Vecchi e giovani favolosi

«Ma è gobbo per tutto il film!»

«Eh!»

«Ma è ripugnante!»

(Leggo a voce alta dal manuale universitario): «Si ritrovò, nel fiore della giovinezza, con una statura bassissima (sotto il metro e mezzo) con una doppia gobba anteriore e posteriore, con molteplici infermità e sgradevolezze fisiche… Si studia ancora il manuale, sì?»

«No.»

«Ah, e che studiate. Cioè, i Canti li hai riconosciuti.»

«L’Infinito, la Ginestra. E c’era proprio la ginestra sullo schermo! Fin gialla!»

 

Per trovare conforto alla mia impressione tutto sommato (o meglio togliendo: l’inevitabile didascalismo, il fuorviante maledettismo, l’evitabilissima morbosità) non negativa sul film biografico del momento, chiamo il più grande studioso dell’autore in questione, filologo eminente e conversatore instancabile. «Professore, la disturbo?» «Gilda, hai seguito la vicenda dell’Infinito? Sai che era stato trovato un terzo autografo, dopo quello napoletano e quello di Visso, e che poi…» «Veramente la chiamavo per il film di Martone…». «Sì, ma è importante che tu sappia com’è andata. È una questione filologica non da poco.»

 

Mi spiega che un autografo uguale uguale a un altro, cioè con la stessa identica grafia, al di là della logica, anzi, forse proprio per quella, è un falso: nessuno di noi scrive in modo identico, di due nostre firme uguali una è sicuramente contraffatta. Benone. Risolta (almeno inter nos) la questione filologica non da poco, riesco a riportarlo al film favoloso. «È un fal.» Come, pure questo, mo, è un falso. Cioè, falso lo è per forza, è un film con un attore, mica vorremo pretendere che… «è una falsificazione terribile: non si rappresenta Leopardi a quella maniera, si fa torto alla sua opera. E non si mettono in bocca a un poeta le sue parole, che sono scritte.»

 

«Effettivamente Leopardi scriveva, nel film è sempre in giro…» «Esattamente: scriveva alla sua scrivania, non stava fuori, non componeva davanti alla siepe o al Vesuvio, ma nella sua camera. Le parole vengono concepite così. E quando scrive profondissima quiete non c’è nessuna esitazione, come invece nella recitazione del film, con la pausa a scandire le due parole, a dividerle. Leopardi sapeva benissimo cosa sarebbe venuto dopo profondissima, non c’è bisogno di fermarsi sospirosamente.» Non m’azzardo a dire che forse c’è enjambement: se così non fosse, la telefonata potrebbe chiudersi con un urlo e uno dei suoi proverbiali diobono. «Però che scene, professore, ha visto quella del Vesuvio… sembrava Malick».

 

Il giovane favoloso, Martone

 

«Certo, è suggestiva… ma quel Leopardi lì nel film, fino a quel momento, non c’è mai. Il Leopardi che di fronte alla natura auspica la social catena non s’era nemmeno intravisto, non lo ha preparato in nessun modo. C’è invece un uomo ripugnante [e due!], epilettico, iracondo, quando Leopardi era timido, discreto, parlava a voce bassa e anche quando entrò Manzoni, al Vieusseux, e tutti lo omaggiavano, se ne restò in disparte, pur apprezzandolo umanamente.» «Però è un film ardito: insomma, non c’è la “donzelletta” o il “passero”, c’è Aspasia, le Epistole, la Ginestra, le Operette…» «Certo che ha avuto coraggio: non si fa un film su Leopardi, porta male».

 

«Ma professore…» «Hai visto quell’altro film sul Leopardi, del poeta…?» «?» «Quello sì che mette in scena Leopardi che scrive i versi alla sua scrivania.» «(sai che palle)» «Come?» «No, dico… magari Martone se l’è giocata visivamente, ha ambientato il film nei luoghi veri, Casa Leopardi, Firenze, Napoli…» «Lasciamo stare i luoghi: ci sono mille inesattezze.» «E gli altri personaggi? Ha visto, parlano tutti con le frasi di Leopardi.» «Altra aberrazione: già è grave aver messo in bocca a lui le parole che Leopardi ha scritto, ad esempio al padre, figuriamoci farle dire ad altri…» «Il padre, eh, che bravo.» «Ma i fratelli? Paolina sembra la sorella prediletta, invece Giacomo ebbe un rapporto molto forte con Carlo. E Pierfrancesco? Dove sta?».

 

«Professore?» «Sì» «Ma lei Leopardi lo sa tutto a memoria? Cioè lo Zibaldone pure, tutto tutto?» «A volte mi sorprendo a leggere un pensiero e mi ritrovo a credere di non averlo, forse, mai letto prima, ma è solo che magari mi capita di rileggerlo in una mutata condizione d’animo…». «Sì, mi pare lo dica Leopardi stesso che su quello che leggiamo possiamo cambiare idea a seconda dell’ora della giornata…» «Ah, lo dice Leopardi. E dove?» «(aiuto, chi accidenti me l’ha fatto fare) ehm, nel Parini, no?… sì…, nell’operetta del Parini, mi pare…». Ma non ne sono più sicura affatto, di fronte al venerando favoloso qualunque certezza vacilla, torno la scolaretta che ha bisogno di verificare sul testo. Diobono, mi sono sempre ripromessa di tenere a portata di mano il tablet, quando lo chiamo. «Ora devo salutarti, che sta iniziando la partita. Stammi bene, eh, con il tuo aspetto sombre.» Aridaje. Meno male che era Leopardi a portare sfiga… «Bene, allora arrivederci professore, e tante…» tutu-tutu-tutù.

 

«Niente di che, quel film.»

«Ma come, avevi detto che…»

«E mo ho cambiato idea… senti questa… la quale incertezza è tale che l’uomo discorda grandemente da se medesimo nell’estimazione di opere di valore uguale, ed anche di un’opera stessa... in diversi casi…»

«Gi’, sta iniziando la Juve, non potresti andare a leggere di là?»



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