Angelo attero
Tratta Udine-Trieste, ore 08.56 (andata)

“HAI UNA SIGARETTA?”

La richiesta, come una schioppettata, mi fa sobbalzare, facendo cadere libro, occhiali e custodia. Mentre raccolgo il tutto e rido per l’imbarazzo, pronta a rispondere che non fumo da almeno sei anni, vengo bloccata dalla replica della domanda. Ma soprattutto dall’espressione vuota del volto di una ragazza minuta di circa trent’anni. “HAI UNA SIGARETTA?” Dal sedile alle mie spalle una voce dolce recita “Elettra, lascia in pace la signora” e aggiunge piano, quasi al mio orecchio “La scusi, non sta bene”. La ragazza si gira di scatto sbuffando e rivolge altrove il suo interesse. Ripete la stessa richiesta alle poche persone presenti nel vagone, prima di passare a quello successivo, accompagnata sempre dalla stessa voce dolce, che le raccomanda di non disturbare e di non allontanarsi troppo.

 

Dopo un lungo silenzio, la voce dolce commenta “Sarà così, un tormento fino a Trieste. Non avrà pace finché non fuma. E io non ci posso fare nulla, devo solo stare attenta che non scenda a Monfalcone”. Mi giro per rispondere, pensando quella frase sia rivolta a me, invece una voce anziana, cantilenante e rauca mi precede “Poverinaaa... ma cosa le è successo?”. E la voce dolce “Non è stata sempre così, sa. Era intelligente, allegra, con tanta voglia di fare. A undici anni era la più brava della classe. Mio marito e io avevamo una tipografia, ma una tipografia “speciale”. Facevamo anche libri. Da noi passavano poeti, artisti, persone molto importanti. Ogni giorno Elettra finiva presto i compiti per scendere in tipografia. Pensi, voleva aiutarci... Faceva piccole cose, sa, lavoretti. Divideva le carte, metteva le buste nelle scatole… niente di che, ma così si sentiva importante e soprattutto poteva parlare con tutti gli artisti che passavano di lì. Mio marito diceva sempre che era troppo invadente, però la adorava. Era simpatica a tutti. Pensi che un’artista le aveva offerto di andare nel suo studio, d’estate, le avrebbe anche insegnato a dipingere. Una bambina di undici anni simpatica a un artista, ci pensa?”.

 

La voce tace per un tempo lungo, troppo lungo, sicuramente insopportabile per l’anziana compagna di viaggio, che incalza “E poi? Cos’è successo?”. “Niente” risponde l’altra. “Ha solo iniziato a crescere. Aveva sbalzi di umore, tutto qui. Sapesse com’ero io a quell’età... peggio, molto peggio di lei! Ma mio marito non la capiva. Non la sopportava. Non era più la sua bambina! Ne parlava con tutti, con tutti i suoi amici dottori. Chiedeva consigli a quei professoroni, sa, quelli che danno le medicine senza aver visto il paziente, senza neppure una visita di corsa… Non so, non so... forse qualche medicina di troppo.” Le due donne continuano a parlare e mano a mano che l’argomento si coagula tra i sospetti e le teorie confuse, i dubbi, le omissioni e i nomi, che in una città di provincia tutti conoscono, la voce dolce perde il suo timbro originale e s’impregna di acredine. Si appanna, si vela. Come le mie orecchie, che non vogliono ascoltare più e che, per difendersi, chiamano in soccorso altri pensieri.

 

Penso al nome della ragazza, “Elettra”, che è allo stesso tempo antico e moderno, o meglio, di una modernità antica. C’è un destino nel nome? Anche il mio era antico quando ero piccola. Non era comune, però mi piaceva. Il treno gioca brutti scherzi, si può confidare a sconosciuti cose che non si confessa neppure a noi stessi. Ma quello che sto involontariamente ascoltando è troppo. Le persone che non sanno di essere ascoltate sono vulnerabili, quasi nude, c’è qualcosa di osceno nell’ascolto. Voglio alzarmi. Voglio scappare lontano da quell’eccesso di confidenza. Lontano dalle accuse al padre, lontano dai sensi di colpa della madre. Adesso voglio solo cercare una sigaretta, portarla a Elettra perché finalmente possa fumare. Forse nella puerile pretesa di darle un po’ di pace.

 

I miei pensieri s’interrompono al tono della voce della madre. Riprende a essere dolce, la conversazione abbandona il tempo passato e ritorna al presente. Così anche io riprendo ad ascoltare. “Però non è sempre così, sa? Giorni fa è successa una cosa, che mi ha fatto credere stesse di nuovo bene. Si è comportata come un angelo. Io ero caduta dalle scale. Nulla di grave, ma non riuscivo ad alzarmi. Lei è corsa subito. Mi ha sollevato con una forza che non può immaginare, pensi, così gracile! Poi mi ha portato sul divano e mi è stata vicino fino a sera, guardandomi negli occhi, fino a quando le ho detto di non preoccuparsi, che stavo bene. Poco dopo è tornata come prima.”

 

La porta dello scompartimento sbatte dietro alla ragazza. Fa sempre la stessa domanda alle stesse persone “HAI UNA SIGARETTA?”. E la madre sottovoce aggiunge “Cosa vuole, è faticoso andare in giro con lei. Disturba tutti, vuole sempre fumare, non si lava, puzza… ma è la mia bambina”.



  • Disegno di Giovanna Durì
    Disegno di Giovanna Durì
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