Sulla strada per Mrauk-U

Impossibilità alla potenza

Si scrive Mrauk-U, si pronuncia Miao-o, come un lungo miagolio, ma vuol dire uovo di scimmia, in riferimento al mito di fondazione. Prime incongruità che introducono bene la città più isolata della Birmania, prossima al Bangladesh, esposta sul golfo del Bengala, protetta dal resto del paese dalle montagne dell’Arakan.

 

ph. Riccardo Venturi

 

Presa ormai confidenza con il paese, è ora di uscire dai sentieri battuti. Il Myanmar è in pieno boom turistico, i prezzi della mia guida del 2013 maggiorati del 50%. Mrauk-U, corre voce, è affascinante come Bagan, dove spesso il solo contatto coi locali passa per un triste: “Coca cola?”. Affascinante come Bagan prima che creassero nelle vicinanze una città residenziale per trasferirci gli abitanti che vivevano a ridosso dei monumenti, un po’ su modello di Siem Reap e Angkor. Un trasloco di massa, da molti vissuto come un trauma, che ha però salvato la città antica dalla rovina. Non così Mrauk-U, che è una sola e intatta, sebbene non la visiti nessuno. O meglio nessuno sa come arrivarci. Non solo i viaggiatori più navigati che incrocio strada facendo, ma gli stessi birmani nelle agenzie di viaggio.

 

ph. Riccardo Venturi

 

Raggiungere Mrauk-U diventa la mia missione. Non c’è birmano che incontri (e ne incontro tanti, o meglio sono loro a incontrare me, non fosse che per praticare inglese) cui non chieda informazioni su Mrauk-U. Le risposte fanno salire la temperatura: non è possibile raggiungerla, soprattutto durante la stagione dei monsoni (siamo in pieno agosto). Altri interlocutori si limitano a palleggiare la domanda: ma cosa ci vai a fare a Mrauk-U? non ci va nessuno! Tentativi controproducenti di dissuasione. Perché non c’è niente in particolare che voglia “fare” a Mrauk-U, ho solo una voglia pazza di arrivarci. Ho molti giorni davanti a me, e ho deciso di restare in Myanmar oltre la scadenza del visto – “Time is on my side”.

 

ph. Riccardo Venturi

 

A Mandalay frequento un’incasinata taverna cinese, dove non faccio in tempo a sedermi al tavolone che le conversazioni più disparate mi tengono occupato fino al conto – la prova che quando si parte da soli si ha poco tempo per stare in solitudine. È qui che un birmano scandisce, nel chiacchiericcio generale, “it is not impossible”. Evvai, finalmente! ma dopo una catena di malintesi intuisco che, nel suo inglese, la doppia negazione non è affermativa ma enfatica, per dire che una cosa è due volte non possibile. Un’impossibilità alla potenza.

 

Coincidenze

Ora, tutto potevo aspettarmi tranne che questa tappa si trasformasse in un viaggio nel viaggio. Quando ricostruisco il percorso mi prendono le vertigini: da Bagan a Magway; da Magway a Pyay; da Pyay a Toungup; da Toungup a Ngapali; da Ngapali indietro a Toungup; da Toungup a Sittwe; da Sittwe a Mrauk-U. Ogni tappa sembra sempre l’ultima: da Magwe, dicono a Bagan, ci dovrebbe essere un pullman diretto per Mrauk-U, ma una volta a Magwe nessuno ne ha mai sentito parlare, bisogna andare a Pyay e da lì si vedrà, e così ad libitum.

Arrivo di sera a Taungoo. Il pullman per Ngapali parte la mattina successiva.

 

ph. Riccardo Venturi

 

Alla stazione degli autobus, che in Birmania sono dei mercati in miniatura, chiedo indicazioni per l’unica guesthouse consigliata dalla Lonely Planet e dalla Routard. Nessuno ne ha sentito parlare, strano. Pronuncio il nome con vari accenti, scandisco il nome su un taccuino, niente. “It’s near the elephant reserve”, preciso. Lo sbigottimento aumenta: qui non esistono elefanti. “No elephants at all?” Scusi ma dove diavolo siamo? Non sono a Taungoo ma a Toungup, una cittadina non riportata sulle guide né sulla mappa. Niente elefanti e niente strutture autorizzate ad accogliere stranieri.

 

ph. Riccardo Venturi

 

Altre volte sono più fortunato: in attesa di una coincidenza – già, bella parola, della coincidenza la strada per Mrauk-U è la catastrofe –, c’è tempo per un bagno a Ngapali Beach, chiamata così da un marinaio italiano che in questo golfo riconobbe quello di Napoli, perlomeno prima che mettessero le mani sulla città. Stringo un patto di ferro con un locale: faccio colazione al suo ristorante e in cambio posso usare la doccia. Una doccia birmana, avrebbe dovuto precisare, ovvero una tinozza d’acqua all’aperto, nel retro della cucina, con tutta la famiglia che ride dei boxer rossi con le palle di natale, quelli del 31 dicembre. Spiego questa curiosa abitudine nostrana sull’ultimo dell’anno, nessuno capisce.

 

Secondo le guide, a Ngapali in questa stagione “piovono noci di cocco”, così il golfo è deserto, gli hotel chiusi, la cittadina vuota e inospitale. Eppure è una giornata piena di sole, e la sola vista del golfo toglie la spossatezza della trasferta.

 

Spiriti nat

Dopo esser scesi per il fiume Ayeyarwady, comincia la traversata notturna della catena montuosa dell’Arakan. L’autista si ferma nei pressi di un altare, unica fonte di luce della vallata. All’interno riconosco le statue antropomorfe degli spiriti nat, gli stessi che nei monasteri buddisti s’incarnano in tartarughe giganti nutrite dai fedeli. L’autista chiede l’autorizzazione allo spirito della montagna, o meglio lo prega di poterla attraversare senza incidenti. In mano tiene non uno ma un mucchietto di bastoncini d’incenso – uno per ogni passeggero? La benedizione è inclusa nel prezzo.

 

Mat Jacob. Tendance Floue

 

Mat Jacob. Tendance Floue

 

La strada è malmessa: una mulattiera piena di curve a precipizio, oscura e deserta a eccezione delle mucche che dormono sul ciglio. Tutti sappiamo che se comincia a piovere è un disastro; nessuno apre bocca. Nessuno tranne uno, un giovanissimo militare che è stato trasferito. Lo devono mandare così lontano, mi suggerisce un retropensiero malevolo, così non romperà più i coglioni.

 

Mat Jacob. Tendance Floue

 

Mat Jacob. Tendance Floue

 

Privo della grazia e della discrezione del popolo birmano, ogni cinque minuti si gira verso di me – attrazione esotica del pulmino – che mi ero seduto in ultima fila per star tranquillo, e proferisce qualcosa di décalé se non inquietante: “Io ho fiducia nell’autista, ma ho comunque tanta paura”; “Questa montagna è molto pericolosa, non so se ce la faremo”; “Questo torpedone coreano è fatto per la città, non per salite così ripide”; “Siamo a 7000 piedi e continuiamo a salire”.

 

Mat Jacob. Tendance Floue

 

Mat Jacob. Tendance Floue

 

Capelli neri tirati indietro, ha la bocca rossa tipica dei birmani che masticano un intruglio di noci di betel, areca e tabacco avvolto in foglie di betel e conditi con lime e spezie (tra cui riconosco il cardamomo e lo zafferano). La sostanza si addensa sul suo palato e, quando non riesce più ad articolare le parole, la sputa fuori dal finestrino. Poi attacca con la birra e quindi col rutto – libero, come in tutto il paese del resto. Prosit. Alza ancora un po’ il gomito fino a quando l’alcool e l’effetto montagne russe del tragitto stroncano questo brancaleone locale.

 

Passaporto con farfalla

Il percorso notturno è interrotto – in un viaggio in cui niente è fluido e tutto è interruzione – dai posti di blocco. Ogni volta devo tirar fuori il passaporto, studiato da poliziotti assonnati più che solerti. La torcia illumina la pagina stropicciata col timbro del visto e, di riflesso, i loro volti. Finché arriviamo a una di quelle frontiere che frazionano il paese al suo interno. Nella stamberga che attraverso per andare al bagno (un orinatoio all’aperto sospeso nel vuoto, sul pendio della montagna, la pisciata più surrealista del viaggio birmano), incrocio il poliziotto, in maniche di camicia, la giacca che penzola sopra la sua testa come una nuvola protettiva. Deve annotare su un registro grande come il tavolo tutti i miei dati, redatti in un idioma a lui ostico.

 

Mat Jacob. Tendance Floue

 

Il compito prende molto tempo, reso difficoltoso da ciclopiche farfalle che si posano ovunque: sul tappo della penna, sulle pagine del registro, sulla sua testa, sulle mostrine. Le farfalle sono bellissime, come le due giovani guardiane del museo delle farfalle e degli scarabei nel giardino botanico di Pyin U Lwin. “Sir, No photo, please” mi ricordano all’ingresso con un gesto della mano che sembra una carezza. Che fortuna, rilancio, lavorare in un posto simile, e guardandole, col loro vestito ricamato di un viola e verde sgargianti, non resisto a dire la cosa più scema che mi viene in mente, chiedendo seriamente se loro non siano farfalle – le più preziose della collezione. Ma quando le farfalle dell’Arakan si attaccano alla pelle sono viscide come pipistrelli. Appese al tetto interno del pulmino, mandano in frantumi le ultime illusioni di riposare.

 

Mat Jacob. Tendance Floue

 

Osservando l’impiegato delle montagne assalito dalle farfalle nel cuore della notte ho, oltre a un moto di compassione, un trasalimento. È una delle immagini più poetiche del viaggio che col tempo continua a riempirsi di senso. Si fa presagio della fine del regime, abbattuto non da una sommossa ma da un gandhiano sciame di farfalle variopinte che inceppano il corretto funzionamento della macchina amministrativa.

 

Vicini

I lunghi spostamenti sono occasioni per condividere giornate intere accanto ai birmani. Un mio vicino, dopo aver sputato tutto il viaggio in un sacchetto trasparente come quello coi pesci rossi che si vince al luna-park, lo lascia attaccato alla maniglia del sedile con un doppio fiocco natalizio. E se il nodo non tenesse mentre passo?

Diversa la tecnica di un altro vicino, un bonzo malconcio che man mano annoda i sacchetti e li lancia dal finestrino ai bordi del marciapiede. Immagino il sentiero puntellato da sacchetti con vomito di monaco theravada, come fossero reliquie. Gli offro una polo, la prima polo della sua vita dal modo in cui sparisce nella cavità della bocca. Chissà se gli è piaciuta. Ma alla seconda sento il tac così distintivo: stavolta non ce l’ha fatta a succhiarla, l’ha spezzata. Davanti alla polo con il buco ha ceduto. Gli lascio il pacchetto, con la carta argentata tipicamente chiusa come fosse una miccia, che il monaco si affretta a disfare per accedere alla sua terza caramella, prima del prossimo spasmo.

 

Spostarsi

Siedo accanto al posto guida di un taxi collettivo, mezzo di trasporto in voga tra la classe media. Il tassista inforca gli occhiali a goccia, mette un cd di heavy metal birmano e parte a tutta birra. Il volante è a destra, retaggio dell’impero britannico, ma il senso di marcia è lo stesso che da noi. Questo crea una situazione particolarmente svantaggiosa per i sorpassi, peggiorata dal fatto che le strade sono invase da alti camion che diminuiscono la visibilità. Così io, seduto a sinistra, vedo prima di lui chi proviene dalla direzione opposta – un po’ come vedere la morte in faccia. Mi affretto a segnalargli il traffico, nel suo pieno disinteresse. Perché i birmani hanno escogitato una tecnica infallibile: il camion davanti lampeggia a destra per “macchina in arrivo, non sorpassare”, a sinistra a mo’ di lasciapassare. Altrimenti nessuno sa cosa farsene delle frecce. A quel punto non resta che godermi lo spiedino di mango speziato preso alle bancarelle. Finché ci ferma la polizia. Eccesso di velocità? no, controllo bagagli, che sono tutti miei, gli altri hanno un paio di buste di plastica, così si riparte in un battibaleno.

 

Mat Jacob. Tendance Floue

 

Esasperatamente lenti, al contrario, gli spostamenti in barconi di fortuna, con partenze all’alba. In quanto unico occidentale, a volte mi affidano il posto d’onore, in seconda fila, giusto dietro ai monaci, che discutono volentieri di calcio e informatica (due campi in cui scarseggio). Se fuori scorrono paesaggi di mangrovie di infinita bellezza, immutati da secoli, all’interno della cabina è obbligatorio tenere le tendine chiuse. Ufficialmente è per l’aria condizionata, in realtà, sospetto, per non interferire con la visione dei film che passano sul grande schermo: dal remake di King Kong con Naomi Watts (abbastanza castigata da far pensare che si tratti di una versione censurata) a Ghost Rider, una delle peggiori interpretazioni di Nicholas Cage. E che rivisto in tale occasione mi sembra ancora più insensato e insano.

 

Non sembra essere l’opinione dei birmani. Noi veniamo qui per ammirare quello che scorre fuori dal finestrino, loro vanno matti per i blockbuster americani. Da questo difficile equilibrio dipende il futuro del Paese.

 

Una tappa, una tra le tante

Spesso gli hotel locali non hanno il permesso di accogliere stranieri, oppure non hanno gli standard minimi necessari. In questo caso gli albergatori dicono che sono pieni (in cittadine remote senza un turista!). Dietro mia insistenza mostrano controvoglia camere spaventose, che fanno sembrare l’atelier di Francis Bacon più ordinato di quello di Mondrian. Così a Sittwe sono costretto a dormire in un hotel del governo. Nonostante la pulizia, avrò un sonno tormentato da sensi di colpa. L’ultimo.

 

Mat Jacob. Tendance Floue

 

Mrauk-U, ci sono. Sono trascorsi tre giorni o forse quattro, abbastanza intensi da dimenticare che ero diretto da qualche parte. Pensavo che arrivare in un luogo dopo tanto trambusto aumentasse l’euforia. Invece è il contrario che si produce: Mrauk-U è ormai una tappa come le altre che mi hanno portato fin qui, una città lungo il percorso.

 

Il secondo giorno ho già tre mappe in tasca. Impossibile sovrapporle. Ognuna ha i suoi pregi, in ognuna un tempio è segnalato meglio che in altre, nessuna è affidabile. La pioggia (ne scendono 5 metri ca. durante la stagione dei monsoni) le rende man mano illeggibili. Segno a penna deviazioni suggerite dai locali, che non si ritrovano nelle mie. Ognuno ha una sua mappa mentale e presto me ne fabbrico una anche io.

 

Mat Jacob. Tendance Floue

 

Le giornate scorrono in modo ordinario: vado al mercato, dove faccio scorpacciate di pompelmi dolcissimi quanto le compiante caramelle al tamarindo di Bagan; giro in bici per monasteri fortificati, segreti, sfingei, con la pietra fuligginosa coperta da un muschio verde pistacchio, scavati al loro interno da corridoi concentrici affiancati da nicchie e statue. Fortini più che templi. Tre docce al giorno scandiscono la giornata fino alla cena delle 19. Alle 23 spaccate staccano i generatori di corrente in tutta Mrauk-U. Puntualmente mi sveglio perché salta condizionatore e ventilatore. Supino, mi crogiolo a lungo nell’oscurità, resa più fitta dalla trama della zanzariera ammuffita, distratto dal geco che corre sulla parete, dallo scroscio della pioggia, dalla pala del ventilatore che, appesantita dalla ruggine, ci mette un secolo a fermarsi. Mi scopro e mi spoglio man mano che la temperatura sale, prima di ricoprirmi alle 6 di mattina quando riparte la corrente.

 

Rohingya

Visito i villaggi chin, quelli con le donne dai volti tatuati, una ragnatela di linee che parte dalla punta del naso. Ma soprattutto il barcone attraversa diversi villaggi sperduti dei Rohingya, una minoranza etnica musulmana, dal 1982 non più ufficialmente riconosciuto come gruppo indigeno (in Birmania ce ne sono più di cento). Negli anni le restrizioni si sono moltiplicate: senza cittadinanza e quindi senza libero accesso all’istruzione e alla sanità (situazione aggravatasi da quando “Medici senza frontiere” è stata costretta a partire), non possono acquistare riso nei luoghi buddisti né muoversi liberamente, al punto da essere segregati in campi di detenzione. Finché nell’ottobre 2012 scoppia una violenta rivolta con i buddisti Rakhini.

 

 

Per le strade di Mrauk-U, uno degli epicentri, si combatteva a colpi di spade, lance, falci, forconi, mannaie, catapulte e bombe Molotov. Con l’intervento dei militari la zona è diventata inaccessibile per qualsiasi osservatore occidentale.

 

Capisco ora i tentativi di dissuasione. O gli avvisi del Ministero degli Esteri, per cui Mrauk-U è ancora oggi “zona a rischio sconsigliata caratterizzata da forti tensioni etniche e religiose, che esplodono spesso in scontri violenti”. Ma qui non c’è internet, leggerò queste avvisaglie al ritorno, quindi niente pericolo.

 

Pare si tratti in realtà di una vera e propria pulizia etnica segretamente manovrata dalle frange estreme dei militari al governo, che con le elezioni del 2015 rischiano di veder indebolito il loro potere. Non resta loro che creare focolai di tensione, per mostrarsi come i soli garanti di un ordine minacciato dalla verosimile vittoria del partito democratico di Aung San Suu Kyi. A livello internazionale, questi eventi sono spesso percepiti – per ragioni diplomatiche e di convenienza politica, visti gli accordi con giganti economici come la Cina e gli Stati Uniti – come problemi locali, intestini, in cui non conviene intervenire.

 

Ma non è tutto. Perché in questa zona spopola Ashin Wirathu, un bonzo che, malgrado i suoi modi affabili e il suo volto paffuto e simpatico, predica odio, con un nazionalismo e un razzismo che in occidente si ha difficoltà ad associare a una religione storicamente pacifica come il buddismo. Nelle sue prediche sbandiera il rischio che il Myanmar diventi una nazione musulmana come l’Indonesia e la Malesia, una volta buddiste (ne rende conto Evan Williams in Mantra of Rage). Insomma è qui, alla periferia dell’Impero, che si possono misurare tutte le difficoltà e le contraddizioni del lungo percorso verso la democrazia.

 

 

 

 

Periferia

Già, la periferia. Cosa vuol dire centro e periferia nello spazio simbolico e mentale di questo paese? Perché fu da Mrauk-U che si diffuse il buddismo in Birmania quando, secondo la leggenda, Buddha venne in pellegrinaggio a Dhanyawady nel 554 a.C. Fu persino realizzato un ritratto dal vero, la statua di Mahamuni portata a Mandalay nel 1784, oggi venerata in tutto il paese. E nel XVI secolo Mrauk-U era una potente dinastia regale, contemporanea dei Tudor inglesi, dei Moghul indiani, degli Ayuthaya siamesi, baricentro in cui s’incontravano tailandesi e vietnamiti, indiani, arabi e persiani, portoghesi e olandesi.

 

Anche il centro subisce un perturbamento, se pensiamo alla capitale, spesso situata al centro – nevralgico se non geografico – del Paese. Nel 2005 è stata spostata da Rangoon a Naypyidaw con l’emissione di una semplice ordinanza amministrativa. Il centro politico della Birmania è lontano, irraggiungibile, inabitato, artificialmente collocato in un’area senza storia; pronto insomma a essere trasferito altrove, a diventare pura astrazione, invisibile cabina di comando.

 

 

Di converso, Aung San Suu Kyi è rimasta prigioniera nel centro dell’antica capitale. Una presenza assente: lei percepiva il brulicare metropolitano attraverso il giardino, gli abitanti le note del pianoforte che Aung suonava nei pomeriggi più solitari, al di là del cordone militare di sicurezza e delle mura. Ma questo al di là coincide col cuore della città. A Rangoon il centro è uno spazio cavo.

 

Mawlamyine

Riparto da Mrauk-U in piena incoscienza, di mattina presto, circondato da cani e bambini, con un sacchetto pieno di dolci al cocco cucinati la sera assieme alla proprietaria della guest house, i vestiti ancora bagnati dalla sera precedente appesi allo zaino come un gonfalone.

 

La nostalgia salirà più tardi, sulla terrazza di un palazzo coloniale dipinto di blu che si affaccia sull’ampio bacino del fiume Salouen. Sono a Mawlamyine o Moulmein, nello stato Mon, estremità sud-est della Birmania, agli antipodi di Mrauk-U, l’ultima città prima che l’homo faber si risvegli e mi strappi al continente asiatico.

All’orizzonte, dietro architetture decrepite per l’umidità, i tramonti più placidi della Birmania. Sono finalmente nella città che cercavo – e che fece già sognare Kipling – così diversa da Yangon dove la notte non cala ma letteralmente cade. E il tonfo del sole non è udibile solo perché c’è troppo traffico. La sera passeggio con un lungo ombrello; mi ripara la testa dai temporali, mi protegge dai topi quando lo picchietto sui marciapiedi bui che costeggiano le fogne. In basso i topi, in alto la pioggia; in basso il carcere panottico visibile dalla terrazza del monastero, in alto le cime dorate degli stupa sulla collina. Giusto davanti a me i tramonti.

 

 

Gli ultimi giorni a Mawlamyine si riannodano con l’inizio, con quel momento in cui ero sul punto di rinunciare, con gli incontri fortuiti lungo il percorso, fatui o intensi che siano, e che si sfaldano così come si sono generati.

Sulla terrazza di questa pensione mezza vuota, coi merli sempre tra i piedi, inaffidabili messaggeri di pioggia, con l’isola del Lavaggio dei cavalli all’orizzonte, le colazioni prendono tutta la mattinata. Quando mi sto per alzare si affaccia puntuale il padrone che, con la pipa nel palmo della mano, prepara un dolciastro Nescafè al latte condensato. Lui offre il brodo caffeinato, io gli ultimi dolci al cocco, che inzuppo come fossero croissant. Assieme discutiamo di politica e di buddismo, di luoghi lontani e della Birmania: di come era, di come sarebbe potuta essere, di come sarà – mai di come è, come se il presente fosse, fra tutte le dimensioni, la più imponderabile. Assieme visitiamo l’isola di Bilu Gyun col barcone e la città-monastero di Pa-Auk in scooter.

 

Finché una mattina vuole che gli racconti di Mrauk-U. Mrauk-U? Finisce che gli faccio vedere le foto perché, mi rendo conto mentre raccolgo col cucchiaino i pezzetti di cocco sul fondo della tazzina, non saprei né quando né dove comincia la strada per Mrauk-U, né se sia effettivamente terminata. Mentre mi versa un’altra tazza di Nescafè mi esce fuori: “it is not impossible”. Annuisce.



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