Le ragioni sociali della patologia contemporanea

Giorgia.

Giorgia, impiegata in azienda privata, Claudio, maestro elementare in una scuola dell’amena cittadina di Mediocrate Bza, Giuliano, giovane gay disoccupato.

Giorgia è iscritta al sindacato. Finché ha lavorato nella casa madre della compagnia di computer, nessun problema. La casa madre smantella alcuni reparti e Giorgia si trova trasferita nella sede di una ditta estera. Il direttore la chiama, non la fa sedere, si alza e comincia a girarle intorno come in un interrogatorio, le chiede come mai è iscritta al sindacato, e intanto gira intorno a Giorgia sbattendo i tacchi. Giorgia ha davanti l’immagine di un racconto del padre, morto a sessantacinque anni, catturato a venti dalle SS. Sviene. Poi, quando reagisce rivolgendosi a un avvocato, comincia a sognare il padre che la conforta, le tiene la mano sulla testa durante il sonno.

 

 

Claudio.

Claudio va in classe per fare lezione, il direttore lo aspetta in classe, come nel Maestro di Vigevano, per controllare la sua lezione. La lezione di Claudio è sulle streghe, legge ai bambini alcuni passi di Carlo Ginzburg, belli, facili da comprendere. Sono incantati. Dopo la lezione, il direttore interroga: “Ippoliti! Cos’hai capito?”. Silenzio. Lo chiama nello studio, non prima di pretendere un tre per Ippoliti. Lo accusa di fare lezioni universitarie, cercherà di ottenere il suo trasferimento presso altro plesso - chissà perché si è mutuato un termine dalla neurologia, da quando si usano questi termini, la scuola è sempre più luogo per nevrastenici. Già l’aveva sgridato per avere spiegato il partitivo con esempi scandalosi: “Anche a Mediocrate ci sono dei gay, il sindaco ha dei problemi”, ecc. Il padre di Ippoliti va a protestare dal direttore. Non capisce il tre che quel maestro ha dato a suo figlio, dopo la lezione, è scandalizzato per le frasi scabrose che l’insegnate fa scrivere sul quaderno. Infine, è il sindaco di Mediocrate.

Nuove convocazioni, ispezioni in classe del direttore. Si allestisce una commissione sanitaria, si tratta di valutare lo stato mentale del maestro:

Come mai è qui signor Claudio Pazienza? Questo il suo nome, vero?

Me lo dovete dire voi, non ho chiesto io la visita.

Sguardi perplessi, la commissione si scioglie, nulla di fatto.

Claudio è una persona mite, non risponde al direttore, scrive. Porta in seduta le sue impressioni scritte, terribili, esilaranti. Se il direttore potesse leggerle, certo non sarebbe consapevole che si riferiscono a lui, potrebbe goderne pensando alla grettezza dell’altro direttore. Claudio si trasferisce in altra scuola, pochi colleghi nascondono un certo disappunto, il godimento nel vederlo perseguitato era inversamente proporzionale all’invidia. Laureato in filosofia, che pensava di fare? Disorientarci? Boicottare la programmazione didattica? Chissà chi credeva di essere. Ai bambini dispiace, compreso Ippoliti, li faceva sentire liberi, quanto di più antididattico. Produceva spostati, come Marilyn Monroe, Lewis Carroll e Pasolini. Insegnava l’italiano facendo loro studiare fiabe e filastrocche meneghine, come la canzone del Barbapedana, poi le si traduceva insieme.

De piscinin che l’era

el balava volentera,

el balava su un quatrin

de tant che l’era piscini

de tant che l’era piscinin.

 

 

Giuliano.

A Giuliano piace vestirsi da ballerina, con il tutù e le scarpette, ma lo fa solo quando va alle feste con gli amici e le amiche. Lavorava in un’azienda che produce stoffe, faceva il segretario del direttore acquisti e vendite, uomo che ha a che fare con clienti e fornitori, il dottor Prestinai. Quando Claudio arriva in azienda, solite assunzioni a termine, il Prestinai lo vuole come segretario. È appena riuscito a licenziare quella pasticciona della segretaria precedente. In azienda ogni desiderio del Prestinai è un ordine, neppure il Presidente si permette di contraddirlo. Il Prestinai dichiara che vuole provare con un maschio, con le palle, perché le acque chete rovinano i ponti e lui ne sa qualcosa. Poi, finalmente un laureato come lui! Sicuro che s’intenderanno.

È noto che il Prestinai, quando si scalda, diventa un forno che ingoia le maestranze come impasti per le michette. Ben presto si accorge che il modo d’interagire di Giuliano non è propriamente quello di un macho. Lui non ha mai avuto niente contro i gay, perciò comincia diventare un torturatore psichico.

Il training per imparare il mestiere si trasforma in un incubo:

Giuliano devi preparare 400 biglietti per la Pasqua da inviare a clienti e fornitori, io non li firmerò, metti una sigla a nome mio. Tre giorni dopo Giuliano è convocato. Hai preparato i biglietti? Come li hai già inviati? Io non li ho firmati! Ti denuncerò per falsificazione della firma! Entro domani li rifai e rispedisci tutti, non m’importa se il budget per i biglietti è finito, li paghi di tasca tua! Li prepari stanotte.

Giuliano accusa mal di stomaco, comincia a vomitare, il suo compagno e la famiglia lo supportano come possono, il medico gli dà un congedo per malattia e propone un approfondimento diagnostico: esofagite da reflusso. Nel frattempo Giuliano trova un’altra offerta di lavoro, esce dall’incubo, decide di allestire una festa di rinascita con gli amici, stavolta si vestirà da cigno nero e il suo compagno noleggerà una marsina bianca.

 

 

I nuovi schiavi.

Presso gli osservatori clinici, si presentano in crescente misura i risultati della situazione sociale.

Sono arrivati Giorgio, Claudia, Giuliano, altri mobbizzati, donne molestate sessualmente, persone che fanno ore di straordinario non pagate.

I minimi principi di giustizia: non ledere alcuno, dare a ciascuno il suo, vivere onestamente, sono violati. I patti restano inosservati, la categoria giuridica dell’Habeas Corpus, del tutto ignorata.

Il regime è schiavista, non è di servitù, è proprio schiavista. Se fosse servitù, il servo - come nella dialettica di Hegel e nel film di Losey - conoscerebbe la vita del padrone più di quanto questi non conosca la propria, e avrebbe la possibilità di toglierlo.

L’inquietante Dirk Bogarde, introduce in casa la seducente Sarah Miles che conosce l’arte di far cadere il padrone ai suoi piedi. Nello schiavismo l’eros è azzerato, siamo alla sadiana Società degli amici del crimine. Il totalitarismo oggi, qui da noi, non è più affare di stato, si manifesta nei legami della società civile, oggetto d’uso parziale alternativo. Si può fare, purché sia mantenuto al di sotto della sfera del politico. Non ci resta che la satira, non è poco.



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Commenti: 18

Nicoletta Daldanise Mer, 28/12/2011 - 17:36

esatto! finalmente concordo!

Stella Grabova Gio, 29/12/2011 - 11:54

Questo è ciò che avviene quando si rompe l'equilibrio fra doveri e diritti, quando i primi iniziano a soffocare i secondi, 'in nome di un bene superiore'. Rimane sempre da capire per chi.
Ma ciò che sconvolge di più è il fatto che chi subisce questo danno si autoconvince egli stesso dell'assurdità propinatagli, giustificando il tutto con: "Ma sì, che vuoi che sia una libertà in meno, sono almeno fortunato ad avere un lavoro!".
Fortunato?! Ammazza! Stai cedendo delle libertà per preservarti una cerchia di diritti (che poi ti vengono soppressi) in cambio di innumerevoli doveri, e tu lo chiami Fortuna?!

"Legum servi sumus ut liberi esse possimus."
Ma il limite fra servitù e schiavismo sembra corroso, come nota lo stesso Barbetta. E forse il termine che ha operato tutto questo è stato proprio l'abuso della 'libertà'.

_________________________________________________________________________
"Date al popolo l'illusione di governarsi e sarà governato."
"Nessuno è più schiavo di colui che si ritiene libero senza esserlo."(Goethe)
"Le libertà non vengono date, si prendono!" (Kropotkin)
"Che mortificazione…chiedere a chi ha il potere di riformare il potere, che ingenuità!" (G.Bruno)
"Il problema è che passiamo troppo velocemente dall’età in cui diciamo “farò così” a quella in cui diremo “è andata così”. (Cheyenne)

Nicoletta Daldanise Gio, 29/12/2011 - 14:09

Questa è davvero la giusta luce in cui inquadrare il problema. La patologia sta nel fatto dell'avere convinto progressivamente la gente che il lavoro non è un'ovvia caratteristica dell'essere sociale, ma una concessione... per non parlare della retribuzione e di tutti gli altri diritti ad essa associati! La generazione dei trentenni, di cui faccio parte, è ridotta in schiavitù perché privata della propria dignità attraverso subdole manovre economiche e mass-mediali. Quelle poche volte che si parla dei giovani, lo si fa quasi sempre con toni patetici come se la disoccupazione fosse una brutta malattia terminale. Non è così, si tratta del risultato di sfruttamento sociale e calcoli economici errati, è l'esito finale di una società quella sì patologica, che non sa più progettare per il futuro. Tuttavia tra 20 anni, almeno per cause naturali se non per le iperdibattute pensioni, ci ritroveremo noi con la patata bollente a cercare una soluzione! Allora, visto che pagheremo noi i danni, perché aspettare inerti? Se solo comprendessimo tutti, non diciamo il peso politico, ma almeno quello sociale che portiamo con le nostre mille attività non pagate, i progetti mai finanziati o anche la sola presenza fisica e scomoda nella società, qualcosa si sarebbe costretti a fare. Non accettiamo le pacche sulle spalle di chi ha il pasto caldo, ci vuole più rabbia... costruttiva certo, mai violenta, ma più voglia di riscatto! Non siamo rifiuti, siamo risorse sprecate!

ilaria bernardini Gio, 29/12/2011 - 21:25

Caro Pietro,
ma quali sono le "ragioni sociali" che hanno permesso ai "direttori" di agire in questa maniera? chi e che cosa ha dato loro il permesso di farlo?? il totalitarismo dei legami della societa' civile che premesse ha?? ..Mi interrogo e la interrogo, con curiosita'..Grazie

Walter Fornasa Ven, 30/12/2011 - 09:49

Caro Pietro, ci conosciamo forse da sempre e, seppur in aree diverse, ma attigue, spesso ci siamo intrecciati credo felicemente. Ebbene, come non condividere le tue considerazioni? Per me che mi occupo di educazione attraverso la stretta e contorta strada della psicologia dell'educazione e quella, forse più aperta (almeno al momento) dell'ecologia dello sviluppo, la questione dei poteri (si, al plurale), delle loro forme e dei loro apparati è, appunto, "la questione". Oso di più l'educazione (e le sue modalità relazionali macchiniche) è per me la radice dei poteri, è il dispositivo originario, archetipico, della loro evoluzione conservatrice e violenta, della loro diffusione implicita, ma agente, nelle vite. Tu m'insegni che si diventa matti, generalizzando in molti sensi, poichè stigmatizzati come tali dal linguaggio, dalla comunicazione e dalla violenza sui corpi per giungere attraverso di loro al disciplinamento cerebrocentrico. Troppo Foucault? Direi totale comportamentismo, e anche scadente che degrada il Panopticon di Bentham da accusa a strumento quotidiano. Che fare allora? Direi ancora, citando l'amico scomparso Sergio Neri, "Avanti, sempre, noi che ci crediamo". Ma fino a quando potremo ancora dire e agire?

Stella Grabova Ven, 30/12/2011 - 11:45

Beh, come non concordare anche col sig.Fornasa?
Alla fine il modo di indirizzarci nel modo più docile possibile è farlo fin dalla più tenera età.
Tempo fa lessi un'interessante articolo sulla questione da lui menzionata, un'analisi spiazzante sulle modalità in cui viene impartita l'educazione
http://www.educazionelibertaria.org/2010/12/le-sette-lezioni-di-john-tay...

Certe volte non ci rendimo conro della pericolosità di quello che riteniamo 'normale'.

Francesco Fisichella Ven, 30/12/2011 - 14:33

Moretti in un suo film (giustamente) perché diceva” le parole hanno un senso”. Rivendicava l’importanza del cosa si dice , oltre al come, mi permetto di aggiungere.
C’è un inganno, nascosto dietro e dentro le parole soprattutto per chi ne fa un uso prettamente strumentale. La questione riguarda certamente il mondo del lavoro, dei giovani e anche dei meno giovani , ma è più estesa , si è infiltrata in modo capillare in tutte le aree caratterizzano la nostra vita.
Non c’ è più tempo e posto per l’individuo,il soggetto , la persona, per l’incontro.
Oggi la relazione è tra oggetti, oggetti umani. Anzi, risorse umane. E le risorse umane sono regolate da un progetto, anzi, un contratto a progetto. La maternità è un fastidio. La malattia è un fastidio. I permessi studio pure. Le ferie idem . Per non parlare dell’omosessualità.. Gli oggetti non contemplano tali “sciocchezze”, ma… rispondono al call center 24 ore su 24 o lavorano anche di notte per rifare 400 biglietti..
C’è un esercizio del potere criminale e patologico travestito in giacca e cravatta o in tajeur, in pseudo luoghi familiari(l’azienda , le agenzie del lavoro, la ditta, ) dove il direttore si “autorizza “in modo perverso.
Si perché nella perversione tutto è concesso, come dire determinate cose oggi , smentire il giorno dopo di averle dette,o dire il contrario ancora il giorno seguente, tutto nell assoluta “normalità (patologica) che caratterizza la ricerca del godimento .
C’ è una (il) logica legata al business, al ricavo, al contenimento dei costi, alla spietata concorrenza che ha alienato l’essere umano. Tutto è strumentale. Si può fare a meno di investire nelle relazioni. Le relazioni umane fanno paura.
Anzi,tuteliamoci(dice il direttore), con un contratto a progetto, pronto ad essere interrotto senza troppi fastidi e rompimento di coglioni(come ho sentito dire da un “direttore”). Meglio allora chiamarci risorse umane. Anzi “risorse”, senza umani, e senza nome. Siamo più gestibili, controllabili“, oggettivabili. Fino a quando si scopre che una risorsa è iscritta al sindacato e allora…..non va bene, è pericolosa. La risorsa che rivendica una giustizia, una tutela come lavoratore e un riconoscimento come essere umano non va bene, potrebbe creare fastidi all azienda. O al direttore che potrebbe venire castrato nell ‘esercizio del suo godimento.
Nel potere c’è una componente mortifera. Dovrebbe essere maneggiato con cura. Ma così non è, in troppi casi. Sono d’accordo con Nicoletta: la patologia sta nel fatto dell'avere convinto progressivamente la gente che il lavoro non è un'ovvia caratteristica dell'essere sociale, ma una concessione. Un gentile concessione ..

Giacomo Conserva Ven, 30/12/2011 - 15:16

la satira, i cui si parla alla fine del testo, non è poi poco. la satira, come nel capitolo di Hegel sul nipote di Rameau, non è solo segno di disgregazione e sconforto ma paradossale anticipo di un novum. anche rinunciando al messianismo di benjamin (nur um die hofflunglosen willen ist uns die hoffnung gegenen- è soltanto per i disperati che ci è concessa la speranza) c'è la laica saggezza del trapassare della forma di questo mondo, del vario gioco della sorte, del piccolo fuoco che incendia una vasta prateria. Spartaco, lo schiavo trace, è morto; gli spartachisti di Berlino sono stati sconfitti e uccisi. Ma il conto non è chiuso, e nessuno può davvero dire cosa porterà il domani. Forse nuove mutevoli versioni di Reich millenari e di stati di tutto il popolo, con corteo di laudatori e assassini, di ladri e malfattori (come si dice adesso in Russia non più solo clandestinamente). Forse. Forse no (la gloria di questo mondo davvero PASSA).

Pietro Barbetta Ven, 30/12/2011 - 17:59

Grazie per i vostri commenti, i lettori li leggono e si aprirà un dibattito, dobbiamo fare di più perché non si trovi più la lapide di qualcuno a Tiergarten, a ricordare che anche quel gesto fu foriero del nazismo, perché gli uni non diventino uguali agli altri. Non si tratterà più del cadavere di Karl Liebknecht, né della rivolta spartachista. Speriamo che sia come in Diderot, nell'interpretazione di Hegel e in quella di Foucault. Però ci vuole qualcosa d'importante, Fornasa, a ragione, scrive che la formazione è essenziale, non l'addestramento,bensì la Bildung. E' davvero terminato il romanticismo (post, neo, ecc.)? Siamo davvero in un'epoca cinica? Allora rileggiamo l'ultimo Foucault che ci spiega bene chi erano i cinici, perché originariamente il cinismo filosofico è protesta, polemica, parlar franco, free-speech, parresia. Al cinismo di chi considera la morte una rata di ammortamento, diciamo che la vita è un incalcolabile nomadismo dentro una mappa che si trasforma mentre giace nelle nostre mani per essere consultata.

Dario Toffanetti Dom, 01/01/2012 - 16:49

Forse possiamo pensare che esistano periodi della storia in cui si fa più forte il peso della massa, nè buona nè santa, che avalla posizioni di potere e di abuso nei confronti dei più deboli, degli emergenti, degli intellettuali, dei diversi dal modello dominante, in qualsiasi forma e misura si determinino. E' il problema del consenso che diventa centrale in queste manifestazioni di potere direttivo e abusante: è quella strana miscela di paura del potente e di prevaricazione del debole che ci riporta a Canetti (massa e potere) e a Girard (delle cose nascoste dalla fondazione del mondo). Il Direttore, quello che ci mette la faccia, non è altro che "il garzone di bottega, passato a riscuotere l'affitto" (Kurz in Cuore di Tenebra, di Conrad)

Giulio Lun, 02/01/2012 - 15:47

Non so se possa servire alla continuazione del dibattito ma vorrei chiedere a Walter Fornasa se può raccontarci alcuni esempi di 'modalità relazionali macchiniche' in quanto contribuenti a fare dell'educazione la radice dei poteri. Mi pare che questo potrebbe confluire, arricchendoli , anche nei contributi presenti in Doppiozero circa le riflessioni sulla Scuola oggi (vd. gli articoli di Manera ecc.) Grazie.

Anonymous Sab, 07/01/2012 - 04:53

Ammettiamo pure che per essere schiavi bisogna avere una certa qualità, non mi riferisco alla pratica, bensì alla origine che si ha della schiavitù. Quel cervello li si è perso nel tempo. E' il tempo ha praticare una scommessa a perdere con i massimi valori che un tempo ci erano cari.
Lo schiavo non aveva alternativa e pur viveva la vita, ora le alternative sono tante, siamo schiavi delle alternative e abbiamo una sola vita da distribuire nel campo delle alternative. Alla fine essere schiavi senza alternative è quasi un dolore affettuoso.

Giulio Lun, 09/01/2012 - 22:46

Ma Anonymous si riferisce alla schiavitù del lavoro? In che senso 'ha praticare'? Cioè la prima parte del commento mi è oscura. Sulla seconda concordo appieno ..."abbiamo una sola vita da distribuire nel campo delle alternative" ...e qui sarebbe forse interessante provare a fare un buon elenco delle schiavitù del giorno d'oggi, quelle che nessuno penserebbe mai che siano schiavitù e invece sono talmente oltre la schiavitù che sì, sarebbe meglio essere 'schiavi' davvero. Però non so se tutto questo c'entra con l'argomento.

Pietro Barbetta Ven, 13/01/2012 - 18:46

Come no, si pensi ai calciatori di serie A. Non sono schiavi di lusso?

Anonymous Sab, 14/01/2012 - 23:02

Un altro esempio , che può riguardare l'aspetto collaterale dell' avviamento alla schiavitù ,potrebbe essere il caso di tutti quegli studenti universitari che compiacciono i professori durante gli esami in cui, invece di dire chiaro e tondo cosa pensano, mandano in vacanza il proprio spirito critico per timore di esere 'bocciati'? Oppure quegli studenti che per mantenersi agli studi lavorano nei centri commerciali dove è facile che pratichino l'esatto opposto di quello che studiano...avviamento alla schiavitù attraverso l'accettazione coatta della logica della scissione..?
Aggiungo che mi ha molto impressionato il caso dell'insegnante Claudio perchè da trent'anni che lavoro a scuola il direttore l'avrò visto si e no cinque sei volte . I direttori ( adesso si chiamano dirigenti scolastici e , secondo me , sono anch'essi degli schiavi del loro ruolo spesso invivibile ) che ho conosciuto io ,non han mai avuto tempo di venire nelle aule a vedere cosa succede ma con questo non ci si è sentiti più liberi . Grazie .

Pietro Barbetta Dom, 15/01/2012 - 00:01

Mi piace la parola direttore, ce l'ho in mente ogni volta che penso al ritornello felliniano:
"Direttore, direttore, non ti vogliamo più! D’ora in poi se ci dirigi lo fai a testa in giù!"

Anonymous Dom, 15/01/2012 - 00:12

Direttore...sì, è una parola da salvare, forse. Invece a me la parola 'nomadismo' così come viene utilizzata all'interno delle cosiddette scienze della psiche etc a me non piace, neanche 'contaminazione' a proposito di musica o 'competente' a proposito di bambini. Cordiali saluti serali.

Giulio Dom, 15/01/2012 - 00:29

Già. Il riferimento , azzeccatissimo, al film di Fellini Prova d'orchestra ...un cenno a quei deliri di ribellione che poi scolorano nell'esatto contrario ? Quel film ha detto più di tante tirate sulle schiavitù dell'oggi...

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