Scrivere in India
Purushottam H. Sakhare ed io

Se fossi uno scrittore, mi dico, scriverei anche in mezzo a tutto questo. Ai clacson delle macchine che combattono qualche improvvisa congestione sulla strada davanti a casa. Alla banda musicale di ragazzi e ragazze che suonano e marciano, marciano e suonano nel grande spiazzo davanti alla strada di fronte a casa. Ai ragazzi che giocano a cricket sulla stessa distesa polverosa. Alle loro urla “bbbball baaaall!” quando la palla finisce lontano. Alle urla dei venditori ambulanti di verdura. Alla vibrazione dell’aria condizionata o del ventilatore. Ai cani, ai corvi, quando cala la notte. Ai cani che rispondono ai corvi quando la notte sta per finire.

 

Gowalia Tank

 

Se fossi uno scrittore, riuscirei a scrivere pur stando al centro di una stereofonia di decibel tra i due appartamenti che ci affiancano al piano terreno di un centenario edificio di Gowalia Tank, Mumbai; nella zona un tempo nota come “black city”. Se fossi veramente uno scrittore siederei dritto e indifferente ai vicini troppo vicini, le loro televisioni perennemente accese su soap opera indiane (canale destro) o dibattiti politici al limite dell’isteria (canale sinistro). Alle voci che penetrano i nostri muri e forse anche quelli del suono (canale destro), a nonna Zeema (canale sinistro) che chiama mia moglie (“ZAAAH!”). Se fossi uno scrittore sarei capace di lasciare fuori tutto questo, di ascoltare solo il ritmo interno del racconto, la sua irrinunciabile necessità.

 

Appunto, se fossi uno scrittore. Ma io ho scritto per tanti anni di arte contemporanea, saggi e articoli e un paio di libri smilzi. Sì, occasionalmente ho usato qualche forma di fiction o semi-fiction per circumnavigare le opere e le idee degli artisti. Ho schermato cose che non volevo o sapevo dire nell’analisi dell’opera. Ma qui di finzione ce n’è poca. Tutto tremendamente vero, dentro al mio naso, intorno ai miei timpani, davanti ai miei occhi. L’India si dà senza censure, senza timidezze, senza misura. L’in-continente India. Per me, recente e parziale abitante del subincontinente, scrivere diventa una gimkana tra i decibel e i sentimenti, l’urgenza di raccontare e l’esigenza di contenere l’incontenibile, di trovare un disegno in questo affresco monumentale. L’India mi costringe finalmente a scrivere al di fuori della scrittura su commissione, della scrittura d'arte. L’India ha suscitato, forse, una nuova necessità di parole che proverò a circoscrivere in una serie di ritratti, una progressione di storie individuali per parlare, spero, di questioni collettive che attraversano l’in-continente India e soprattutto una delle sue incontinenti metropoli, Mumbai.

 

Se abbandono per una volta la scrittura-mestiere, c’è chi, qui e forse ovunque in India, scrive rigorosamente per mestiere, dove “scrivere” va inteso in un’accezione soprattutto meccanica. La parola “wallah” può essere tradotta con “tipo”, “persona”. Vicino a un altro nome definisce una tipologia di lavoratore che potremmo dire “specializzato”, dove la specializzazione va intesa non tanto in relazione ad una tecnica. quanto all’assoluta fedeltà a un compito preciso e continuato. A Mumbai, città estiva per almeno otto mesi l’anno, significa soprattutto lavoratore di strada, perché è letteralmente sulla strada che gran parte delle attività lavorative si svolgono. I dabba-wallahs (o dabbawala), per esempio, sono coloro che consegnano i pranzi a domicilio. A Mumbai sono circa cinquemila e costituiscono un sistema di efficienza incredibile, con una percentuale di affidabilità che è stata calcolata dalla rivista Forbes in 99,99966 %. Uno dei loro rarissimi errori è l’elemento narrativo scatenante di Lunchbox, un film di successo uscito nel 2013. Ma le categorie sono quasi infinite: ci sono i phul wallah, i dukaan wallah, i masala dukaan wallah, i machhi wallah, i fruit wallah, gli unda wallah, i chai wallah, i band wallah, i juice wallah, i dobhi wallah, i kaan saaf wallah. Ti vendono fiori, snacks, spezie, pesce, frutta, uova, thè; suonano musica, ti preparano un succo di frutta, ti lavano il bucato, ti puliscono le orecchie. Tutto rigorosamente on the road e spesso on the move.

 

Wallah in strada

 

Di un’altra categoria non ho ancora trovato il nome ma potremmo chiamarli typing wallah o typist-wallah: coloro che traducono o scrivono sotto dettatura documenti legali, lettere o altro tipo di comunicazioni per chi non sa scrivere, per chi non conosce l’Inglese o per chi ha bisogno di un documento che va prodotto seduta stante. Un’amica indiana mi dice che questa attività è svolta anche in altre zone di Mumbai, ma i wallah che ho individuato occupano parte del marciapiede di Mahapalika Marg, una grande via che parte dalla stazione centrale. Uno dopo l’altro, siedono davanti alla loro macchina da scrivere, entrambi appoggiati su sedute più o meno di fortuna, confermando l’impressione, fin troppo evidente, che il rapporto tra individuo e spazio da queste parti si regge su equilibri letteralmente molto più sottili, precari e apparentemente improvvisati di quanto siamo abituati nello spazioso occidente. All’ombra di grossi alberi, i nostri scrivani aspettano i clienti che escono dal vicino tribunale di Killa Court per sottoporgli le loro richieste.

 

 

Sotto uno di questi alberi trovo Purushottam H. Sakhare. Tra tanti, decido di approcciare lui per due principali motivi: un’impressione di disarmante gentilezza, coadiuvata da un sorriso ironico, e la vecchia Olivetti bianca che appoggia sul trabiccolo a uso tavolino, retaggio di un’epoca in cui i taxi indiani erano Fiat e, immagino, gli uffici pieni di macchine da scrivere “made in Ivrea”. Insomma, memorie di un’Italia che conquistava i nuovi mercati. Interrogo Mr. Sakhare per iniziare un possibile rapporto di lavoro: gli chiedo orari e tariffe, e lo metto alla prova con una breve dettatura in Inglese. Il risultato, non proprio memorabile né privo di inciampi, è conservato nella mia scrivania di Mumbai in attesa di capire se e come una nostra collaborazione possa iniziare.

 

Mentre ricambio il sorriso e il saluto di Mr. Sakhare, mi rendo conto di quanto ingolfato di immagini letterarie sia il mio sguardo verso questi scrivani open-air. Non posso fare a meno di avvicinare questi Bartebly-che-dicono-sempre-sì, ai Pessoa e ai Kafka impiegati di concetto, alla loro routine lavorativa accompagnata ed evasa nelle produzioni letterarie. Non so se, a differenza dei nostri eroi letterari, questi wallah usino la scrittura in modo creativo, magari nelle pause tra una commissione e l’altra. Ne dubito ma mi piace immaginarlo. Quello che so è che, oltre agli incarichi di cancelleria, sono gli esecutori, forse anche i co-autori, di lettere commissionate da chi scrivere non sa. Seguendo la cantilena delle parole dettate, i tasti imprimono su carta notizie, richieste, sentimenti che viaggeranno dalla grande città fino alla moglie o ai figli lasciati indietro.

 

Se lo scrivano esegue, mi dico, ci sarà un ricevente, forse altrettanto illetterato quanto l’altro membro della famiglia, che avrà a sua volta bisogno di un tramite perché quel messaggio sia ricevuto. Immagino che questa figura sia il postino locale, custode di una quantità di storie, segreti, confessioni che probabilmente unico è in grado di comunicare agli abitanti di questo o quel villaggio lontano. Il postino, che non solo consegna ma legge le lettere che riceve, diventa il custode di una memoria collettiva, accumulatore e snodo forse unico di una serie di micro storie che possono eventualmente incrociarsi e confliggere tra loro, tessendo la storia di una comunità.

 

Certo, la diffusione della telefonia mobile ha sicuramente diminuito il numero delle lettere su commissione e il potere memoriale dei postini dei villaggi ma potete stare certi che, in mezzo ai compiti più strettamente burocratici, alle carte bollate e alle dichiarazioni giurate, anche tra il rumore della strada che abita il suo ufficio all’aria aperta, il nostro scrivano sarà pronto ad ascoltare le più intime parole della lontananza.

 

 

Tutte le immagini di questo articolo sono di Luca Cerizza.



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