La pillola del giorno prima

Tra i vari esiti dell’assoluzione del Cavaliere dal caso Ruby, tutti scossoni equamente improbabili, c’è anche quello di un’ennesima aritmia nel flusso dei media. L’altra sera, per caso, leggevo un settimanale di qualche giorno precedente questo blaterato fattaccio. Ed è stato esilarante. Si discettava di equilibri, tendenze, alleanze e diktat fra le forze politiche oggi in campo – dove era proprio la nozione implicita, o presupposta, di ‘forza’ a fare gioco. Sembrava preistoria. Col senno di poi, cioè del presente di me che leggevo, la Ur-forza di uno dei principali attori presenti nella scena politica (e mediatica) era molto cambiata. Era diventata molto più potente. Di conseguenza, s’era profondamente modificato il delicato intreccio di pesi e contrappesi parlamentari e governativi.

 

Ora, io non dico che, come pure ha sussurrato qualcuno, i network complottardi hanno allungato sostanziose prebende ai giudici per dare finalmente la stura un Evento Mediatico di cotanto rilievo. Altro che Uomo Che Morde Il Cane. Altro che Misterioso Omicidio Estivo con cui riempire le pagine centrali delle gazzette ferragostane. Qui è il Puttaniere Assolto (il word m’aveva corretto con Assoluto) che, dopo anni di destini miseramente segnati e scialbe cronache relative, ribalta tutto lo scenario morale e politico, estetico e comunicativo! Il Ritorno dell’Eroe Dato Ormai Per Spacciato è un finale sempre piacevole in qualsiasi narrazione mitologica primitiva o postmediatica. Ciò che mi interessa, qui e ora, è altro.

 

Ossia quella che vorrei chiamare, tornando al minuscolo, la pillola del giorno prima, vero e proprio pharmakós che avrebbe mandato in solluchero, strana coppia, Platone e Derrida. Il fatto è che a me piace moltissimo leggere i giornali passati. Non quelli di decenni or sono, a mo’ di fonti documentarie, ma di poco precedenti. Che so: il settimanale di quindici giorni fa, il quotidiano di ieri l’altro, il telegiornale del mattino visto la sera. Mi diverto. Non solo recupero informazioni e pettegolezzi che mi erano sfuggiti. Ma sorrido alle dichiarazioni enfatiche rivelatesi fasulle, alle previsioni sbagliate, alle certezze granitiche pateticamente afflosciate. Si dà, appunto, per smaltito il solito Cavaliere? Ed ecco una sentenza di proscioglimento – solluchero d’ogni testata senza testa – che lo rimette al centro dell’arena. Andatevi a rileggere gli editoriali della settimana prima: vi sbellicherete (piangendo). Per non parlare delle cronache sportive relative all’ultimo mundial: fior di pronostici mancati su calciatori, squadre, allenatori, interi paesi. Oddio quel 7 a 1!

 

Al di là dei singoli casi, moltiplicabili all’infinito, ci sono diverse ragioni per assumere la pillola del giorno prima. Anche abbastanza ovvie. Innanzitutto, appunto, perché ci si diverte al grado zero: non costa nulla e funziona sempre. Procura incontrollata euforia. E poi anche perché azzera intere ansie da prestazione. Ansia del giornalista alla ricerca spasmodica dell’ultima novità. Ansia d’aggiornamento dei suoi lettori. Viviamo in una società calda, diceva Lévi-Strauss, anzi bruciante, sottolineano in molti: tutto va via, esautorato dalla lava inesorabile dell’attualità in assillante trasformazione. A tutti i livelli. Guardare indietro, non fermando il tempo ma semmai invertendolo, potrà contribuire a raffreddare il panorama mediatico entro cui viviamo le nostre quotidiane esperienze passionali e cognitive, assumendo uno sguardo più ampio e più sereno. Verso il mondo e verso e stessi. Dando altro valore ai valori, ed eliminando molte scorie tossiche.

 

C’è del resto una ragione tecnica di tutto ciò, direi quasi metodologica, che si rivela preziosamente attiva quando i media – apparati tecnici e flussi di senso – si intende, se non studiarli, quanto meno provare a capirli un po’ meglio. Dismesso l’impacciato surf sulla cresta dell’onda anomala informativa, ridimensionato l’interesse pruriginoso verso l’eterno presente, emergono con maggiore chiarezza i dispositivi del discorso sociale. Evaporati i contenuti e il loro presunto valore giornalistico, ecco le forme che li hanno resi, non solo possibili, ma anche attraenti. Quando leggo il giornale di ieri, quando guardo il tiggì di ieri l’altro o il magazine di quindici giorni fa non vado più alla ricerca del ‘che-cosa-è-successo-che-non-so-ancora’, non sto più attento alle notizie dell’ultimora ma al modo in cui mi vengono presentate. Non leggo cose ma maniere di porle. Da qui, per esempio, la mia consueta predica agli studenti di scienze della comunicazione: non analizzate il giornale di oggi ma quello della settimana scorsa, non le gazzette di stamattina ma quelle del mese passato. Loro arrivano tutti presi dall’ultima dichiarazione del Papa, dall’ennesima originale trovata del nostro giovane premier, dall’enorme barcone che sta or ora naufragando a Lampedusa, dalla guerra che è scoppiata ieri notte in non so quale posto del mondo, dall’ultimo Sanremo… e io, perfido, li invito ad aspettare, a rileggere di quelle cose la settimana entrante, o a cercare contenuti analoghi nelle zone più basse delle pile di quotidiani che avranno in casa o nella più oscura memoria del tablet dove abitualmente li leggono (se li leggono). Stessa cosa per la pubblicità, per le tecnologie comunicative, per il mondo dello spettacolo, della musica o dello sport. E dopo un primo, inevitabile mugugno, chi non si rivolge al collega dell’ufficio accanto, accettando la mia barbosa indicazione, trova sempre un argomento retro su cui lavorare con interesse.

 

Il problema si pone però con la rete, dove come è noto le cadenze periodiche dell’informazione – e in generale, il procedere del tempo verso una direzione chiara e distinta – vengono a cadere. I risultati delle nostre ricerche su Google e soci sono senza tempo: posso cadere su una cosa di oggi come dell’anno scorso. Non c’è quasi mai un’indicazione di data, un segno che ci permette di periodizzare i contenuti trovati. Motivo per cui forse, come dicono in tanti, il senso della storia sta per lo più scomparendo: Cesare come Napoleone, Saint-Just simile a Khomeini, la Guerra dei trent’anni a Gaza. Qui la pillola del giorno prima non ha alcun effetto salutare. O meglio, come Obelix con la pozione magica, è come se ne avessimo fatto abuso da piccoli. Abolito il tempo, accelerata all’infinito l’attualità e perciò azzerata, proposti nella medesima lista argomenti senza data, internet ci rende liberi? Sinceramente non lo so. Ma ce lo dirà certamente un media guru dell’ultimora. O della settimana scorsa.



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