Guarire la guerra, l'etnopsicoterapia di Natale Losi

Da tempo non leggevo un saggio così vitale, pieno di racconti clinici e sociali. Un saggio che non si esprime solo in termini teorici, né, come spesso accade, in termini polemici o politici (le due cose oggi sono diventate una). Lontano sia dalla psicologia accademica, ormai ridotta a verifiche statistiche o poco più, sia dai teoricismi e dagli insegnamenti dogmatici che oggi dominano il panorama clinico di Scuola.

 

Per questa ragione Guarire la guerra (L’Harmattan), di Natale Losi, è, oggi più che mai, necessario. Le esperienze cliniche raccontate e descritte nel testo hanno un valore formativo speciale, nei giorni in cui Parigi, capitale mondiale della libertà, ferita da un attacco infernale, è costretta a barricarsi. Gli stessi gironi in cui, sull'altro versante dei “nostri valori”, lo spostamento forzato di profughi segna il fallimento definitivo, ce ne fosse stato ancora bisogno, del colonialismo occidentale.

 

Il libro di Losi non è neppure un saggio clinico in senso stretto, come ci si potrebbe aspettare dalla scrittura di uno psicoterapeuta o di uno psicoanalista classico. Non che non ci sia clinica nel testo, al contrario, ma la clinica non è, come spesso accade, agganciata in modo stretto a un'opzione teorica che assume connotazione gergale: “triangolo edipico”, “Nome-del-Padre”, “archetipo”, “resilienza” o altre formule per far capire chi si è, da che parte si sta. Come se la clinica fosse questione ideologica, come se ogni caso potesse venire ricondotto al gergo della mia teoria, che, per supposto, è la più vera.

 

Anche nella saggistica c'è uno stile, e Losi sembra prediligere lo stile libero indiretto per come lo concepisce Pier Paolo Pasolini: a un passo dell'esperienza e dell'espressione dell'Eroe, presso la sua propria lingua, la sua propria dimora. Esiste una saggistica che sfugge ai criteri predefiniti, che ha una tensione narrativa. Questa saggistica libera le categorie. Le categorie, che sono i personaggi della saggistica, vengono sciolte dai propri ruoli predefiniti, dalle catene strutturali, diventano singolarità esemplari, aiutano a pensare la vita, Erlebte Rede, discorso vissuto.

 

In Guarire la guerra si rileggono le storiche esperienze etnopsichiatriche, a partire da Henri Collomb e Georges Devereux, le opere cliniche post-coloniali di Frantz Fanon, si legge anche di una clinica sistemica autentica, applicata all'esperienza etnografica, perciò, in primo luogo, Gregory Bateson, Mary Douglas. Gli interventi teatrali, l'uso degli oggetti come dono, l'invenzione di rituali è legata a una lunga osservazione delle pratiche di guarigione tradizionali, ma non si concede mai alla ripetizione di queste senza differenza. Ogni intervento ha lo stile della pratica tradizionale, ma il contenuto è differenziale; varia, di volta in volta, attraverso un'analisi concreta della singolarità del contesto e degli eventi accaduti, varia a seconda delle sensazioni del terapeuta, dei suoi stessi sogni, delle sue impressioni e fantasie. Non si lascia mai sedurre dal fascino rousseauiano dell'Altro, dell'indigeno che ti cattura con le sue pratiche magiche bianche o nere, o bianche che si trasformano in nere.

 

Losi esce anche dal familiarismo psicoanalitico occidentale, già criticato da Deleuze e Guattari nell'AntiEdipo, non riassume mai la clinica psicologica nel triangolino piccolo borghese mamma-papà-figlio. Non potrebbe nemmeno se lo volesse, data la varietà di esperienze che incontra.

La peculiarità di questo tipo di approccio consiste anche in una diversa ipotesi riguardo alle origini. Non c'è una sola origine che viene dal passato infantile, si tratta di differenti tipi di tagli nella vita del soggetto: una guerra, un disastro, un amore disperato, un evento inatteso. Qualcosa che accade dentro, come in sogno, oppure fuori nella vita desta. Deleuze direbbe: si tratta di serie; la filosofia, se non è categoriale, non può mai smettere di pensare, di inventare concetti. La psicoterapia non può mai smettere di analizzare le esperienze cliniche.

 

Durante un viaggio nel deserto, l'autore sogna. E nel sogno gli viene regalata una pietra: “Era un sasso tondeggiante, verdastro, con venature nere. Sembrava di alabastro. Era una pietra dura. Mi svegliai” (p. 73). Lo sforzo di ricordare il sogno, di non perderlo, come nelle sedute di analisi junghiana, consiste nel trascriverlo appena emerge il ricordo, senza lasciar passare il tempo. Si tratta il sogno come una rivelazione da custodire. La pietra del sogno si lega alla rilettura di un'intervista a Gregory Bateson: “Intervistatore: Vuol dire che gli psichiatri fanno supposizioni sugli individui non basate sulla realtà? Bateson: Sono abituati a un modello falso, derivato dalle scienze dell'Ottocento.” Quel modello, a cui gli psichiatri sono abituati, ha creato i manicomi, la psicologia della razze, messa a punto da Gobineau. È lo stesso modello della psichiatria coloniale francese, contro cui Fanon aveva combattuto, il medesimo che, negli Stati Uniti, aveva inventato il quoziente intellettivo come strumento per discriminare le razze inferiori, per respingerle dal confine o predisporle a diventare manodopera a basso costo: la nuova classe operaia nordamericana.

 

Tuttavia è la pietra del sogno che porterà l'autore a cercarne una simile in un mercato. Pietra che userà durante una seduta con la famiglia del muro. Veicolo, materialità poetica significante, strumento di speranza perché non è un fucile, né una bandiera. Appartiene a quel campo dell'indagine umana composto da ombre. Le ombre hanno riferimenti nelle cose, nei luoghi, abitano gli interstizi, i margini, cose che non hanno un'utilità diretta, che hanno qualità estetiche.

I racconti di Guarire la guerra non hanno un modello comune, hanno un approccio comune. Non c'è una teoria della diagnosi, della clinica, non c'è una posizione politica, c'è una relazione terapeutica, una ritualizzazione ad hoc, sempre differente, che non imita le pratiche locali. Che, nel rispetto della tradizione locale e delle ripetizioni rituali, introduce una differenza. Ritualizza la differenza. In uno dei primi capitoli, Losi racconta l'esperienza di intervento nel Kosovo, svolta con gruppi di formazione teatrale con Silvia Briozzo e altri. Dell'esperienza del Kossovo si può vedere un video.

 

 

Diversi teatranti organizzano un lavoro di scena con gli operatori dei servizi sociali e sanitari che hanno operato durante la guerra. Viene fuori una rielaborazione dell'esperienza traumatica: il trasporto dei cadaveri, la sepoltura: “Ho seppellito 172 cadaveri e non ho mai pianto. Ora, non appena sento una poesia o una canzone, mi commuovo”, dice un operatore. L'esperienza del Kosovo, raccontata nel libro, sembra avere un ruolo chiave. Fa riflettere l'autore intorno alla categoria diagnostica di PTSD, Post Traumatic Stress Disorder, alla sua genericità e povertà clinica. Da quella categoria diagnostica non esce nulla di attinente al trauma della guerra, della violenza, del caos tellurico, acqueo, alla distruzione umana e naturale. Noi reagiamo in maniera diversa e spesso presentiamo sintomi analoghi a persone che non sono passate attraverso quegli eventi. Quale differenza emerge allora? Non una differenza categoriale, bensì una differenza singolare, alla categoria di PTSD, Losi risponde proponendo l'approccio che definisce ESN, Etno Sistemico Narrativo. Da lì fonderà una scuola di psicoterapia. Questo libro è un importante prodotto della sua ricerca scientifica, che coincide con la sua esperienza di vita.



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