Lo spago della biancheria

Lo spago della biancheria sta sopra la nostra testa, lascia pendere mutande, reggiseni, camicie e camicette. Eppure in questi giorni, da come arrivano le notizie, è stato il pretesto di una strage. La notizia della vicenda di Secondigliano si aggiunge alle altre, senza neppure avere quell'intervallo di tempo, tra l'una e l'altra, per indignarsi, prima, e poi cercare di capire. Potremmo pensare alla devastazione sociale e urbana di quella zona, alla criminalità organizzata che mostra sintomi disorganizzati. L'impulsività in primo luogo, classico sintomo differenziale tra camorra e mafia.

 

Si potrebbe evocare l'opera di David Riesman, La folla solitaria [The Lonely Crowd, 1950], che descrive la tendenza all'isolamento dell'individuo delle culture metropolitane, profetica! O il film Il giorno della locusta [1975], di John Schlesinger, con la figura di Homer Simpson, interpretata da Donald Sutherland, impiegato sessualmente represso, potenziale gigante omicida. Opere a scarso gradimento, chi se le ricorda più? Tuttavia, fino a qualche anno fa, i gesti che producevano lacerazione nel tessuto sociale erano considerati rari. Qui da noi, qualsiasi sia il luogo nostrale, si pensava che simili eventi accadessero altrove.

 

Negli anni a venire la frequenza di queste notizie si infittisce, finché si supera una soglia che può avere due effetti: l'indifferenza, che accade ai più, o lo sconforto sull'intera umanità e la domanda se Hobbes non avesse ragione quando sosteneva che nello stato di natura l'uomo si fa lupo verso i membri della sua specie. Dopo che abbiamo sperimentato l'immoralità di questo pensiero ci si ravvede. Prima di me e degli altri, come enti separati, ci sarebbero le relazioni e varrebbe la pena di avere fiducia. Tuttavia questo ripensamento è inibito dall'immediata notizia ferale successiva, abbiamo perduto l'intervallo persino tra un massacro e l'altro, persino all'interno della stessa vicenda.

 

Ricevi la notizia dell'infermiere di Secondigliano e, prima di fargli un processo mediatico sommario, pensi: è come molti di noi, chi sotto pressione non commette qualche gesto impulsivo? Però pensi anche che la soglia di frustrazione dev'essere bassa, se lo fa per uno spago, se l'impulso porta la morte. Poi pensi che magari lo spago è solo una goccia, come nella teoria delle catastrofi. Pensi che lì, in quel momento, ha raggiunto un punto di rottura. Pensi però alle vite degli altri, annientate dal gesto mostruoso.

 

Mentre stai pensando, una seconda notizia: l'infermiere di Secondigliano, ha chiesto scusa sostenendo che era proprio fuori di sé quando sparava. Allora pensi a quale mentalità può appartenere il chiedere scusa dopo aver commesso un gesto simile, come se si potesse perdonare, o metterci una pietra sopra. Infine l'Ansa annuncia che aveva in casa un Kalashnikov. Sarà vero? Ti chiedi. Che se ne fa l'infermiere di un Kalshnikov? Perciò pensi che l'uomo non cova solo dentro di sé un rancore che si esprime con un gesto impulsivo, no l'uomo appartiene a una mentalità: farsi giustizia da sé.

 

Michael Douglas in "Un giorno di ordinaria follia" (Falling down), 1993, regia Joel Schumacher

 

Conosciamo le circostanze, era la cronica idiosincrasia per uno spago dove appendere i panni. Lo potete immaginare? Settimane, mesi, forse anni di angoscia per la corda dei panni, poi l'esplosione. Esquirol l'avrebbe definito un caso di mania senza delirio; un caso patologico, che lo distingue da me che patologico non sono. Davvero? Può darsi; tuttavia il caso dell'infermiere di Secondigliano – maniaco senza delirio – mi permette di delirare un po'.

 

Ecco il mio delirio visionario. La razionalità tecnica sta dominando il mondo. Ha invaso le relazioni umane. La burocrazia, l'indicizzazione e la valutazione di qualità, il bisogno di efficienza dominano le nostre vite al punto di dover assumere farmaci psicostimolanti, come rileva un articolo del “New York Times” del 18 aprile scorso.

 

Un tempo si diceva che le macchine sono diventate protesi del corpo, prima per il lavoro, poi, con l'avvento delle nuove tecnologie, per la vita intima, che è diventata essa stessa lavoro alienato. Macchine per inserire dati, macchine per fare sesso, macchine che programmano per noi, macchine chimiche per fare l'uomo macchina. Le macchine assorbono la razionalità tecnica, ma oggi la vita sembra trasformata in tecnica, dunque le macchine assorbono la vita. Il funzionamento quotidiano è razionalità tecnica.

 

Dobbiamo ritenere che Hobbes, nella lunga durata, avesse ragione? Ora che le macchine hanno preso il sopravvento sul soggetto, ora che l'Io è protesi della sua propria macchina, e non è più la macchina a essere protesi dell'Io; ora che tutti sanno, in qualunque momento, dove l'Io sia, cosa stia facendo, dove fosse ieri e dove sarà domani,  grazie alla stessa smania dell'Io di farlo sapere a tutti; ora che tutto ciò che è familiare, intimo, confidenziale, passionale, emotivo è anche pubblico, perché le macchine hanno tutto in memoria e possono rivelare tutto dell'Io, in qualunque momento; ora che non ci si può più redimere, o che una redenzione vale una dichiarazione come: mi dispiace di avere fatto strage, ero proprio fuori di me quando sparavo – ora: il soggetto non ha altro destino che essere costantemente fuori di sé? Non resta che l'hobbesiano stato di natura? Lo sbranarci tra noi?

 

Se così fosse, saremmo di fronte a un eccesso di castrazione, non a un difetto. Se il dominio delle macchine porta il soggetto a essere una protesi della macchina, senza residuo umano, allora la castrazione sarebbe così potente da produrre persino questi gesti inusitati; per ragioni politiche, per ragioni intime, per ragioni sociali, per mancanza di giustizia pubblica. Qui il Padre sarebbe una statua di marmo dittatoriale, altro che evaporazione. Quel che ci mancherebbe, qui, è la madre, la capacità di accoglienza, la dimensione affettiva, la libertà. Là fuori, nella giungla della vita quotidiana, homo homini lupus.

 

Sarà davvero così? Oppure questa è la rappresentazione mediatica di una realtà diversa e che giace sotto la soglia mediale?  Ribaltiamo tutto questo ragionamento. Io non ci credo. Penso che il caso dell'infermiere, quello del pilota e tanti altri non riescano a sopraffare la fiducia. Penso che, nonostante la burocrazia massacrante, la tecnologia senza pensiero, la crisi dell'intervallo e altri eventi disastrosi, ci sia un rinnovato bisogno di onestà e cultura. Come una divinità sotterranea, la solidarietà, l'affetto, la passione, l'amore riemergono, in forme nuove o tradizionali, dal tessuto tellurico della società. Insieme, al di sotto, di fianco, ai margini delle porcherie che vanno dall'episodio dell'infermiere al monopolio editoriale, dalla liberalizzazione del gioco d'azzardo per far quadrare i conti sfruttando la psicopatologia dei poveracci, ai deliri sul fare fuoco contro le navi nel mediterraneo – penso che stia emergendo un nuovo bisogno di umanità.

 

 

Leggi anche su doppiozero di Pietro Barbetta, Nell’anima di Andrea Lubitz



  • Donald Sutherland in "Il giorno della locusta", 1975, regia di John Schlesinger
    Donald Sutherland in "Il giorno della locusta", 1975, regia di John Schlesinger
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