Disastri psichici e sottomissione

Nella biblioteca del mio studio incontro un libro che non cercavo e non ricordavo di avere: Spinoza Dictionary, pubblicato negli Stati Uniti dalla Philosophical Library, nel 1951, prefazione di Albert Einstein. Si tratta di un’antologia delle opere spinoziane tradotte in un inglese ottocentesco.

Alla voce Obbedienza trovo una citazione dal Capitolo XVII del Trattato Teologico-Politico: “Se coloro che sono i più temuti possedessero il maggiore dominio, il maggior potere lo deterrebbero i sudditi del tiranno, perché costoro son coloro che i tiranni temono maggiormente”.

Secondo Spinoza il tiranno intende esaurire la differenza tra il diritto naturale dei soggetti e la legge dello Stato, come in un’immagine di Adone Brandalise: “Colmare il vuoto con una gettata di cemento”. Tuttavia i tiranni temono massimamente i sudditi perché il ghetto di cemento provoca rivolte. Per questo il tiranno inganna i sudditi mostrando insegne mitiche, religiose, nazionalistiche che li tengono a freno. Così i sudditi combattono per la propria schiavitù, come se combattessero per la propria salvezza.

Le persone, per essere assoggettate, devono essere tristi. La tristezza abbassa le vibrazioni del corpo. Il corpo del tiranno s’insedia nel nostro, c’impedisce di agire verso il desiderio, limita il diritto naturale oltre il necessario, di modo che la libertà possa esprimersi solo nella forma della perversione e della violenza.

 

Negli studi clinici da tempo si osservano i risultati della situazione sociale. Sono cominciati con imprenditori fallimentari suicidari, studenti che non riescono a star dentro a piani di studio burocratizzati, dottori di ricerca disoccupati per avere pensato diversamente dal barone, laureati costretti a tirocini infiniti, dipendenti a tempo determinato che lavorano dieci-dodici ore per quattrocento euro, che vengono licenziati alla prima obiezione, medici e infermieri che devono rispettare norme giuridiche palesemente in contrasto con la deontologia.

Poi sono arrivati i mobbizzati, vittime di capi narcisisti, sadici, ben più patologici di loro, le donne che subiscono molestie sessuali sul lavoro dai medesimi capi, che nei tribunali italiani vanno spesso prescritti, assolti. In certi ospedali sembra addirittura che l’ufficio mobbing sia là per salvaguardare il buon nome della struttura, anziché dar voce alle persone perseguitate.

Infine si cominciano a vedere i primi disastri psichici della riforma delle pensioni. Si tratta di una schiera di persone, nate negli anni Cinquanta, che è caduta in una posizione depressiva radicale, che in alcuni casi pensa al suicidio, in altri sogna paranoicamente di costruire bombe intelligenti che lascino intatti i commessi dei due rami del parlamento. Spinoza aveva inquadrato bene la situazione: il paradosso del tiranno consiste nel cancellare la libertà personale, eliminare il diritto naturale.

 

Per esempio, Spinoza ritiene che i folli abbiano il diritto naturale di esserlo: “Non riconosciamo alcuna differenza tra umanità e altre entità naturali, né tra uomini dotati di ragione e coloro cui la ragione è sconosciuta; né tra i folli, i pazzi e gli uomini sani”. Tuttavia i folli fanno paura. Più in generale, il tiranno ha paura dei sudditi, teme che la limitazione della libertà di là dal giusto, dal razionale, possa produrre rivolte. La democrazia per Spinoza è la forma di governo in cui la limitazione della libertà può essere concepita ragionevolmente.

Per il tiranno, al contrario, si tratta di trovare il modo per esercitare il potere attraverso l’imbroglio e la paura, enfatizzando i simboli per cui valga la pena di morire, in modo che i sudditi combattano per la loro schiavitù, oppure facendo credere loro cose false – dal diritto divino a essere tiranni, fino al diritto televisivo a essere presidenti – infine rendendoli impotenti attraverso le passioni che abbassano le vibrazioni desideranti.

 

Che cosa si può aggiungere a queste idee pubblicate nel 1670? Possiamo registrare progressi? Caspita! La nomenclatura delle passioni è stata trasformata. Le tristezze, le nostalgie, le malinconie, l’Angst, gli abbattimenti d’animo, le mortificazioni, i blues, la mestizia, l’ozio, la pigrizia, i rimorsi, i rancori, le lunaticità, le idiosincrasie, le solitudini, gli sconforti, il desiderio d’esser lasciati nel proprio brodo, gli incubi, lo spleen, la saudade, la clorosi, le regole, la cachessia, la fatica, l’abulia, la debolezza della volontà, la stanchezza, l’esaustione, le astenie, gli esaurimenti nervosi, le ipotonie, le catatonie, gli stupori, il sonnambulismo. Una serie infinita di stati d’animo e condotte, differenti e sfumate, è chiamata con un solo termine, depressione, la conseguenza di un flusso chimico. Questa neolingua clinica, impoverita, tecnica, è un disastro culturale.

 

In poche parole, se sei licenziato e cadi in uno sconforto profondo la colpa è dei tuoi neurotrasmettitori, una volta ci si ribellava, ora si cade in depressione. La teoria dei flussi chimici ha una piega eversiva, diventa la prescrizione paradossale alla rivolta, perché se non si reagisce ai licenziamenti è dovuto a masse di popolazione depressa, senza speranze. I flussi chimici sono cambiati storicamente. O forse non è cambiato molto, si è semplicemente ribaltato il paradosso spinoziano, il tiranno oggi non teme più i suoi sudditi, perché questi non reagiscono più, si deprimono, è un problema chimico.

 

Come si spiega il paradosso ribaltato di quest’epoca? Che sia cambiato il metodo? Un tempo si usava Orwell, forse proprio fino al 1984, poi, da quell’anno, partendo da Milano, ha preso piede il metodo Bradbury, è sufficiente eliminare i libri, senza che nessuno si faccia male. Ci si fa male da soli. La felicità non è più la conseguenza di un incontro che accresce le nostre vibrazioni desideranti, bensì la conseguenza dell’incontro con una sostanza chimica.

Ragione e follia rimescolati insieme. Nei totalitarismi tutti al manicomio (dissidenti e folli), oggi (questa la novità) tutti per strada o come dice Vasco Rossi “davanti alle televisioni”. Ci siamo chiesti chi aveva rivelato a Truffaut nel 1966 che quarant’anni dopo avrebbero inventato gli schermi che lui ha usato per girare Fahrenhei 451? Chiaroveggenza?

 

Il totalitarismo oggi è sublime, alle rivolte si risponde con le depressioni, ai cannoni si sostituisce la chimica. Ma perché nessuno ci dà i dati di quanti morti e quante patologie psichiche hanno prodotto questi governi? Perché il nuovo censimento Istat non se n’è occupato?

Dopo Spinoza se n’era accorto Freud, che aveva condiviso le sue preoccupazioni con Einstein; bello avere ritrovato quest’ultimo a scrivere la prefazione del dizionario spinoziano. Memorabili sensibilità.



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Marco Inghilleri Gio, 22/12/2011 - 23:42

APPUNTI PER UN’INTERPRETAZIONE STORICA DELLA PSICOTERAPIA

L’utilizzazione del trattamento psicologico per curare i “problemi” umani è antico quanto la storia dell’umanità. Ogni epoca, ogni società, ogni cultura ha infatti prodotto i propri psicoterapeuti, sia attraverso pratiche iniziatiche rivolte all’interiorità, cioè con procedure di carattere esoterico, sia attraverso procedure formativo-dottrinali pubbliche o essoteriche.
La funzione psicoterapeutica ha avuto origine nei contesti prescritti e normativi propri dell’ambiente in cui tale funzione veniva esercitata e richiesta.
Lo sciamanesimo con il guaritore, la religione con il sacerdote e la filosofia con l’uomo saggio e sapiente, hanno fornito le cornici interpretative della possibile therapeìa, cura, della psykè, cioè anima. E tuttavia, oltre a definire una teoria della cura, esse hanno anche definito ciò di cui la prassi terapeutica doveva occuparsi.
Sebbene la storia della psicoterapia affondi le proprie radici in terre molto lontane, usualmente si certifica la nascita e l’origine della moderna psicoterapia nell’ultima parte del XIX secolo[1]. Ma ciò non è propriamente esatto… Con troppa disinvoltura, una disinvoltura che ha più dell’atto di fede religioso che della distrazione storica, si identifica in S. Freud il creatore della psicoterapia moderna[2].
A dire il vero, S. Freud fu solo il creatore della psicoterapia vittoriana europea. Cioè impostò l’indagine e la terapia della psykè di una particolare classe sociale, di una particolare cultura, in una particolare epoca storica, secondo criteri prescritti dai modelli culturali dominanti: la scienza di quell’epoca.
Senza andare troppo indietro nel tempo, già Pinel con due celeberrime teorie elaborate nel Trattato del 1800, sosteneva, contrapponendosi a una tradizione millenaria, che con poche e specifiche eccezioni, le malattie mentali erano determinate da una causa “morale” (oggi diremmo psicologica) che interessa la sfera emotiva: le passioni. E se la causa del disagio psichico è di ordine “morale”, anche la terapia dovrà essere del medesimo ordine.
Pinel costituì così i principi di quel trattamento morale, il quale costituisce una forma di terapia psicologica o psicoterapia, teorizzata e applicata molto prima del Freudismo[3], di eguale scientificità, tra le altre cose, per i criteri normativi della scientificità a cui Pinel si richiamava[4].
Alla maggior parte dei terapeuti un approccio storico alla nostra disciplina può sembrare inconsueto o inaccettabile. Non siamo abituati a pensare alla nostra professione in termini storici e politici. Io, al contrario, vorrei collocare l’intera avventura della psicoterapia in un contesto sociale e storico, per evitare di farne una celebrazione piuttosto che una storia critica.
La psicoterapia è fondamentale per la nostra cultura e per il funzionamento delle nostre istituzioni sociali a cavallo tra due secoli.
Il metodo più comunemente usato dagli storici della psicoterapia per celebrare la loro materia, invece di interpretarla criticamente, è quello di decontestualizzarla. In altri termini, non collocando le varie teorie e le pratiche della psicoterapia entro una cornice storica e culturale più ampia, alcuni storici trattano la psicoterapia come fosse una disciplina che trascende la storia e che tratta di disagi psicologici universali. Questi storici, lasciano intendere che, dal momento che la psicoterapia è una scienza, le sue scoperte sono dati di fatto e che, trattandosi di una “tecnologia” che si situa oltre la storia, le sue pratiche sono apolitiche.

1§. Quadro teorico di riferimento

Le idee sviluppate in questo lavoro derivano dai principi del costruzionismo sociale, elaborati da autori come Gergen, Harre, Morawski e Sampson.
L’intenzione che mi muove è quella di dimostrare come, delineando le mutevoli configurazioni del Sé nelle diverse epoche della società occidentale, sia possibile collocare storicamente la “moderna” psicoterapia, cioè quella disciplina orientata all’indagine e al trattamento delle problematiche che affliggono la modalità moderna di concepire l’anima.
Ogni società e ogni epoca possono essere studiate sulla base dei giudizi riguardanti: la configurazione predominante del Sé, i disagi caratteristici del Sé, le istituzioni e/o gli operatori addetti al trattamento di tali disagi, le tecnologie usate dalle istituzioni e/o dagli operatori per curare.
Pur ritenendo fondamentale e interessante un’analisi delle epoche premoderne della società occidentale e delle particolari configurazioni del Sé e delle relative “malattie” e “cure”, si terrà solo presente la configurazione del Sé che predomina nell’epoca attuale. Cioè di quel Sé che da diversi autori è descritto come un Sé individualizzato, ipertrofico e autoritario, non universale e che non prescinde dalla storia. E’ un Sé la cui configurazione è funzionale alle esigenze di una particolare epoca[5].

2§. Effetti della storia del Sé nell’era moderna

Il fiorire dell’individualismo, iniziato nel Rinascimento, fu sia un’espressione che una causa delle mutazioni delle strutture socioeconomiche.
L’inizio dell’individualismo moderno, infatti, minò le fondamenta del sistema feudale e portò alla crescita e al cambiamento del mercato finanziario grazie al contributo del capitalismo mercantile.
L’industrializzazione, l’urbanizzazione e la secolarizzazione portarono ad un rinnovato interesse per il mondo fisico, per gli studi umanistici, la scienza, il commercio e la razionalità: il Sé in trasformazione, sempre più individualizzato, presenta nuovi problemi per l’emergente stato moderno.
Foucault ci ha mostrato come lo Stato abbia risolto questi aspetti. Delineando i cambiamenti avvenuti nei metodi di punizione dei criminali nell’Ancien Règime fino all’illuminismo, egli mise in evidenza il cambiamento nella configurazione del Sé: da un Sé sotto il totale controllo della monarchia e di un ordine strutturante che discendeva dal trascendente, si passò a un Sé individuale, meno comunitario. Un microcosmo confuso nella propria unicità, un Sé che non poteva più basarsi sulla certezza della tradizione dei libri sacri.
Per Foucault, in questa nuova realtà lo stato fu costretto a mettere a punto nuovi sistemi di controllo adatti ad un individuo isolato ad un umano raffigurato come microcosmo e più indipendente dall’autorità divina. All’inizio si avvalse di un nuovo tipo di esperto: il filosofo moderno, divenuto poi lo scienziato sociale, che cominciò a sviluppare tecniche per osservare, quantificare e predire e controllare il comportamento dei nuovi individui.
Una caratteristica fondamentale di questo nuovo Sé è il suo senso di autocoscienza: il pensiero intellettuale da Montaigne, Descartes a Locke, contribuì a costruire un Sé che si auto-osserva continuamente, tanto da porre domande sulla sua stessa natura, meditando sulla propria essenza e sulla propria identità. Questo tipo di pensiero delineava un mondo in cui il soggetto era scisso dall’oggetto, l’anima dal corpo e la ragione dal sentimento.
Il concetto del privato, del soggettivo, in quanto sede del pensiero indipendente e della resistenza all’autorità, aveva contribuito al capovolgimento del sistema feudale. Ma poi lo stato moderno si era trovato di fronte al dilemma di trovare un modo per controllare il nuovo popolo. La sfera del privato era potenzialmente troppo sovversiva perché, per definizione, non era disponibile al controllo pubblico o alla manipolazione.
La nuova filosofia e le scienze sociali stavano cercando la giustificazione e i mezzi per penetrare all’interno del Sé e, contemporaneamente, stavano gettando le basi per la nascita di un Sé che non solo si attendesse di essere penetrato ma che addirittura, nell’epoca post-moderna, lo desiderasse con forza.
Nel corso del tempo il Sé venne modellato perché accettasse, come un dato di fatto, che la sua sfera privata fosse penetrata, osservata e tenuta sotto controllo.
L’idea non è che pochi individui potenti cospirassero per manipolare il popolo, si badi bene! Al contrario, quello che qui si sostiene, è che la cultura e le pratiche della vita quotidiana, dell’arte, del pensiero intellettuale si influenzino reciprocamente in modo complesso. Le epoche non sono state manipolate! Esse sono state semplicemente descritte. E descrivendole sono state interpretate dai diversi sistemi di pensiero e interpretando, i diversi sistemi di pensiero, le hanno anche riprodotte e influenzate: questo, naturalmente vale per qualsiasi prodotto sociale!

3§. Il Sè vittoriano

Sotto una certa prospettiva, il periodo vittoriano ha rappresentato l’apice dell’ideale moderno. Il Sé borghese era un Sé secolare, razionale, soggettivo, diviso, sessualmente in conflitto, lineare, che considerava il mondo come oggettivabile e quantificabile[6].
Il potere della religione divenne sempre più limitato e il duro lavoro assunse un ruolo quasi trascendente.
La mutazione del luogo di lavoro, dalla fattoria rurale o dalla corporazione medievale alla fabbrica urbanizzata e industrializzata e all’ufficio, produsse sia nei lavoratori che nei dirigenti un senso di crescente alienazione. In particolar modo nelle classi medie, questo ebbe delle ripercussioni sulla vita familiare. Le donne furono sempre più costrette, desessualizzate ed escluse dai ruoli di potere, così l’abisso tra i due sessi si approfondì ulteriormente.
Prima del diciannovesimo secolo, il mondo esterno rappresentava l’elemento “sconosciuto”. Con l’aumento della fede nella razionalità, nella scienza e nella possibilità di previsione, l’ignoto fu eliminato dal mondo fisico esterno e collocato altrove. Freud lo “scoprì” celato all’interno del Sé, in un luogo segreto: l’inconscio.
Le quattro malattie psicologiche predominanti del Sé vittoriano erano l’isteria, la nevrastenia, la perversione sessuale e il comportamento criminale violento[7]. I medici svilupparono teorie contrastanti sull’eziologia e sul trattamento di queste malattie. Freud, comunque, ebbe la meglio.
La causa delle malattie vittoriane veniva individuata nell’emergere di impulsi primitivi, intrapsichici sessuali ed aggressivi, denominati pulsioni, che l’individuo non riusciva a tenere efficacemente sotto controllo. Ciò era particolarmente vero per l’isteria. Basandosi sulla fisica del Diciannovesimo secolo, Freud concepiva la mente come una specie i sistema idraulico, una macchina alimentata da un’energia (libido) che doveva essere liberata in un modo o nell’altro. Se veniva repressa, l’energia assumeva altre forme. Poteva essere proiettata, rimossa o sublimata, ma prima o poi doveva essere espressa.
Poiché molti di questi impulsi aggressivi o sessuali erano potenzialmente pericolosi per gli altri e per l’ordine sociale, lo scopo era quello di controllare efficacemente la macchina in modo che la libido trovasse sfogo in un’attività socialmente appropriata e produttiva.
C’erano due principali istituzioni responsabili della cura delle malattie vittoriane: la medicina e lo stato.

4§. Inizio e sviluppo della psicoterapia nella forma attuale

Le principali caratteristiche del panorama culturale vittoriano erano il vuoto spirituale, la confusione morale e un forte bisogno di religiosità e di intense esperienze. Sotto varie denominazioni come mesmerismo, filosofia della cura della mente, pensiero positivo, emerse una psicologia popolare, religiosa, ma posta al di fuori della chiesa ufficiale che si diffuse in maniera particolare nella seconda metà del XIX secolo.
Queste ideologie potrebbero essere interpretate, in parte, come risposta all’esigenza della classe media di rompere le strutture rigide del mondo borghese, del secolarismo, della quantificazione e del pensiero lineare.
Il mesmerismo, e in special modo i suoi eredi, furono i precursori di molte forme di psicoterapia del XX secolo, nonché di certi gruppi contemporanei ristretti, come le sette religiose, le maratone psicologiche di massa e i programmi esperenziali della New Age. Esso fu solo il primo di una lunga serie di tentativi di curare contemporaneamente i problemi psicologici, la sete spirituale e il disorientamento dell’Occidente.
Gli storici hanno individuato nel mesmerismo e nei suoi sviluppi molte premesse alla psicoterapia attuale: alcuni concetti promossi da questo movimento sono diventati parte integrante delle teorie psicologiche del XX secolo. Ad esempio esso ha favorito l’interiorità apolitica. Questa dottrina affermava che gli individui soffrivano di malattie interiori, spirituali o emotive, causate da inadeguatezze personali e da deprivazioni spirituali, non dalle condizioni politiche in cui vivevano. Si basava su un cognitivismo ante litteram: si riteneva che il disagio psicologico fosse scatenato da pensieri inadeguati e che la salute dipendeva direttamente dalla capacità di pensare i pensieri giusti. Le tecniche di guarigione ponevano l’accento sulla trasformazione “mistica” dell’identità: da un Sé quotidiano “falso”, a un Sé più autentico o riconfigurato attraverso una nuova narrazione personale. Si riteneva che l’identità fosse una funzione psicologica piuttosto che un fattore condizionato dalle norme comuni e dai ruoli. Si sosteneva che ci fosse una relazione diretta tra la cura psicologica e l’acquisizione del benessere economico: la ricchezza personale dipendeva solamente dallo sviluppo psicologico dell’individuo, non dalla sua condizione socio-economica o dalla diversa suddivisione del potere nelle classi sociali.
L’enfasi posta dalla cultura Occidentale sulla produttività economica è presente anche nell’approccio medico alla psicoterapia e il lavoro assunse un ruolo sempre più importante per la… redenzione dell’individuo. La malattia peggiore era la mancanza di produttività, che veniva trattata dalla psichiatria col fine di far tornare la casalinga ad occuparsi della sua casa borghese e che l’uomo borghese si volgesse di nuovo con entusiasmo al mondo del commercio e del lavoro intellettuale[8].
…Ribadisco, non si intende sostenere che lo stato in Occidente spingesse i medici a falsificare le loro diagnosi e a modificare l’obiettivo dei trattamenti. Quello che preme evidenziare è, al contrario, il fatto che la teoria e la pratica della psicoterapia sono prodotti sociali e, in quanto tali, riflettono la configurazione del Sé e le malattie del tempo.
I prodotti di una certa società, come le istituzioni politiche, le teorie della psicoterapia e le comuni malattie psichiatriche hanno tutti un denominatore comune. Non si tratta di una cospirazione diretta, consapevole, ma di forze interagenti che si influenzano a vicenda.
Tenendo presente tutto questo, vediamo così due configurazioni del Sé compresenti in epoca vittoriana. Una configurazione vede il Sé come serbatoio di istinti umani pericolosi, universali e combacia con il tentativo dello stato di giustificare il suo ruolo di supervisore ufficiale dei Sé individuali. Per contro, abbiamo una seconda configurazione di un Sé energico, ambizioso, alla ricerca di un miglioramento spirituale e pratico, che si adatta bene con la visione dello stato come garante di Sé individuali indipendenti ed economicamente produttivi.
William James, lo psicologo forse più famoso e considerato d’america, accolse Freud esclamando: “La sua è la psicologia del futuro”. Tant’è che in brevissimo tempo la psicoanalisi eclissò tutte le altre forme di psicoterapia.
La psichiatria occidentale nella prima decade del XX secolo era fondata sul modello fisiologico della malattia e della cura, mentre la psicoanalisi presentava un approccio contemporaneamente psicologico e scientifico. La psicoanalisi sembrava più adeguata e sofisticata della cura della mente, più scientifica del pensiero positivo: essa appariva psicologica e altresì medica. Ma, cosa più importante, in un epoca ancora profondamente coloniale, la psicoanalisi fornì un nuovo territorio vergine: una frontiera interiore.
Il concetto di inconscio aprì indirettamente nuove possibilità economiche e produttive e fornì anche le basi per l’indagine psicologica, assegnando per definizione il controllo del nuovo territorio a psicologi e a psicoanalisti professionisti, ampliando anche il significato e la portata del concetto di psicoterapia.
Le trasformazioni che la vita moderna esigeva dai cittadini (come il continuo sviluppo della propria personalità, i successi economici, la mobilità geografica, l’uso creativo del tempo libero, l’indipendenza dagli altri e l’adattabilità a nuovi ambienti e a nuovi ruoli), assunsero con la scoperta dell’inconscio un forma più medicalizzata e affascinante. Il cambiamento terapeutico apparve contemporaneamente più comprensibile e divenne il campo d’azione di un gruppo di esperti che usavano una tecnologia nuova, complessa e forse anche scientifica.
La psicoanalisi offrì indirettamente enormi opportunità in altri campi, come la pubblicità, lo spettacolo, la politica. Il concetto di inconscio aveva in sé delle risorse potenziali che potevano essere sfruttate per ottenere vantaggi economici e così la psicoanalisi fornì una tessera fondamentale del puzzle del Capitalismo. Tuttavia, fu con Freud che il concetto di terapia assunse un significato interiore più profondo e il miglioramento terapeutico divenne un fenomeno psicologico infinitamente più complesso, molto meno naturale e automatico di quanto i difensori della cura della mente avrebbero mai potuto immaginare[9].
Un’altra importante tendenza nell’ambito delle teorie psicologiche, che fece la sua comparsa negli anni precedenti la Prima Guerra Mondiale, fu il tentativo riuscito da parte degli psicologi sperimentali di definire la psicologia “una branca sperimentale puramente oggettiva della scienza naturale. Il suo scopo teoretico è la predizione e il controllo del comportamento”[10].
Con questo approccio, la psicologia venne definitivamente utilizzata dal mondo degli affari per assicurarsi che il consumo andasse di pari passo con la produzione e la psicologia divenne il consigliere scientifico di due forme di “terapia” caratteristiche della classe media del XX secolo: la pubblicità e l’organizzazione del personale[11]. Moderando le teorie più radicali, il comportamentismo riuscì a mettere a punto delle applicazioni più utili per la vita di ogni giorno, in ufficio e in fabbrica.
La linea di teorizzazione comportamentista contribuì allo sviluppo della psicologia cognitiva, una forza crescente nella pratica della psicoterapia. E’ importante sottolineare, come perfino la meno “interiore” fra tutte le psicoterapie, il comportamentismo, abbia dovuto in qualche modo soccombere alla tendenza culturale di situare i principali eventi psicologici all’interno dell’individuo.
Tirando un poco le somme, quindi, potremmo dire che agli inizi del XX secolo il Sé era considerato un contenitore di vari ingredienti della personalità che potevano essere esibiti socialmente, per permettere all’individuo di ottenere notorietà, popolarità e successo nel mondo emergente del consumismo e dei mass- media. Nel contenitore c’era anche un inconscio nascosto, concettualizzato come qualcosa di sporco, che necessitava di una periodica pulizia. Gli psicoterapeuti, gli psicologi industriali e i pubblicitari erano, all’epoca, i ministri dell’insegnamento e della trasformazione terapeutica. Questi guaritori adottavano varie tecniche: i pubblicitari usavano tecniche che mettevano in relazione i prodotti con modi di essere immaginari, gli psicologi industriali impiegavano i primi strumenti di valutazione e l’esortazione personale, mentre gli psicoterapeuti utilizzavano la conversazione.
Gli anni venti videro una crescente elaborazione delle più importanti teorie della psicoterapia, in particolare della psicoanalisi e del comportamentismo.
Negli anni venti gli psicologi stavano cercando il modo di integrare le influenze dell’ambiente sociale con quello che veniva considerato il patrimonio ereditario dell’individuo, le sue capacità e i suoi meccanismi intrapsichici. Gli psicologi stavano anche tentando di delineare e giustificare la propria posizione nell’ambito universitario e della pratica medica.
I primi psicologi clinici ritenevano che il trattamento dovesse essere di natura educativa e misero a punto le prime tecniche di modifica del comportamento. L’attenzione verso la delinquenza minorile spinse le cliniche per l’assistenza infantile, che generalmente si avvalevano, almeno negli stati uniti, di assistenti sociali, a interessarsi dei modelli di interazione familiare. Le crescenti esigenze burocratiche dello Stato e il bisogno dell’industria e della pubblicità di sviluppare tecniche di influenzamento e tecniche di gestione del personale più efficaci, resero necessarie tipologie più elaborate e test psicologici più accurati, comprese le tecniche per le ricerche di mercato.
Nell’analizzare la posizione della psicoterapia nella realtà del XX secolo, dobbiamo tener presente essenzialmente di due elementi. Il primo si riferisce al fatto che la storia della psicoterapia nel pensiero Occidentale si sviluppa essenzialmente nel nuovo continente. La psicoterapia in Europa trova un difficile terreno dove crescere, sia per l’anti-psicologismo delle dottrine filosofiche idealiste, sia per vicissitudini politiche e storiche che costrinsero gli studiosi europei a emigrare negli stati uniti, trovando una diversa e più accogliente disponibilità.Questo diede vita ad un singolare fenomeno di reimportazione culturale, secondo cui approcci teorici originariamente europei, ritornarono in Europa modificati dall’ambiente socio-culturale incontrato nel nuovo continente. Secondariamente, altro fatto importante, è il principale problema del capitalismo di questo periodo: il ristagno economico.
Il capitalismo trovò la risposta a tale problema enfatizzando il consumo di beni e aumentando il controllo tecnico sul lavoro. Questa prospettiva fu realizzata avvalendosi di tecniche psicologiche per penetrare e controllare la vita quotidiana, inclusa la soggettività[12].
L’enfasi americana posta sull’analizzabilità dell’inconscio e la possibilità di sublimare l’Es pervase la psicoanalisi del caratteristico ottimismo americano e della preoccupazione dell’aspetto economico. L’inconscio fu concepito come un terreno in parte nascosto, che poteva essere conosciuto, capito e in tal modo reso finalmente disponibile per propositi “civili”.
Molte teorie della psicoterapia assunsero come imperativo la “salute psicologica”. Per permettere agli individui di essere psicologicamente sani, la psicoterapia doveva aver accesso alla sfera interiore e privata della persona. Così, il Sé del XX secolo fu costruito in modo che desiderasse essere psicologicamente penetrato.
La perdita del senso della comunità e della tradizione erano i fattori fondamentali per la costruzione di un Sé disponibile e perfino desideroso di una purificazione interiore e di una guida. Fu nel varco lasciato aperto da questa carenza e che assunse sempre più la connotazione di un vuoto spirituale, che si inserirono la pubblicità e la psicoterapia, ricevendo una positiva accoglienza da parte delle classi medie.
Si osservi che i sentimenti e i pensieri dell’individuo, essendo localizzati dalla psicoterapia all’interno del potente Sé individuale, erano considerati dagli psicoterapeuti come prodotti dei processi intrapsichici e non come effetti della cultura, della storia o delle interazioni interpersonali. Negando l’influenza fondamentale della storia e della cultura, la psicoterapia in Occidente mistificò, inizialmente, l’influenza sociale e il controllo esercitato dallo Stato e da qualsiasi tipo di istituzione sociale. Questo, provocò i sintomi caratteristici del moderno mondo occidentale, come l’alienazione, il desiderio di beni di consumo e la competizione portata all’estremo, considerata come naturale e inevitabile e perciò al di fuori della sfera di influenza della politica e della storia.
Durante i 500 anni di evoluzione storica del moderno Sé, la sede dell’iniziativa, del controllo e della trascendenza si è spostato progressivamente dall’esterno del Sé al suo interno. Fu un tale fenomeno a contribuire alla neutralizzazione e alla finale disfatta delle autorità esterne come lo stato feudale, la monarchia e la Chiesa. Nel XX secolo in particolare, con l’affievolirsi delle ultime tracce di moralità religiosa, il Sé finì per essere considerato l’unica sede legittima delle opinioni e dei desideri. Da allora il capitalismo aziendale e lo Stato cominciarono ad architettare strategie per rendere la propria influenza invisibile, facendo in modo da suscitare sentimenti ed opinioni che, apparentemente, sembravano aver origine all’interno dell’individuo.
Il controllo invisibile fu amplificato dall’ideologia dell’igiene mentale. La scienza psicologica veniva presentata come una verità oggettiva, piuttosto che come un’altra autorità esterna o una superstizione. Venne così abbracciata dallo Stato come il sommo criterio per stabilire ciò che era socialmente desiderabile o deviante. La sede della malattia fu posta all’interno della persona e la sua origine venne individuata nelle disfunzioni o nei conflitti intrapsichici, senza alcun riferimento alla realtà sociale. Il “modello medico” esiste per impadronirsi dei problemi sociali e medicalizzarli e con una simile concezione i comportamenti devianti persero la propria dimensione politica e il controllo psicologico della popolazione venne involontariamente occultato da una psicologia ignara[13].

5§. Il Sé del dopoguerra

Il Sé del dopoguerra non possiede un’interiorità colma di spinte, desideri, sentimenti, conflitti, istinti, impulsi, fantasie, carattere, morale, valori e opinioni. Nella nostra società molti elementi confermano che la nostra configurazione del Sé, nella classe media, è quella di un Sé vuoto. Innanzitutto, questa è la principale lamentela delle persone che ci consultano: il vuoto.
Parecchi importanti “sintomi”, oggi, delineano un Sé vuoto che desidera ardentemente di essere riempito: l’eccesso di alimentazione, le varie forme di dipendenza, la solitudine interpersonale, l’acquisto sfrenato e compulsivo, il carrierismo e il lavoro divinizzati ad uniche dimensione dell’esistenza.
La pubblicità vende beni di consumo principalmente lasciando ad intendere che, grazie all’acquisto e al consumo del prodotto, l’identità del consumatore si trasformerà magicamente, facendo proprio lo stile di vita del modello o del personaggio famoso utilizzato nella pubblicità. I beni di consumo, quindi, sono divenuti l’oggetto trasformazionale del nostro tempo e il consumo il fondamentale processo trasformativi. Applicando un approccio interpretativo alla cultura popolare, credo che vi siano molti elementi che confermano la descrizione del Sé attuale come un Sé vuoto, disperatamente affamato di cibo, di beni di consumo, di droghe, di celebrità e di leader carismatici.
La teoria della dipendenza, una delle teorie della psicoterapia che si è sviluppata più velocemente, porta questa dinamica del Sé vuoto al suo massimo estremo. Le droghe (l’oggetto del consumo) sono concettualizzate come la forza più potente nella vita di un tossicomane (il consumatore). Quando i consumatori dipendono dall’oggetto di consumo, questo ha, su di loro, il completo controllo. E’ irresistibile. L’oggetto di consumo, utilizzato per riempire il consumatore, assume una vita autonoma. Nella teoria della dipendenza, il bene di consumo è divenuto l’ultimo espediente trasformativo: può completamente rinnovare l’identità, rimodellare i consumatori in “amici di droga”. Secondo la maggior parte delle teorie sulla dipendenza, l’unica speranza che ha chi dipende da una droga, è di astenersi completamente dal fare uso del suo pericoloso, onnipotente oggetto di consumo.
Il filo conduttore di molti spot è rappresentativo di molte campagne pubblicitarie in cui, mediante l’acquisto o il consumo di un bene, si ottiene di trasformare l’identità o la natura propria dell’individuo. Il bene di consumo è concepito come un importante oggetto trasformativo.
In un altro tipo di pubblicità, gli articoli sono raffigurati come se avessero tratti e personalità umani. La pubblicità di questo tipo opera una scarsa distinzione tra esseri umani e beni di consumo: sembra che non esista più una differenza qualitativa. Pertanto, se i beni di consumo, le merci, sono come gli esseri umani, allora consumare è come avere delle relazioni: è soddisfacente, calmante, energizzante, allontana la solitudine, rende la vita ricca e gratificante. In effetti il consumo è spesso raffigurato così nelle pubblicità contemporanee. Gli ex-tossicodipendenti, spesso descrivono il loro rapporto con la droga in modo simile…
In un articolo del 1990 Cushman[14] ipotizza due cause principali che giustificano il vuoto dell’attuale configurazione del Sé. Per prima cosa, la percezione interiore della mancanza di esperienze comunitarie stabili, di tradizioni significative e di certezze filosofiche o religiose. Secondo, il fatto che per evitare il ristagno o la depressione economica, il capitalismo contemporaneo ha dovuto escogitare un modo per assicurare l’acquisto continuo di prodotti superflui e soggetti a cadere velocemente in disuso. A questo risultato si è giunti tramite lo sviluppo del credito facile e generando una fame emotiva all’interno di un Sé perennemente insoddisfatto[15].

6§. Le nuove psicoterapie: la risposta al Sé vuoto

Negli ultimi anni del XX secolo tre scuole di psicoterapia hanno cercato di rispondere ai bisogni del Sé vuoto: la psicologia umanistica, la psicologia cognitiva e la terapia familiare. Tutte e tre hanno sviluppato delle teorie che ampliano il campo della psicologia, dando vita a pratiche terapeutiche alternative. Tuttavia, non collocando storicamente il Sé, la maggior parte di queste scuole non è riuscita a offrire una cura che non produca anche la malattia.
La psicologia umanistica iniziò come una ribellione contro quella che veniva considerata l’istituzione psicoanalitica elitaria, gerarchica, formalizzata, impersonale, meccanicistica e contro un comportamentismo eccessivamente scientifico, freddo e lontano. Affondando le sue radici nell’esistenzialismo, nell’umanesimo e nei movimenti di liberazione degli anni ’60, la psicologia umanistica sviluppò un programma filosofico basato su quattro punti: centrava l’attenzione sulla persona e sulla sua esperienza, enfatizzava la scelta, la valutazione, l’autorealizzazione e lo sviluppo del potenziale dell’individuo e della sua unicità. Al tempo stesso, tuttavia, non fu in grado di cogliere i problemi inerenti a categorie così poco definite come “l’esperienza” e fu priva di una prospettiva storica sull’etnocentrismo e il classismo, fattori impliciti di un individualismo ipertrofizzato. Abbracciò, senza discussione, la configurazione del Sé del dopoguerra: completamente soggettivo, isolato e antitradizionale.
Poiché la psicologia cognitiva si è sviluppata in parte dal comportamentismo, a prima vista sembra offrire un tipo di psicoterapia che non si preoccupa della costruzione del Sé interiore. Ma, a ben guardare, si nota che i modelli di elaborazione dell’informazione della psicologia cognitiva, si basano anche sull’interiorizzazione. La psicologia cognitiva, deriva dalla tradizione più normativa di Hull e Tolman, i quali furono i primi a situare i meccanismi mediatori all’interno dell’individuo, ponendoli al centro della classica diade stimolo-risposta.
Il cognitivismo si è presentato come il massimo della precisione, alimentando la speranza di una pura psicologia scientifica. Purtroppo, l’aspirazione del cognitivismo di essere una scienza scevra di valori è fallita: gli sono stati imputati gli stessi limiti individualistici e soggettivi in cui sono cadute le altre scuole di psicoterapia. Il comportamento, nella psicologia cognitiva, è una funzione del mondo soggettivo trasformato e rappresentato internamente. Il meccanismo di mediazione della psicologia, la rappresentazione simbolica, viene collocato entro l’individuo. Riproduce così, un’ennesima volta, un Sé interiore, animato non da oggetti parziali, come nella teoria delle relazioni oggettuali, ma da rappresentazioni simboliche di eventi esterni.
Nella terapia, gli individui vengono stimolati a cambiare la loro esperienza soggettiva della realtà, piuttosto che a lavorare per mutare la loro realtà oggettiva. Le strategie della terapia cognitiva privilegiano l’esperienza interna, soggettiva del cliente e attribuiscono la responsabilità del comportamento alla visione del mondo del cliente. L’effetto generale è che l’attuale concetto del Sé e le disposizioni politiche del potere e del privilegio vengono accettati come dati di fatto e non vengono messi in discussione dalle terapie cognitive.
La terapia familiare affonda le sue radici nella sociologia, nella teoria interpersonale e nel movimento per la terapia infantile e rappresenta il tentativo di ampliare il concetto di processo interattivo. Il salto, che viene messo in atto in alcune forme di terapia familiare, è dal Sé individuale, profondo, isolato, a un più ampio Sé di gruppo. Tuttavia alcune terapie familiari, come la terapia dei sistemi, trattano i gruppi, come la famiglia o le imprese, come se fossero avulsi dal più ampio contesto sociale.
In tempi molto recenti, alla terapia familiare è stata applicata una prospettiva costruttivista. Di solito l’enfasi viene posta principalmente sulla costruzione dialogica del significato che avviene all’interno del setting terapeutico, ponendo scarsa attenzione ai fattori storici.
Sebbene questi terapeuti si pongano in una relazione non gerarchica, assumendo il ruolo di co-autori, non prendono pienamente in considerazione l’impatto sulla famiglia delle più ampie forze storiche e sociali, né le funzioni politiche della psicoterapia all’interno della società[16].

Conclusioni

Ci sono tre aspetti della storia della psicoterapia che emergono immediatamente. Innanzitutto, gli effetti politici e sociali delle due guerre mondiali e la forma particolare del capitalismo sono stati uno stimolo fortissimo per la crescita della psicoterapia e la sua accettazione da parte della gente. Poi, il programma modernista per la costruzione e la cura dell’interiorità personale di ciascun individuo è stato abbracciato dalla psicoterapia come compito primario ed è, perciò, la sua ragione d’essere. Gli psicoterapeuti sono divenuti essenzialmente i dottori dell’interiorità psicologica. Infine, la giustificazione per accedere all’interiorità profonda e modernista e i mezzi tecnologici per riuscirci, sono stati sviluppati in gran parte dalla teoria e dalla pratica della psicoterapia.
Il compito di gestire la popolazione nei tempi di crisi della società o per ristrutturare l’economia è spesso toccato alle scienze sociali. Il tentativo dello Stato di controllare una popolazione di individui autonomi, ha dato alla psicologia una ragione fondamentale per esistere come disciplina indipendente: l’interiorità personale ha bisogno di essere protetta, compresa, sostenuta, curata e fatta prosperare. A sua volta il pensiero psicoterapeutico ha fornito una descrizione e una spiegazione sempre più articolata dell’interiorità e una gamma sempre più ampia di pratiche in grado di accedervi, per poter svolgere una cosiddetta azione terapeutica e, incidentalmente, per influenzare.
Sotto questa prospettiva, la psicoterapia può essere interpretata come un’insieme di pratiche che hanno indirettamente creato, adattato e modificato le teorie psicologiche del Sé, per costruire e rifinire il concetto di interiore e sviluppare i mezzi per potervi accedere. E’ un compito enorme e indispensabile per il capitalismo contemporaneo e per l’era post-moderna. Infatti, il Sé vuoto che di è delineato a partire dal secondo dopoguerra, è solo l’ultimo esempio di una lunga fila di interpretazioni che delineano il moderno progetto di un Sé potente e circoscritto dotato di una realtà interiore complessa e sfruttabile dal punto i vista finanziario. In quanto dottori della sfera interiore, agli psicoterapeuti è stato assegnato il compito di prendersi cura e, inevitabilmente, di rigenerare costantemente l’attuale configurazione del Sé.
Se potessimo capovolgere la tendenza degli ultimi 150 anni, se potessimo cioè collocare storicamente la psicoterapia e smettere di costruire e proteggere l’interiorità personale, potremmo forse contribuire alla creazione di una critica culturale più completa e produttiva. In tal modo, potremmo riuscire a colludere di meno con il capitalismo contemporaneo e a trovare strade realmente efficaci per trattare le origini principali del disagio psicologico: le strutture politiche ed economiche della nostra realtà sociale. Alla lunga, questo, potrebbe apportare un maggior tasso di guarigioni.

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[1] Cfr. D.K. Freedheim, Storia della psicoterapia: un secolo di cambiamenti, trad.it., Edizioni Scientifiche Ma.Gi. srl, Bergamo, 1998, pp. 1122, p. XXXVII.
[2] Cfr. ibid, pp.72-113.
[3] Cfr. A. Civita, D. Cosenza, La cura della malattia mentale: storia ed epistemologia, Mondatori, Milano, 1999, pp. 323, pp. 103-14. Il trattamento morale di Pinel, partendo dal presupposto che i disordini della mente traggono origine dalla mente stessa, arrivava ad una prescrizione del sintomo ante-litteram. Se la sofferenza psichica è determinata da una passione sfrenata, allora potrà essere sconfitta se si riuscirà a suscitare una passione capace di opporsi e di spegnere la passione morbosa.
[4] Cfr.K.R. Popper, Postscritto alla Logica della scoperta scientifica, Saggiatore, Milano, 1984, Vol. I. Per un approfondimento sulla scientificità della psicoanalisi è interessante rileggere le critiche che Popper fece ad essa. Per l’epistemologia popperiana la psicoanalisi sarebbe non più scientifica del trattamento morale.
[5] Cfr. . D.K. Freedheim, Storia della psicoterapia: un secolo di cambiamenti op.cit., pp. 25-26.
[6] Cfr. ibid., pp. 29-32.
[7] Cfr. ibid., pp. 30-31.
[8] Cfr. ibid., pp. 32-37.
[9] Cfr. ibid., pp. 39-44.
[10] Watson J., “Psychology as behaviorist views”, in Psychological Review, 20, pp. 158-179, 1913.
[11] Cfr . D.K. Freedheim.Storia della psicoterapia: un secolo di cambiamenti op.cit., p. 45.
[12] Cfr. ibid., pp. 45-47..
[13] Cfr. ibid., pp. 47-55.
[14] Cfr. Cushman P, “Why the Self is Empty: Toward a Historically Situated Psychology”, in American Psychologist, 45, pp. 599-611, 1990.
[15] Cfr . D.K. Freedheim.Storia della psicoterapia: un secolo di cambiament,iop.cit., pp 55-60.
[16] Cfr. ibid., pp. 60-63.

Marco Inghilleri Gio, 22/12/2011 - 23:43

Se potessimo capovolgere la tendenza degli ultimi 150 anni, se potessimo cioè collocare storicamente la psicoterapia e smettere di costruire e proteggere l’interiorità personale, potremmo forse contribuire alla creazione di una critica culturale più completa e produttiva. In tal modo, potremmo riuscire a colludere di meno con il capitalismo contemporaneo e a trovare strade realmente efficaci per trattare le origini principali del disagio psicologico: le strutture politiche ed economiche della nostra realtà sociale. Alla lunga, questo, potrebbe apportare un maggior tasso di guarigioni.

Pietro Barbetta Ven, 23/12/2011 - 02:15

Grazie Marco per la tua dotta e interessante discussione, ti segnalo una nuova edizione della Storia della follia, riveduta e ampliata di alcune parti mancanti curata da Mari Galzigna per Rizzoli, appena uscita.
La questione del Sé sul piano storico è stata affrontata, oltre che da Foucault negli ultimi anni della sua vita, anche da alcuni storici, con ricerche specifiche. A me è sembrato interessante un libro di Sacvan Bercovich The Puritan Origins of the American Self (1975), che mette a confronto l'uomo [sic] del Rinascimento con il Sé puritano. Ma, a ben guardare, per la nostra lingua "sé" è un pronome personale riflessivo, mentre in inglese è pure un sostantivo: il Self. Si dice, come Foucault, la cura di sé, oppure, come Ricoeur, Se stesso come un altro (Soi-même comme un autre), ma, a rigor linguistico, il Self (come nome) qui in continente mi par prodotto d'importazione da parte della psicologia. Forse mi sbaglio. Gregory Bateson (inglese che ha vissuto la sua vita scientifica negli USA) nel saggio "The Cybernetics of Self" (la nota teoria dell'alcolismo) lo decostruisce in modo magistrale, sulle orme di Nietzsche. Il nocchiero (Kybernetes) che guida questo corpo. Ma da questo, personalmente, non traggo la conclusione dell'inesistenza dell'interiorità qui in continente e sono grato a Freud per avercela ricordata (perché già Seneca e Agostino ce ne avevano dato esempi). Semplicemente, quando parlo con un taxista americano, mi parla del suo self (myself), e ciò non accade quando parlo con un taxista italiano. Benjamin Lee Whorf parla del fenomeno linguistico come fenomeno di segmentazione della realtà (Selcted Writings, 1956).

Valeria Gio, 29/12/2011 - 10:59

Interessantissimo sito, grazie per le riflessioni che proponete nei brani e nei commenti..

Giacomo Conserva Ven, 30/12/2011 - 12:28

'E' tempo di rimedi, non di lamenti', sta scritto all'inizio del De consolatione philosophiae di Boezio. Mi è sempre piaciuta questa frase- come, a un altro livello, la poesia di Brecht sulla casa in fiamme: se una casa brucia (il mondo dell'imperialismo, intendeva) per prima cosa la si lascia, poi si vede il da farsi. Solo che il da farsi- a livello individuale, di gruppo, sociale- non sempre è chiaro. I sottomessi pagano un alto prezzo, e anche gli oppressori hanno i loro problemi; e, davanti alle molteplici ricette consigliate, ci vuole scetticismo ma anche capacità di sperare: che una nuova vita sia possibile, che un nuovo mondo sia possibile. La mancanza di aspettative, il vuoto di motivazioni, la paralisi della capacità progettuale portano alla sterilità disperata e/o alla disperata fuga nel sogno (che tanto facilmente può trasformarsi in incubo, sia immaginario che reale); nel deserto del nostro reale possono benissimo accumularsi le catastrofi. It ain't easy, non è facile, insomma.-
E poi bisogna, credo, ritornare capaci di dire 'noi'. Ci vogliono fantasie NOSTRE, anche (come ho scritto una volta, commentando Zizek e Petrarca: we need fantasies, fantasies of our own).-

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