In Marocco, tutto si tiene

La casa di Mohamed Bernoussi, a Meknès, sta nella ville nouvelle, ossia nella zona coloniale della città novecentesca, costruita dai francesi in un Marocco che, all’epoca, era per loro, molto diplomaticamente, soltanto un ‘protettorato’. È una villetta anni Trenta a due piani, con due aiuole all’ingresso e un piccolo terrazzino nel retro, sulla quale incombe un orrido, smisurato edificio ancora in costruzione. La calma regna comunque, in questo appartamento franco-marocchino sino al dettaglio, e Mohamed lo abita con orgoglio e dignità insieme alla moglie Christelle, che da Tours lo ha seguito sin qui, e alle due splendide figlie Dounia e Leila.

 

 

L’invito a cena, replicato più volte, mi ha dato modo di conoscere da vicino e dal di dentro questo felice intrico di cultura araba e cultura europea che Mohamed, professore di Semiotica della cultura nella Facoltà di lettere e scienze umane della città, coltiva scrupolosamente, nella vita come negli studi.

 

 

Ha appena terminato un libro sullo sguardo orientalista dei viaggiatori inglesi e francesi nel Marocco del Sei e del Settecento, Viator in tabula, dove mostra molto bene come le iniziali diffidenze di questi medici e scrittori nei confronti della cultura marocchina si andavano smorzando, man mano che conoscevano a fondo il Paese, sino a immergersi nei piaceri gastronomici e sensuali del posto, riconoscendone il significato antropologico. Ma, per lui, i rituali e i simboli della cultura marocchina sono ben di più che freddi oggetti di studio: sono la base della sua stessa vita, il modo per dare a essa un senso, una felicità, una calma interiore.

 

 

Per questa ragione, poter consumare i pasti con lui e la famiglia fra le mura domestiche è molto di più di un semplice invito a cena: è l’occasione per provare empatia verso una cultura che non vive, chissà ancora per quanto, quello scollamento continuo e profondo fra realtà e apparenza, concretezza e immaginazione, segni ed esperienza che è invece tipico della nostra. Per loro il tajine, o il cuscus, o la pastilla, o le meravigliose, profumatissime clementine non sono simbolo d’altro che di se stessi e, ingerendoli, essi mangiano valori e storia, convinzioni religiose e principi morali. Analogamente, ogni forma di comportamento è un rituale talmente radicato da venire vissuto come seconda natura.

 

 

Così, il vitello stufato con zucchine e porri che fa mostra di sé una volta dischiuso il coperchio della tajine va mangiato, manco a dirlo, con le mani. E per bere un caffè sarà necessario avere a disposizione almeno mezz’ora di tranquillità. Lo si vede anche dallo sguardo di compassione lanciato verso di me, che uso banalmente la forchetta per portare alla bocca carne e verdure, o che trangugio due tazze di espresso, in piedi, al bar della stazione prima di saltare sullo sferragliante treno per Fès.

 

 

Il consumo di ogni pietanza, poi, ha nell’appartamento una ben precisa collocazione: l’aperitivo nel salottino francese, con riproduzioni di Matisse alle pareti e un comodo tavolino basso dove appoggiare bicchieri e patatine; lo stufato in sala da pranzo, comodamente seduti all’occidentale; il cuscus in cucina, tutti intorno a un tavolo circolare, a mangiare da un unico piatto; il tè alla menta nel salottino marocchino, arredato con tappeti e specchi…

 

 

Quella che noi chiameremmo zona notte, ossia le stanze da letto, sono invece la parte intima della casa, di là da uno stretto corridoio ad angolo retto, dove nessun ospite può avere accesso. Il gesto comune del togliersi le scarpe prima di entrare in casa ricorda molto quello dei fedeli alla moschea: l’abitazione è uno spazio, se non sacro, comunque prezioso. Ed esservi ammessi è segnale d’enorme, amicale ospitalità.

 

 

Così il Marocco ha avuto per me, questa volta, un volto diverso. Non solo perché vi sono venuto, più che da turista, da docente invitato – mescolando perciò visite alla Medina o a Volubilis con lezioni e seminari a studenti iperattenti ed educatissimi. Ma anche e soprattutto per il modo in cui sono stato accolto, che mi dato la possibilità, beneficiando delle soddisfazioni locali, di comprendere un po’ meglio questo Paese in apparenza dietro l’angolo ma in effetti lontanissimo dal nostro, questa cultura orgogliosa di sé dove tutto ancora si tiene, questa gente che vanta le proprie tradizioni secolari facendosi beffe di una modernità che, dal canto suo, sta loro col fiato sul collo.

 

 

Smorzando di parecchio l’inevitabile esotismo del mio sguardo europeo, in potenza non molto diverso da quello dei viaggiatori orientalisti di tre secoli fa. (Credo che la vecchia nozione etnologica di osservatore partecipante voglia dire, alla fin fine, un po’ questo.)

 

 

Cose di rilievo, grandi e piccole, tantissime. Eccone alcune in ordine sparso.
Islam. Volubilis, straordinario sito archeologico romano ipersegnalato dalla guida, dopo esser stato saccheggiato nel periodo d’oro di Meknès per costruire il Palazzo imperiale, è praticamente in stato di abbandono. Manco un cartello che ne indichi la strada. La ragione è ideologica: è la testimonianza di una civiltà ricca e potente che ha preceduto l’Islam. I pochi turisti attoniti resistono a stento sotto un sole micidiale.

 

Vestiti. Seguono un codice molto più vario del nostro, soprattutto quelli femminili. Si va dal velo severo che nasconde il volto al tacco dodici con zeppa e jeans attillati. Sembra di poter cogliere un piccolo sistema: i vestiti tradizionali sono ipercolorati, quelli della globalizzazione ottusamente dark.

 

 

Alcolici. Ordino una birra al bar, non mi guardano male ma mi indicano un equivoco pub di fronte, oscurato da un tendone svolazzante e piantonato da due uomini muscolosi. Molti giovani vi entrano dopo un rapido esame di coscienza. Io resto dov’ero e bevo succo d’ananas.

 

Trasporti pubblici. C’è una distinzione netta fra grands e petits taxis. I primi sono enormi Mercedes degli anni Settanta che sputano irrespirabile fumo nero; dentro riescono a stipare anche otto viaggiatori. I secondi sono piccole utilitarie azzurre che da noi farebbero vintage, dove le persone si siedono indifferentemente nel sedile anteriore o posteriore. Quando ne prendo uno capisco meglio: vengono usati come autobus in miniatura. Il taxista va dove capita e la gente sale e scende dove vuole, senza manco accorgersi chi è già là.

 

 

Medina. Ben Jelloun ha narrato quella di Fès, ma questa di Meknès non è da meno. C’è una distinzione molto netta fra venditori di generi alimentari e tutto il resto, anch’esso ulteriormente diviso nelle zone del cuoio, delle stoffe, dei tappeti, della falegnameria, dei ferrai etc. I vecchi riad vengono comprati da francesi amanti dell’esotico che li trasformano in B&B con ristorante annesso. Dove si mangia maluccio.

 

Incompiuto. Dovunque lavori in corso: nelle strade, nei marciapiedi, nelle case, nei palazzi, nei giardini. Ma tutto resta a metà, da terminare chissà quando. Già, chissà quando.



  • Fotografie di Gianfranco Marrone
    Fotografie di Gianfranco Marrone
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