Jerôme è Jerôme

«Perché, ad esempio, di Jerôme lei dice di adorare le mani, cioè l’idea di poterne essere presa con la forza, esattamente come era stato per le mani del meccanico che le aveva tolto la verginità» «Gilda, il meccanico è Jerôme» «Come come? A Seligman, il confidente che l’ha raccattata in strada dopo il pestaggio da cui tutto muove, lei a un certo punto dice: è il caso che ti introduca Jerôme, cui sarà dedicato un capitolo» «Ma Jerôme l’avevamo già visto: tant’è che al colloquio da segretaria lui allude a un proprio passato sfigato: non ti aspettavi che avrei fatto carriera, eh eh. Chi era, allora, secondo te, Jerôme?» «Mah, non saprei, uno degli uomini seriali cui si è accompagnata dopo aver perso la verginità?» .

 

No, sbagliato: la ricerca dell’attore su youtube svela l’identità dei due personaggi, coincidente in modo inequivocabile: Jerôme è Jerôme, cioè l’anonimo (non a lungo, ahimè) meccanico (peraltro incapace: è lei, Joe, la protagonista, a suggerirgli il modo in cui aggiustare il motorino, prima di andarsene via dall’officina, su per la scala, circonfusa di luce martirologica cioè ostentatamente claudicante dopo i 3+5=8 colpi avanti e indrè di Jerôme (perciò, Jerôme!). Ed è poi dunque Jerôme, sì, Jerôme, l’arrampicatore che farà innamorare di sé la protagonista ninfomane (no, non sex addicted: ninfomane proprio, ci terrà a precisare Joe tanto nella prima che nell’ultima seduta di autocoscienza collettiva), salvo toglierle il gusto di quell’indiscriminata sessualità (e però non del tutto indiscriminata, come sapremo alla fine della storia: a Seligman, fra tutti i mille uomini che si è scelta, per carità, no), smentendo in via definitiva l’assunto sentimentale della sua amica d’infanzia, secondo cui l’ingrediente fondamentale del sesso sarebbe stato (tenetevi forte) l’amore.

 

«È proprio quello», continua il mio interlocutore che ha capito tutto, pure se mentre guardava il film scrollava e switchava da un’app all’altra dello smartphone, «il motivo conduttore del film: l’amore per Jerôme». Non è possibile, come ho fatto a non avvedermene, pur rimanendo, come solitamente mi accade, prigioniera dello schermo fino a farmi io stessa Joe, l’ultima eroina sofferente di von Trier (che se non sono torturate, masochiste, vittime predestinate non le prende nemmeno in considerazione) e a patire per lei la sua ricerca sfrenata del piacere, inteso come puro godimento sessuale, nella totalità più che nelle singole componenti (ovvero gli alterni e intercambiabili maschi).

 

Com’è possibile che uno spettatore distratto e scarsamente empatico di quel film possa decriptarne la trama in modo molto più aderente e preciso di me? È possibile, a ben vedere: e anzi, è proprio la filologia, la lettura del testo secondo l’intentio auctoris, a discostarsi maggiormente dall’ermeneutica, cioè da quel dialogo dello spettatore-lettore con un testo che ne sveli le implicazioni ignote all’autore stesso… «sì, ma quello che invece l’autore dice chiaro e tondo, conviene pur considerarlo, no?»

 

Alla fine con il puntiglio che mi viene dalla mortificazione dell’ego secchione comincio un sondaggio tra le amiche che hanno visto Ninphomaniac. «Che bello!», dice M. «Finalmente un film che parla della libera sessualità di una donna senza pregiudizi!» Mentre mi domando quale film abbia visto, M., mi rispondo da sola che ho il modo per accertare che si tratti proprio di quello, dell’ultimo di von Trier: «Senti», le chiedo a bruciapelo, interrompendo il suo incongruo tributo femminista al regista della cattiveria e della misoginia conclamata, «ma Jerôme, eh, quand’è che entra in campo, Jerôme?» «Secondo capitolo» fa lei sicura, forte della visione datata il paio appena di settimane intercorse, «Jerôme è il suo primo datore di lavoro». Registro la defaillance con intimo godimento: siamo perlomeno in due a non averlo realizzato, pas grave per me, allora. E invece non mi basta.

 

All’indomani della visione del secondo volume, tartasso l’amica che mi accompagna (mica scema io, a tornarci con Mister Esegesi): «Senti, ma tu nel primo episodio, l’hai notato quando compare Jerôme?». «E certo», fa G. senza mostrare la minima esitazione: «al colloquio da segretaria». Il mio sentimento di gratitudine per lei e tutte le donne che di questo film non hanno visto Jerôme al suo primo apparire è intero e commosso: non lo vediamo, proprio non ci accorgiamo di lui e del suo volto, mi tranquillizzo tra me e me, perché Jerôme è una metonomia (o una sineddoche?) del membro, è la bestia a freddo, l’uomo che «con piacere» ti penetra su richiesta come fosse un due un due sulle panche della palestra, lo sforzo fisico camuffato dalla disinvoltura sborona, senza minimamente curarsi di te, prima e dopo.

 

Ecco perché non ce ne importa nulla di Jerôme e lo collochiamo nella serie degli uomini cui la nostra eroina finisce con l’accompagnarsi. In fondo è proprio uno dei tanti, un uomo qualunque. E no, non è così: Jerôme è il sadico vero (altro che signor K, con la sua delicatezza muliebre: avete notato con quanta cura taglia e ripone le mutandine che Joe ha dimenticato di togliersi prima di venir ben bene arrotolata, scotchata, saldata alla poltrona su cui, sempre su sua espressa richiesta – anzi insistenza – verrà coscienziosamente colpita?), l’uomo che concede alla sua donna «tigre» di saziare la sua fame con altri, anziché sforzarsi di capire le ragioni che fanno oscillare la sua compagna dalla frenesia insaziabile all’improvvisa insoddisfazione, anzi, anorgasmia.

 

 

Salvo portarle via il figlio, quando lei si dimostra di nuovo incapace di controllare il proprio istinto sessuale, al punto da metterne a rischio la vita (ma chissà come mai sappiamo che da quel balcone il bambino, pur figlio di due psicopatici, non precipiterà mai: fosse anche solo perché quella soluzione drammatica era stata già percorsa in Antichrist e la ripetizione nella medesima forma ne sarebbe risultata stucchevole o insensata). Ad ogni modo quella scena ci tocca più profondamente di altre perché la donna sceglie non da madre, ma da ostinata martire di sé e del proprio desiderio, di perseverare nel dolore (o piuttosto nell’apatia, da cui il dolore sembra farla uscire, classicamente), senza accogliere nessuna offerta di riscatto o di redenzione.

 

Questo è l’aspetto più interessante del film, che traslato dalla mera sessualità all’intera sfera dell’esperienza amorosa può dire qualcosa di vero su quelle nature (maschili o femminili che siano) disposte a rinunciare al conformismo della solidità familiare (centripeta) a tutela della propria autenticità (per taluni incoercibilmente centrifuga). La nemesi sarà data dalla ripetizione: Joe dovrà essere umiliata dalla sua figlioccia, sverginata sotto i suoi occhi nella stessa modalità dei 3 colpi+5= 8 dal suo amore Jerôme. Un amore che non è stato vissuto perché mai potrà darsi in letteratura un amore senza deviazioni, ostacoli, rivali, allontanamenti, abusi, torti.

 

Dalla tradizione alessandrina in poi, tale è, la sorte degli amanti. Ma nemmeno questo mi basta: Jerôme, continuo a chiedermi, perché non ti vediamo? Forse perché è lei, la giovane interprete melanconica e compulsiva, ad avvincerci dalla prima inquadratura in cui compare, illuminata da una luce che la diafanizza oltremisura (tanto che, alla sostituzione dell’attrice dopo gli implausibili “tre anni”, sia pure con la magistrale Charlotte, proviamo un moto di delusione e fastidio: poi ci si abitua).

 

Ed è anche questo un aspetto dell’eros che quel fanatico di regista ossessivo e misogino coglie alla perfezione: il corpo della donna è il vero sacrario amoroso e le grottesche appendici maschili attorno a cui ruota tutto il senso della virilità da quando sono nati i maschi, possono ben essere ridotte a vulgata burletta tanto nella sequenza fotografica del catalogo dei cazzi, quanto nell’esibizione cabarettistica dei due proverbiali negroni. E dunque, Jerôme, non ti vediamo perché sei il solito maschio e perché la donna, la bellissima donna, è al centro dell’eros molto di più del tuo darti da fare (8 colpi)?

 

Mi rispondo infine con un’altra domanda, in deroga al più elementare dei divieti retorici: a quando un film dove le lesbiche, le prostitute per noia, le ninfomani e tutti gli altri personaggi femminili un po’ (troppo) stereotipati e topici del cinema di questi anni non saranno interpretate da creature aliene dalla bellezza ipnotica, ma da attrici con le pustole, le smagliature, i baffi? Sarà la volta, magari, che ci accorgiamo di Jerôme.



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