Il ghetto e la crisi

Il ghetto e la crisi sono la stessa cosa, una sul piano spaziale, l’altra temporale. Non sto riferendomi al ghetto nazista, bensì al ghetto tradizionale. Quello era luogo di transito verso lo sterminio, questo mantenimento di una distanza nella contiguità. Louis Wirth (1897-1952) svelò il segreto del ghetto attraverso una ricerca terminata con la pubblicazione del libro omonimo, del1928. Il razzista della sua epoca ha bisogno della sopravvivenza dei neri per denigrarli, sono parte costitutiva della sua esistenza borghese.

 

Perché ci sia un ghetto, sostiene Wirth, non basta che ci sia un mondo borghese che emargina un gruppo razziale, etnico, culturale, è necessario un fenomeno d’identificazione collettiva interna al ghetto, una dinamica di assoggettamento e soggettivazione. Il ghetto si compone di due parti. La parte interna marca una comunità specifica, la testimonianza di una differenza. La parte esterna è reclusione, emarginazione.

 

La clinica studia dall’interno le relazioni tra la parte interna e quella esterna. La costituzione di uno spazio continuo dal centro al confine, che marca una discontinuità etica, etnica, etologica, fisiologica, circadiana, urbana, religiosa, razziale, culturale, sessuale, abitudinaria, culinaria, olfattiva, uditiva, propriocettiva. La continuità urbana, che definisce la comunità dello spazio esterno, interdice il ghetto. Nel ghetto si fa ciò che non si deve.

 

L’interdizione si traduce in una sensazione epidemica. Avete mai passeggiato dentro qualcosa come un ghetto? Senza rendervene conto la velocità del passo aumenta, lo sguardo tende allo sbieco, man mano avvicinate il confine cresce la sudorazione, una volta a casa ci si lava. Spesso si entra senza rendersene conto. A un tratto sulla metropolitana rimangono soltanto volti neri e voi v’immaginate, con la vostra maschera bianca, osservato. Al contrario dell’immigrato nero di Fanon a Parigi, là siete voi a cercare d’indossare una maschera nera.

Per chi sta dentro il ghetto, la questione cambia. Movendosi dal centro alla periferia la velocità tende a zero, lo spazio interno si deforma verso infinito, meno della velocità del movimento. Il confine si avvicina sempre più, senza mai essere raggiunto, sviluppo asintotico.

 

La crisi dall’interno è cosa simile. E se passi dallo spazio al tempo (che già è intuizione interna) la sostanza si complica. Il tempo è la grama sostanza della Meditazione milanese. Corrompe:

“Il concetto di sostanza è una fisima, una chimera. Io immagino un permanere inalterato di alcuni elementi solo in riguardo alla deformazione di altri. La mia grama sostanza esiste in quanto soltanto esistono dei mutamenti e corrompimenti: essa è, per esprimermi con una grossa immagine, la parte ancora dura e coriacea di un pollo qua e là putrescente.” (Gadda, Meditazione milanese, 1928).

 

Achille è un ingegnere. Si taglia, beve, si droga, ingurgita enormi quantità di cibo, è preoccupato d’ingrassare, ci tiene al corpo, va in palestra. Vorrebbe essere come Dorian Gray, odia l’invecchiamento, l’inevitabile corruzione del corpo. Frequenta persone di cui s’innamora perdutamente, ma perde contatto quasi subito. Non le vuole più vedere. No, sono loro a non volere più incontrarlo. Il test di Rorschach dice che Achille non riesce a passare attraverso la posizione depressiva. Dice, il test, che non ha idee suicidarie, ma che, con quel che fa, potrebbe morire di autolesionismo. Glielo leggo. Dice: “Beh lo so, dovrei anche diventare depresso?”.

 

La clinica psicoanalitica sostiene che attraversare la posizione depressiva significa diventare adulti, normalmente neurotici. La clinica psichiatrica dice che la depressione comporta idee che sfociano sovente nel suicidio. La clinica è un insieme d’idee discutibili, per fortuna. Se la clinica diventa monologo, scompare. La diagnosi istituzionale è disturbo borderline. Bisogna sempre rendere tutto così semplice. Non ci si accorge che decretare disturbi secondo il manuale produce danni. La storia del pensiero clinico è rimossa, il soggetto devitalizzato diventa come un dente presente, ma assente.

 

Achille è a letto in un bagno di sangue, pronto soccorso, visita psichiatrica, dimissione. Non può passare attraverso la parte dura e coriacea. Avvicinandola sperimenta l’angoscia che cresce da qui a infinito. Man mano la sostanza si corrompe. Si avvicina una fine che non accade. Lo rivedo appena dimesso, mi mostra, con belle indifférence, le sue braccia. Stavolta i tagli sono quasi verticali, lo guardo scosso, lui mi sorride, chiede un abbraccio, piange. Forse la sua domanda si sta trasformando.

 

Achille però non agisce per punire l’altro che non trova. Sembra voler chiamare l’altro al suo accampamento, ripetutamente, come per farsi invitare a uscire, come un istrione alla satira. Quando accade molti dei suoi amori accorrono, poi la famiglia, gli amici. A quel punto si risolleva, si fa tamponare le ferite e vorrebbe aprire del vino in convivialità, ma gli altri, spaventati, lo portano al pronto soccorso.

 

Nostalgico, isterico, doppia diagnosi. Oppure ogni isterico soffre di nostalgia, la seconda ipotesi è più interessante, ha ragioni estetiche - “doppia diagnosi” sta diventando un termine buono per tutte le occasioni – perché la nostalgia, dolore del ritorno, è bisogno radicato di tornare indietro, al centro del ghetto, dove si nasce, al tempo in cui il corpo si trasformava suscitando ammirazione e desiderio nella relazione con l’altro.

Poi come recita una bella canzone di Silvio Rodriguez: “El tiempo pasa, nos vamos poniendo viejos”. 

 

Sono passati anni. Mi scrive dall’estero, fa il cuoco: “Sono il primo ingegnere capocuoco”. Mi piace immaginare che una vecchia fiamma, che gestisce un noto ristorante di Bogotà (Andres Carne de Res), lo abbia ingaggiato come capocuoco per restargli vicino. Lo vedo tra gli astanti con la sua toque blanche, grembiule, braccia muscolose, a raccontare le ricette, come a teatro. “Sono ancora dentro la crisi, ma non posso permettere che la carne si deteriori. Finché reggo la carne mi salva.”



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Commenti: 16

Anonymous Ven, 02/12/2011 - 08:39

è un oezzo molto interessante e ben scritto. Mi è piaciuto sopratutto la parte sui ghetti. Veramente molto bello.

M. Dotti Ven, 02/12/2011 - 16:54

sì, la velocità del passo aumenta. "Chi è un nero?" (J. Genet). Bello!

A.Valle Ven, 02/12/2011 - 22:58

Interessante il parallelismo tra l'interno e l'esterno del ghetto come luogo e le relazioni tra l'esterno e l'interno studiate dalla clinica. Complesso e ricco di diversi livelli di lettura.

Eneida Cardoso Sab, 03/12/2011 - 00:28

Excellent writing...as always Pietro! Anything you publish or write about is worth to read and to think about...I only wish my italian was better so I could understand all of the article, and not only parts of it; but knowing you as I do, I strongly believe it is a fantastic article!

Pietro Barbetta Sab, 03/12/2011 - 00:39

Is there anyone who has critiques? They are welcome as well.
Se volete potete criticare, gradisco anche obiezioni e abiezioni, senza esagerare.

M. Girardi Sab, 03/12/2011 - 10:25

Come sosteneva la Klein, prima della posizione depressiva si vive la posizione schizo-paranoide: posizione dei frammenti, dell'indistinzione, rizomatica.
Crescere vuol dire farsi ghetto. Grazie Pietro e complimenti per l'articolo!

S. Rocchi Sab, 03/12/2011 - 11:13

Ogni volta sento che le storie che racconti le hai prima attraversate. Molte le immagini evocate. Io mi tengo addosso l'abbraccio richiesto da braccia ferite, e la certa risposta che gli hai saputo dare.Grazie Pietro.

Giacomo Conserva Sab, 03/12/2011 - 17:36

Una volta a San Diego ho sbagliato un'uscita d'autostrada, e mi sono ritrovato in un ghetto nero. Come in un film. E come in un film o in un incubo non riuscivamo a uscirne- e il tempo sembrava bloccato. 'E vero, la depressione è così- anche se ha i suoi andirivieni (come in '4.32 psychosis' di Sarah Kane: l'ora PEGGIORE, le 4 e 32 del mattino). E se ne può uscire, da entrambe, oppure no (o trasformare il ghetto, o sè stessi)-

Alberto Ciglia Sab, 03/12/2011 - 19:39

L'articolo è molto interessante, certamente un pò difficile per un dilettante di psicologia come me, ma veramente stimolante per la metafora del ghetto rispetto al mio beckground sociologico e antropologico. Mi appassionano in modo particolare questi percorsi ermeneutici che attraversano "diagonalmente" le diverse "scienze umane".
E poi ho trovato molto efficace, per arricchire e rendere anche emotivamente pregnante il fil rouge concettuale l'utilizzo di riferimenti laterali, come la citazione di Silvio Rodriguez e il rimando alla canzone nella splendida intepretazione di Mecedes Sosa (di cui sono un cultore)

Chiara Dom, 04/12/2011 - 16:30

Articolo molto piacevole ma al contempo molto denso, mi sono presa del tempo per pensare a un commento degno di questo articolo. Spero che almeno vi si avvicini alla dignità 
Ciò che mi ha colpito di più è l’aspetto di unitarietà che oltrepassa le molteplici differenze emerse in esempi e forme: il nazista e il negro / volti neri e la maschera bianca / centro e periferia / sostanza e mutamento / interno e esterno / vivere o morire …
Quel che resta attuale, poi, è il concetto di confine, di limite fra i due opposti, ed è qui che la soggettività - dopo l’assoggettamento (al fine di definirsi, di identificarsi) ad una delle due polarità – può emergere. E’ qui che essa diviene ricchezza, possibilità creativa ma anche crisi, rischio, incertezza.
Che paura che fa dar una definizione di chi si è e di ciò che non si è. Si perché è proprio ancora da definire, anzi è perennemente in divenire: sempre da pensare, da dire, da agire. C’è da scegliere. Certo è più facile e meno preoccupante delegare ad altri: mostrare ma non esplicitare, innamorarsi perdutamente e perdere, farsi soccorere e volere festeggiare … Scegliere per sé (dal farsi male all’amarsi) è dura, ma decisivo.
Ecco però che, - per Achille uno su tutti- si presenta una soluzione identitaria: la diagnosi, quelle due parole (spesso nemmeno troppo comprensibili) che definiscono, che ridanno senso … Ma senso a che cosa? Chi rappresentano ora? Chi può dire chi vorremmo essere, chi desideriamo diventare e chi siamo ora, meglio di noi stessi?
Forse a volte basta solo credere nella forza stessa della vita che le soluzioni e le ridefinizioni arrivano da sole … Noi siamo liberi: di desiderare, di sognare e di volare, Achille ce lo ricorda, ora non vive più in Italia, non fa più l’ingegnere … Vive nella sua carne, il suo cuore batte ancora. La fiducia che riponiamo nei corpi dovrebbe per lo meno eguagliare quella che riponiamo nella nostra anima.
Noi ci apparteniamo, è necessario muoversi nella nostra integrità per andare verso Chi vogliamo Essere.

Anonymous Dom, 04/12/2011 - 16:49

Ho letto l'artico e la frase che ho trattenuto a cui mi aggancio per un contributo è questo : la diagnosi istituzionale é disturbo Borderline; bisogna rendere sempre tutto così facile: non ci si accorge che decretare disturbi secondo il manuale produce danni.
Sono reduce da una giornata di studio su Psicopatologia e Politica che si prefiggeva di indagare l'interconnessione tra momento sociopolitico e ricaduta nella psicopatologia delle persone e dei gruppi che osserviamo nei nostri contesti di cura. In questo contesto, un collega, a proposito della diagnosi di depressione e di disturbo borderline, ha utilizzato l'immagine metaforica di "diagnosi-valigia" in cui sarebbe possibile, in questi tempi, mettere o togliere qualsiasi cosa. ...il paziente è come tutti gli altri, solo un po' di più... sono, siamo in tanti ad averlo già detto, osservato e scritto. E' così, solo che nel ghetto interno di qualcuno, sempre più spesso, qualcosa esplode e si riversa nel dentro e nel fuori della soggettività sofferente che è contigua, collegata, interconnessa al mondo che lo contiene e lui stesso contribuisce a creare. Semba che le caratteristiche depressive e border abbiano a che fare con le caratteristiche che i singoli, per tentare un conformistico adattamento al sistema sempre più esigente e tirannico, sviluppano perdendo ad un certo punto il contatto con la propria storicità e soggettività, con il loro pensiero libero e l'etica del loro pensiero svincolato, p.e. dalla pressione sociale che ci impone consumo senza limiti fino all' autolesionismo fino alla morte. Ricordo Cecchin che con la sua esortazione all'irriverenza ci ha sempre messi in guardia dagli eccessivi conformismi. Il discorso è molto complesso, non voglio che il mio commento appaia semplicistico, il tema è incerto ma certa la necessità di continuare ad indagare, mantenendo il pensiero libero non troppo piegato sotto il peso del sapere accademico. Tantomeno dei manuali. Pasqua Teora

Pasqua Teora Dom, 04/12/2011 - 17:21

AGGIUNGO che, come l'uomo Achille, alla cui storia tu ti ispiri nell'articolo, tutti abbiamo la possibilità, soprattutto attraverso il superamento di un' intensa sofferenza capace di trasformarci nel profondo, di ricongiungerci con le parti più autentiche in noi stessi e così facendo, possiamo porre limiti al perturbante proveniente dal macro-sistema che, senza essere conosciuto-conoscibile dai più, violentemente pretende di attivare nei singoli, sempre più separati tra loro, processi di cieca e mortifera identificazione.

Simona di Leo Dom, 04/12/2011 - 23:54

Mi vorrei soffermare sulla frase "decretare disturbi secondo il manuale produce danni".

Arriva una mamma con l'ingombro di un brutto pensiero. Il suo bambino di 6 anni con "disturbo ipercinetico" decretato 3 anni prima. Seguono 3 anni di psicomotricità, poi viene decretata la cura: farmaco+supporto alla genitorialità. La mamma rompe i rapporti con la neuropsichiatria.
Costruisco una scheda anamnestica sistemica che mi soddisfi e la uso come guida per esplorare la storia. Parlo con la mamma per 4 incontri. Poi vedo il bambino.
La prima impressione è "questo bambino è molto intelligente, con potenzialità di buon mentalizzatore".
Ma ho un ingombro. L'idea del disturbo ipercinetico.
Effettivamente il bambino si muove. Ma è il suo movimento a distrarmi o la definizione del disturbo con cui arriva come fosse un bigliettino da visita?
Bambino molto intelligente e potenzialmente buon mentalizzatore con al seguito: insegnante di sostegno, educatore scolastico, pedagogista, ex neuropsichiatra e psicomotricista.
Qualcosa non mi torna. Il sospetto: la diagnosi di disturbo ipercinetico crea disordini nell'attenzione del terapeuta. Un'attenzione ipercinetica sul disturbo ipercinetico.
Attorno al bambino avviene questo. Quando il bambino si muove, l'insegnante di sostegno avrà la tentazione di portarlo lontano dalla sua comunità?
E così abbiamo un bambino che si sente lo straniero nel ghetto.
Non voglio assolutamente dire che la diagnosi crea il disturbo (questo è troppo per me).
La diagnosi crea lo straniero. Legittima l'isolamento. Ossessiona gli educatori con il problema del controllo.

Simona di Leo Lun, 05/12/2011 - 00:11

E poi la marionetta del bambino ha picchiato la mia marionetta.
Forse allora ragionare sull'aggressività ci sarà più utile.

Eduardo Villar Mar, 06/12/2011 - 17:52

Caro Petro
mi piaciono molto tuoi pensieri, a volte dificile di seguire ma aprono belle domende sopatutto per me in relazione a la diagnosi, perché abbiamo bisogno delle diagnosi? perché dobremmo etichetare tutto? la diagnosi é la spegazione che ci tranquiliza?
grazie

Pietro Barbetta Mar, 06/12/2011 - 22:52

Grazie a tutti, ai più noti (Marco Dotti, Doctor Illuminatus et Sublimis, Giacomo Conserva, eminente studioso di Louis Wolfson, Eduardo Villar, che lavorò a Trieste con Basaglia e portò in Colombia questa esperienza) e ai meno noti, che diventeranno grandi e ci bagneranno il naso.

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