposti la testa cercando di ricreare l’immagine che ho perso la mattina. Mi sorride e piano piano sento aumentare la sua fiducia in me, solo che, poverina, non ce la fa proprio a chiudere gli occhi come le chiedo e a ogni rumore scatta in piedi nel timore che arrivi un controllore o la Polizia Ferroviaria. Io la prendo in giro per i suoi balzi e mimo il batticuore, lei si mette a ridere e riprende subito la posa. Non ho idea di quanto duri il nostro “servizio fotografico”. Alla stazione di Udine ci salutiamo con simpatia, rinsaldando il patto: lei non dirà nulla a suo marito e io non la metterò nei guai. A casa guardo le foto, sono buie, inservibili, tutte mosse, la prova che ero molto più agitata di lei.

 

Due giorni dopo nella borsa trovo quel biglietto trattenuto senza accorgermi:

 

Ho due figli

sono sordomuta

non ho lavoro.

Aiutatemi!



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