Into The Wild

Da qualche tempo, per ammazzarlo non perdendolo del tutto, raccolgo le sigle di cui tanto sento parlare nelle riunioni universitarie che sono tenuto a frequentare. Lì tutti sanno che cos’è, non solo l’URP, che del resto trascende i domini strettamente accademici, ma anche il COT e il CLA: entrambi fanno riferimento al MR e indirettamente al MIUR, per il quale l’attività didattica è quasi o soltanto questione di CFU, eternamente discussa nei CDF, ma anche, e più spesso, nei CCL o CCS, dove si assegnano altresì i TFA, mentre ben poco, ahimè, si discetta dei criteri impliciti con i quali si assegnano quei PRIN che tanto gola fanno all’ANVUR. Meno male che ci sono la SUA e l’AVA, o il TFR. Alla fin fine, si decide tutto in SA o in CDA, e non c’è SSD che tenga: questo vale solo per i concorsi. È tutto – lo sappiamo – un problema di FFO, soprattutto nelle università del SUD (pardon: Sud), dove notoriamente scarseggiano gli SPIN OFF, che non saranno nemmeno loro un acronimo ma tanto ci assomigliano.

 

 

La cosa ha raggiunto il parossismo l’altra settimana in Francia, dove sono sbarcato come malcapitato componente di un Comité de visite in un’università della provincia più ricca di pinot noir e dannata burocrazia. I francesi, si sa, vanno in solluchero per le sigle, dove ‘solluchero’ è ovviamente un eufemismo: bisognerebbe dire ‘jouissance’. Che cos’è un Comité de visite? Io prima non lo sapevo, dunque val la pena di spiegarlo, così magari, se vi chiedono di farne parte, avrete coscienza di quel che vi accadrà oppure – come consiglio caldamente – potrete declinare l’invito. Si tratta di una specie di commissione internazionale di espertoni che deve valutare ogni tot anni l’operato dei gruppi di ricerca scientifica, accademica e non, sparsi nel territorio: non tanto in termini di risultati (poniamo: pubblicazioni o brevetti) quanto semmai di efficienza organizzativa e capacità manageriale, attrattività e irradiamento, strategie e prospettive scientifiche, interazione con l’ambiente sociale e impatto economico (come dire, appunto, burocrazia pura).

 

Ogni singolo gruppo di ricerca è contrassegnato da una sigla, così come ogni corso di laurea o master, dipartimento o istituto, facoltà e università e ufficio ministeriale, come anche gli assi di ricerca, i tipi di progetto, le classi di obiettivi e via farneticando. Credo d’aver capito che il punto di partenza per misurare l’IDR siano le norme dell’AERES, che deve render conto all’OPECST, avendo presenti le istanze dei JPI e delle COST, senza disattendere le norme ISO. Il Comitato di cui facevo parte avrebbe dovuto esaminare il lavoro di nove gruppi di ricerca, alcuni dei quali bi-site, facenti parte dell’IR SHS: CERES, EHIC, OMIJ, LAPE, GRESCO, CREOP, CRIHAM, FRED, GEOLAB, UMR CNRS.

 

 

A voi sembra patafisica, ma vi assicuro che non c’è nulla di immaginario né di inventato. Basteranno alcune slide selezionate a caso per restituire il dovuto effetto di realtà su quel che sto raccontando. Potrei sciogliervi gli acronimi, lavoro che m’è costato immensa fatica, ma non è questo il punto. Vale di più la morale che si può trarre da questa storia. Dopo una rapida ma compunta visita ai locali dell’università, fra scaffali impolverati e divani in similpelle, schedari e schermi piatti, a un certo punto, per esempio, mi hanno stipato in un’aula in cui un centinaio di soggetti molto vari per età, sesso, condizione sociale, religione, etnia, preferenze di brand e pagina facebook discettavano animatamente in un francese sputacchiato come da norma ma sapientemente arricchito da un marasma di sigle sospette che si incrociavano senza sosta fra loro. Là ho ascoltato discorsi inenarrabili che, in confronto, le navi in fiamme sui bastioni di Orione diventano robette da fanciulle svenevoli.

 

Per quattr’ore di fila s’è edificata una raffinatissima metafisica delle tesi di dottorato, dove la vexata quaestio sul ruolo del tutor in co-tutela ha dovuto scontrarsi con quell’altra, non meno impegnativa, circa il budget destinato alle fotocopie per ciascun dottorando: tutto ciò si dovrà risponderne al PRES e, sotto sotto, alla CUE. S’è spaccato il capello in quattro sui nessi fra il FRED e l’EHIC rispetto al mondo complesso delle francofonie, e l’UL dovrà dare un parere in merito, anche rispetto all’intero mondo delle SHS. A me è toccato peraltro motivare il passaggio epocale dai NAS agli AS nelle ricerche svolte in seno al CERES.

 

 

Insomma, tutto secondo copione. Le selva delle sigle, più o meno raffinata, svolge lo stesso ruolo di qualsiasi gergo: accomuna chi le capisce ed esclude chi non ne coglie il significato. Un modo come un altro per gestire il potere e distribuirlo fra pochi eletti. Solo che, devo ammetterlo, a un certo punto in questa oscura nebulosa burocratica è emersa la chiara consapevolezza di quel che stavo vivendo. Non si trattava tanto, come credevo all’inizio, dell’esasperazione professionale di quanto in Italia si pratica ancora con una certa improvvisazione. Quanto semmai di tutto il contrario. Là, in barba alla CUE, l’organizzazione della ricerca scientifica, anche in campo umanistico e sociale, non tende a sclerotizzare il pensiero e imbarbarire la mente, come pretende la nostra ANVUR, la quale innalza steccati sacrali fra gli SSD, che non devono avere alcun dialogo fra loro. In Francia la parola d’ordine è interdisciplinarità, concetto e pratica che in un batter d’occhio fa ridimensionare l’odioso slang degli acronimi.

 

Le equipe di ricerca francesi sono luoghi sperimentali in cui ci si scambiano idee ed esperienze, modelli e linguaggi. Le sigle, da quelle parti, esistono per spingere il pedale dell’innovazione, non della più bieca conservazione, come accade sempre di più nelle nostre accademie. Into the wild, possiamo ammetterlo, è la nostra triste quotidianità.



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