Fin qui. Il buco di Parigi
A thing is a hole in a thing it is not. Carl Andre, 1968

Toccare la fine di Parigi

 

Per chi vive in una grande città è difficile immaginarne i confini, il fatto che finisca da qualche parte. Le periferie hanno eroso ogni marcatura dell’agglomerato urbano, una distesa senza soluzione di continuità. Per questo non si danno strade che esauriscono la città. Così almeno credevo fino ad alcuni anni fa quando, gironzolando indolente un sabato mattina, ebbi l’impressione di toccare con un dito la fine di Parigi. Come se al di là di quella strada il tessuto urbano si sfaldasse e Parigi non fosse più Parigi ma un’entità che non saprei nominare.

 

 

 

Zone urbane sensibili

 

Per molti parigini è difficile credere che ci sia qualcosa – che qualcosa sia – al di fuori delle mura della città. Si fa un gran parlare del progetto Grand Paris, della città eco-sostenibile allargata al di là della Petite couronne e pienamente dispiegata nel 2030. Ma fuori dalle mura dell’urbe non resta altro che Parigi senza Parigi. La Parigi centralista e giacobina, con la sua estensione immutata sin dal 1860, non è e non sarà mai Londra. Nella sua banlieue è leggibile, come una cicatrice, il fallimento delle politiche d’integrazione e della mixité sociale, la frattura insanabile tra lo Stato-nazione e la società, composta da quella che Sarkozy non esitò a definire pubblicamente “racaille” (feccia).

 

Passata la rivolta di fine 2005, ignoratane la genuina spinta politica (come argomentò Yann Moulier Boutang nel pamphlet La révolte des banlieues ou les habits nus de la République, Editions Amsterdam 2005), Parigi è tornata a essere Parigi e la banlieue non un ghetto sociale ma un arcipelago intercalato da fermate della metro cui non si scende mai, un interregno tra la città e l’aeroporto o, per usare il linguaggio amministrativo della tecnocrazia, delle ZUS, zones urbaines sensibles.

 

La porosità si ferma alla metro Gare du Nord: “C’è una barzelletta su due maghrebini che si chiedono quali metropoli conoscano. Ora, il primo dice Algeri e Casablanca e l’altro la Gare du Nord […] Perché a Parigi, Gare du Nord è la stazione dove finisce la tariffazione semplice del trasporto per chi viene dalla banlieue, e al di là devi pagare di nuovo per passare” (Antonio Negri, Goodbye Mr. Socialism, Feltrinelli 2006). 

 

 

Digressione: L.A.

 

In un’epoca ante-GPS vivevo a Los Angeles, una massa urbana grande come la Toscana, come si sente ripetere. Con un’utilitaria presa a noleggio da “Rent a Wreck” (Affitta un catorcio), mi orientavo con una mappa-libro aperta sulle ginocchia. Ogni percorso era frazionato in diverse pagine. Quando mi perdevo mi tranquillizzavo al pensiero che, in the worst-case scenario, a un certo punto avrei incontrato o il mare o il deserto.

 

Tuttavia sapevo di barare, perché fuori della città ho sempre visto soltanto le propaggini della città. E poi ragionare in termini di dentro e fuori a LA non ha senso, ma hai letto Fredric Jameson e Mike Davis? Persino Jean-Luc Nancy: “Los Angeles è lo spazio della città in tutta la sua ‘forza di spaziamento’ dispiegata, estroversa, stravasata, rovesciata, appiattita di fronte al cielo, pancia all’aria” (La città lontana, Ombre corte 1999).

 

A gambe all’aria

 

Quella mattina avevo trovato senza accorgermene il buco di Parigi, un buco che non conduceva a nessuna Zona tarkovskiana, a nessun viaggio nella testa di John Malcovich. Nient’altro che un buco, un buco non cartografabile. Non il buco di una serratura, che offre alla vista del singolo voyeur scorci inediti (che si tratti del Cupolone da piazza dei Cavalieri di Malta oppure di Giovannona Coscialunga). Tutt’al più il buco di un canotto, che rischia di sgonfiare e far affondare la città tutta intera, di mandarla gambe all’aria.

 

 

 

Che senso aveva arrancare per una strada deserta senza meta? La città, come il cinema, è un’esperienza collettiva. E percorrere una strada deserta in una città europea vuol dire allontanarsi. Quella mattina non proseguii “oltre”, non volevo diventare un ago conficcato nella pelle metropolitana, come la barca di Truman Show.

 

Nessun horror vacui, nessun senso di unheimlich, come trovo conferma nella casistica raccolta ad arte da Anthony Vidler ne Il perturbante dell’architettura. Saggio sul disagio nell’età contemporanea (Einaudi 2006). Piuttosto un senso di rabbia, di impotenza, di incredulità: una metropoli non deve finire così! Come è possibile che gli urbanisti siano stati sprovveduti al punto da lasciar spalancato un buco con la sua oscenità? Un buco aperto non in un cantuccio, in un sottoscala, ma sotto agli occhi di tutti, all’orizzonte, con tanto di strada prospiciente il vuoto. Fa pensare a quelle autostrade soprelevate e in costruzione su cui la macchina rincorsa dalla polizia frena bruscamente per non ruzzolare nel vuoto.

 

 

Digressione: Nowhere

 

Per un film horror di serie B: la voce suadente di un GPS ti guida nel luogo della tua morte. Una morte annunciata non da un teschio incappucciato, da una strega rugosa ma dalle istruzioni vocali della navigazione satellitare, col suo italiano dalla dizione perfetta. “Tra 300 metri svoltate a destra”, “Proseguite dritto per 3 chilometri”, “Alla rotatoria prendere la prima uscita”, ecc. Contrade sempre meno familiari scorrono fuori dal finestrino finché la voce ripete a pappagallo: “Sei arrivato a de-sti-na-zio-ne”. “Ma come?” Muori. Panoramica della macchina-sarcofago spersa in un paesaggio post-industriale.

 

 

Plaga bianca

 

La settimana scorsa, a distanza di anni, il gong ha suonato: dovevo tornare da quelle parti, e dovevo tornarci di sabato mattina, come se avessi un pegno da pagare.

Le coordinate? estremità orientale del tredicesimo arrondissement, una forbice inclusa tra Gare d’Austerlitz (vicino la Tour 13, abbattuta il 9 aprile scorso dopo una straordinaria mostra di street-art) il périphérique, lato Ivry sur Seine. E’ l’epicentro di Paris Rive Gauche, un’area di 130 ettari, niente di meno che la “più grande operazione urbanistica condotta a Parigi sin dai tempi dei lavori haussmaniani del XIX secolo”. Vado a zonzo nei dintorni di quella che, con audacia toponomastica, hanno chiamato Avenue de France.

 

 

Una zona che ho visto demolire e ricostruire negli ultimi dieci anni e che assume col tempo una sua fisionomia, una terribilità post-urbana. Qui dove regnava un silenzio squarciato da rumori distanti di trapani e trivelle e perforatrici e l’illuminazione notturna era quella sinistra dei cantieri.

 

  

 

Il mio stradario parigino, uno dei miei primissimi acquisti, è inservibile. Mancano le fermate della metro (aggiunte a penna), il ponte che lega la Biblioteca e il Parco, l’Istituto di studi orientali, l’Ecole des hautes études, l’Università Paris VII. Mancano le strade, le piazze, i luoghi, quelli futuri e quelli passati. Come le fabbriche che sorsero negli anni dieci e restarono attive fino agli anni settanta, prima di essere riconvertite in uno squot regolarizzato (Les Frigos) o in una sede universitaria (l’industria molitoria dei Grands Moulins).

 

  

 

Ogni conflagrazione tra il vecchio e il nuovo è sospesa. I riverains gettano pochi sguardi sull’Armée du Salut (1929) di Le Corbusier, abbandonata in uno stato deplorevole (nel quartiere c’è anche la sua maison Planeix del 1924). E Le Corbusier mi è assai caro per la personalissima ragione che, sbarcato a Parigi il 4 ottobre 2002, mi accolse il suo Pavillon suisse (1933) all’interno della Cité Universitaire.

 

 

La plaga in cui mi muovo oggi è il contrario del labirinto, emblema della metropoli tentacolare della modernità in cui flâner. Coincide approssimativamente, per riprendere il mio stradario, con quella fossa bianca sotto la Bibliothèque, creatura aliena che negli anni novanta ha sconquassato il quartiere. Una plaga con le strade tratteggiate, come i pensieri dei personaggi dei fumetti, qualcosa d’irreale insomma, che vive solo nelle nostre zucche. Per questo documento il sopralluogo.

 

 

Uno, nessuno, centomila buchi

 

“In nessun luogo – se non nei sogni – il fenomeno del confine può essere esperito in forma così originaria come nelle città. Conoscerle significa avere un sapere di quelle linee che, con funzione di confini, corrono parallele ai cavalcavia, attraversano caseggiati e parchi, lambiscono le rive dei fiumi; significa conoscere questi confini nonché le enclavi dei vari territori. Come soglia, il confine passa attraverso le strade; un nuovo territorio ha inizio come un passo nel vuoto, come se si inciampasse in un gradino di cui non ci si era accorti” (Benjamin nei Passages, natürlich). Questo gradino oggi si chiama Paris Rive Gauche. Ma dove sono le linee, le nervature? Anche io considero la metropoli matrice di quello che siamo e pensiamo, ma allora perché non scorgo altro che il buco, qualcosa che del vedere è la negazione?

 

 

 

Nel maggio 1941 Claude Lévi-Strauss visitò New York. La descrisse come “una città dove tutto sembrava possibile. Il tessuto sociale e culturale, come quello urbano, era crivellato di buchi. Non dovevi far altro che sceglierne uno e scivolarvi dentro”. Le Avenues diventano “profondi baratri su cui si ergevano le fantastiche falesie dei grattacieli”. Non è la metropoli moderna che si aspettava, ma “un disordine immenso, orizzontale e verticale, attribuibile a qualche spontaneo sollevamento della crosta urbana piuttosto che a intenzionali progetti dei costruttori” (ne parla James Clifford ne I frutti puri impazziscono, Boringhieri 1993: “New York fu forse la sola vera ‘ricerca sul campo’ di Lévi-Strauss”).

 

 

 

Una New York-colabrodo in cui scivolare nei buchi a piacimento: non è il caso di Parigi, dove la ragnatela della metro dà l’illusione che “tout se tient”. E se bastasse una sola falla per farla colare a picco? Sarà un caso che qui si arriva con la linea viola, la metro fantasma, l’unica senza conducente?

 

Al termine della mia dérive, al riparo in un café dei paraggi, mi convinco di una cosa: che nel tredicesimo arrondissement lavorano da anni non per costruire un nuovo quartiere ma per coprire questo buco. Ora, più lavorano, più questo buco resiste a riassorbirsi. Imperterrito, sfilaccia il tessuto urbano, rendendo la città disarticolata ed estranea, una pura esteriorità.



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