Photoshop vent'anni dopo

Oggi è il linguaggio poetico del capitalismo finanziario. Ma da quanto tempo Photoshop non è più un semplice software? Celebrandone i successi, il presidente di Adobe, Shantanu Narayen, dichiarò "Non è esagerato affermare che, grazie a milioni di clienti creativi, Photoshop ha rivoluzionato il modo di vedere il mondo". Era il 2010, e l'azienda proprietaria aveva motivo di festeggiare: quel software era già lo strumento più usato del pianeta per "trasformare le fotografie", parola di Narayen, contando oltre dieci milioni di clienti. Che fosse nato come un puro strumento di lavoro, nessun dubbio. Il suo creatore, Thomas Knoll, era il figlio di un fotografo, oltre che un appassionato di elettronica, e nel 1987 aveva ideato l'allora rudimentale programma di fotoritocco senz'altro fine che non fosse dare una mano al padre. In quella prima versione, che il giovane programmatore aveva chiamato "Display", il software si limitava a visualizzare le gradazioni di grigio delle immagini su un monitor in bianco e nero. Un po' come i fratelli Lumière inventano il cinematografo nell'azienda di lastre fotografiche del genitore, quasi cento anni dopo anche l'idea di Knoll consiste in un'eredità ribaltata, stravolta, inconsapevolmente proiettata su un futuro ignoto. Un'evoluzione generazionale del rapporto con la realtà.

 

ph. Camille Silvy

 

È quando nel 1990 Adobe decise di commercializzarlo, che nacque il nome con il quale adesso è conosciuto in tutto il mondo. In esso già allora s'intravedeva una sua vocazione a diventare qualcos'altro, a sconfinare. Rispetto al coevo Deluxe PhotoLab, per esempio, battezzandosi "Photoshop" la creazione di Knoll suggeriva un approccio alle immagini meno tecnico e da iniziati, per nulla laboratoriale. Al contrario, si presentava come partner disimpegnato, ludico, quasi mercuriale. Il messaggio era chiaro: ora puoi affrontare l'immagine fotografica con leggerezza e casualità, perché Photoshop ti rende libero di farne quel che vuoi. Come quando fai shopping. In effetti, Photoshop si fa largo da subito proprio perché si rivolge a tutti. Questa sua primaria rivoluzione - l'elaborazione della fotografia condotta fuori dai "lab" - ha fatto di un software, unico tra i fenomeni del digitale democratico, una virtuale star. Non a caso l'avvento di Photoshop è stato accompagnato da espressioni magiche fin lì patrimonio della letteratura fantastica. Basta consultare i testi apparentemente "neutri" della manualistica per leggere di prodigi quali Combinare e modificare le forme, trasformare le immagini, creare un'ombra (in Photoshop CS5 - Guida Completa, a cura di Edimatica, Apogeo, 2010). Volontà antiche, alchemiche, all'incrocio tra scienza e mito, quasi un'eco del Faust di Marlowe: "Costringerò le ombre a darmi tutto ciò che desidero?".

 

In questa fase Photoshop rappresenta la prosecuzione di quanto descrivono Katrin Easmann, Sean Duggan e James Porto in un altro manuale di consigli d'uso, Photoshop-Maschere & Fotomontaggi (Pearson Italia 2013), nel quale si precisa come la manipolazione del dato reale sia stata da subito presente nella storia della fotografia. Per esempio con Camille Silvy (1834-1910), una delle prime fotografe ad aggiungere i cieli in fase di stampa - come molti fotografi odierni - giacché le lastre del tempo li rendevano "troppo bianchi e poco interessanti". Già allora il retrobottega del fotografo è una macchina dello stupore, nel quale ben presto nascono anche icone spiritiche, legate all'apparizione di defunti e più in generale al contatto con l'intangibile. Emblematico è il caso delle Fate di Cottingley: cinque foto realizzate da due ragazze inglesi che nel 1918 "sconvolsero il mondo", convincendo anche un campione della razionalità come Arthur Conan Doyle della reale esistenza di queste creature fantastiche. Più che la manipolazione in sé, dunque, il portato storico iniziale di Photoshop fu la diffusione pressoché infinita della sua pratica. Altro sarà invece il punto di svolta nella storia di questo software, un cambiamento capace di determinare il suo passaggio di status da strumento a linguaggio autonomo. Tutto avviene nel 1994, con Photoshop 3.0, quando sono stati introdotti i cosiddetti Livelli, ossia la possibilità di comporre l'immagine finale attraverso una serie di strati sovrapposti. Se l'operazione originaria consisteva nel trasporre l'immagine fotografica in pixel, ossia in bit, e dunque in sequenze di 0 e 1, in quel momento si giungeva a un inedito stadio di frammentazione.

 

Fate di Cottingely

 

I livelli, che Easmann, Duggan e Porto considerano non a caso "la linfa vitale di Adobe Photoshop", avevano aggiunto alla fotografia una profondità invisibile, finora inimmaginabile, sconvolgendo la bidimensionalità originaria con una sorta di sottodimensione artificiale. L'immagine giungeva adesso sulle soglie dell'incommensurabile. Valga un esempio: in Photoshop CS6, nel 2012, osservano gli autori, il singolo file può già contenere "fino a 8000 tra livelli ed effetti dei livelli". Un numero forse anche solo teorico, e tuttavia eloquente: sotto ogni immagine si era spalancata una voragine di significati. Fruire la fotografia contemporanea significa sprofondarvi consapevolmente, in altre parole assumere come dato inevitabile che il visibile possa essere il velo superficiale di una stratificazione infinita, nascosta alla conoscenza quanto all'immaginazione. Dove cioè Photoshop inizia a diventare molto più che un software, è proprio in questa capacità senza limiti di atomizzare il vero. È lì che si è proposto al mondo del capitalismo finanziario come il più fedele specchio estetico della sua immaterialità trionfante. E ne è diventato linguaggio poetico. In fondo, i meandri di Photoshop sono evocati con impressionante similitudine da pagine come quelle di Luciano Gallino, quando per esempio nella sua analisi del finanzcapitalismo descrive i derivati: "Una struttura matematico-finanziaria talmente complicata da rendere materialmente impossibile anche alle banche o ai fondi che li vendono o li comprano di indagare a fondo sui loro contenuti" (Con i soldi degli altri, Einaudi 2009). Gli ottomila livelli di Photoshop sono la perfetta espressione linguistica di questa scomposizione.

 

Siamo ben oltre il fotoritocco. Photoshop sposta quel processo in avanti: dalla manipolazione alla dissoluzione. Considerare il ventennio appena trascorso dall'introduzione dei Livelli in Photoshop significa quindi approfondire il semplicistico sinonimo tra Photoshop e manipolazione consapevole dell'icona, atto invece genericamente moderno. A questo proposito è John Berger a raccontare (Questione di sguardi, Il Saggiatore 2009) come già Durer nel Rinascimento vedesse nel nudo femminile una costruzione: "Prendendo un viso da un corpo, il seno da un altro, le gambe da un terzo, le spalle da un quarto, le mani da un quinto e così via", dal che si può dedurre, osserva il saggista inglese, "una notevole indifferenza verso le individualità reali". Oggi il software Adobe canta la finanziarizzazione del mondo. I protagonisti sono quei milioni senza volto che, numerosi più dei Livelli, in tutto il mondo ogni giorno creano nuove immagini con il software Adobe. Un artista collettivo nella cui tecnica si esprime la nuova struttura del potere, transnazionale ed economicamente intangibile. Così la creazione di Knoll è diventata un interlocutore totale. A compimento di questo percorso, era forse inevitabile che Photoshop assumesse una posizione morale. Un software che ci giudica. E' normativo, rieduca l'immagine, simula il bene assoluto con assemblaggi - in pubblicità e in editoria - d'immagini complesse tutte interamente a fuoco, senza profondità, senza piani, senza fughe. Senza conflitto.

 

Albrecht Dürer, Macchina prospettica, da Institutionem geometricarum Libri quatuor (1525)

 

Contro Photoshop ci si rivolta come se fosse uno stato invasore o un governo che non consente la felicità promessa. Parlamentari lo hanno dichiaratamente attaccato in Francia e in Inghilterra. Lettori si sono organizzati per contestarne la presenza sui giornali o sulle affissioni. Naturalmente, opporvisi è riconoscerne il potere. Persino siti come photoshopdisaster, che in apparenza segnalano strafalcioni, sembrano manifestare una delusione per il bene dilapidato più che una critica professionale. In pubblicità sono nate forme di dissenso estetico. Fondamentale il commercial Sony Bravia nel 2005, una delle prime manifestazioni di opposizione a Photoshop su media mainstream. Per raccontare un televisore dai colori molto vividi, una strada di San Francisco fu invasa da una miriade di palline di gomma colorata. Non erano realizzate in 3D, non c'entrava il computer: si trattava semplicemente di 250.000 palline sparate nello stesso momento da 12 cannoni e riprese da diversi punti macchina. Quell'esplosione capovolse la gerarchia stabilita da Photoshop tra realtà e rappresentazione. Ideava un meraviglioso fatto vero, non piegava il mondo al meraviglioso.

 

Da quello spettacolo live giungeva però un'altra indicazione: il vero non si sarebbe definitivamente dissolto in bit. In un mondo di occhi abituati al dubbio, la capacità documentaria, lo spettacolo creduto come autentico, semplicemente stava abbandonando la statica immagine fotografica e stava dislocandosi altrove. Non c'era alternativa. Nel 2013, intervistato sulla sua creatura, Thomas Knoll ha dichiarato "A un certo punto non sarà più possibile capire se un'immagine è stata modificata o no". Il futuro immediato di Photoshop risiede nel compimento di quel certo punto. La verità ora andrà cercata intorno alle immagini, non più entro esse. Apposta adesso si è trasferita nel movimento, affidandosi all'immagine dinamica - compresa quelle di telecamere di sorveglianza, smartphone e simili - che mostrando anche il circondario dei fatti ci sembra certificare meglio. Questo ventennio tra i Livelli consegna un dato: a chiusura di un lungo processo storico, Photoshop si accinge a espellere del tutto l'autentico dall'immagine fotografica, lasciandole la messa in scena o la citazione del reale. Il resto lo vedremo, anche se in modi che non sappiamo ancora.



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