Le passioni tristi di Benasayag

Gli psi

 

Sono usciti di recente in Italia due libri di Miguel Benasayag: Oltre le passioni tristi, per Feltrinelli, e Il cervello aumentato, l'uomo diminuito, per Erickson. Benasayag merita attenzione, come scrittore e come clinico, per il suo pensiero e la sua biografia. Una biografia che non è solo legata alla formazione più o meno classica, ma che si avvale di un'esperienza vissuta intensamente, in cui l'autore ha provato “sulla pelle” la tortura e gli eventi storici del golpe argentino, l'oppressione sociale e la dittatura. 

A poco più di dieci anni da L'epoca delle passioni tristiLes passions tristes, scritto con Gerard Schmit – Benasayag scrive, oggi, Oltre le passioni tristi. L'epoca delle passioni tristi è superata. Fin qui siamo alla buona riuscita di un espediente editoriale. In realtà il testo francese ha un altro titolo: Clinique du mal-être, con un lungo sottotitolo che potrebbe essere tradotto con: gli psi di fronte alle nuove sofferenze psichiche. 

Ma chi sono gli psi? Con questo termine credo che Benasayag intenda: psicologi, psichiatri, psicoterapeuti, psicoanalisti di ogni scuola e tendenza. In realtà Benasayag critica anzitutto la psicoanalisi classica e le nuove terapie cognitivo-comportamentali. 

 

La psicoanalisi

 

Clinique du mal-être si compone di una pars destruens e di una pars construens. La pars destruens è una critica alla psicoanalisi classica e alla sua incapacità di cogliere i cambiamenti sociali in atto. Prima ancora di cominciare la sua disamina, Benasayag scrive: “Fino alla fine del secolo scorso, la consultazione psicoanalitica tipica si fondava sulla convinzione (condivisa dal paziente e dal terapeuta) che al cuore della sofferenza del paziente si celasse un significato criptato che avrebbe consentito di spiegare la sua incrinatura (se non di farlo guarire)” (p.27). Era un'epoca diversa per varie ragioni: il tempo era vissuto in modo diverso (o semplicemente esisteva un “tempo vissuto”), il soggetto individuale possedeva “protesi” (l'orologio, l'automobile, ecc.), ma non era protesi delle sue protesi (cellulare, computer, ecc.). C'era ancora una certa resistenza dell'otium al dominio del negotium

La psicoanalisi si era alimentata di questa differenza ricostruendo, in piena modernità, un setting per raccontare la vita, momento per momento, durante la terapia. Tuttavia, come osservarono, negli anni Settanta, Elvio Fachinelli e Michel Foucault, tutto ciò era privilegio delle classi ricche e intellettuali. La psicoanalisi era dunque un po' come la democrazia di Atene. La stessa psicoanalisi, quando venne applicata a contesti psichiatrici, o di povertà e dissonanza etnica, si rivelò spesso un disastro. 

Benasayag non si riferisce unicamente all'Ego-Psychology anglosassone. Le sue critiche si rivolgono anche all'altra sponda del freudismo: la psicoanalisi lacaniana. In questo secondo caso Benasayag mette in evidenza l'avversione all'Anti-Edipo – nota opera di Gilles Deleuze e Felix Guattari – da parte di molti psicoanalisti lacaniani. Secondo Benasayag: “L'Anti-Edipo contiene la critica senza dubbio più giusta, fondata e insieme radicale, del concetto di 'complesso di Edipo' come fabbricazione di individui: in sostanza funziona come un imbuto che familiarizza ogni conflitto, ogni desiderio, ogni tropismo” (p. 60).

Se il desiderio si presenta come un conatus puramente individuale, il soggetto non assume quella dimensione collettiva che gli permette di uscire dalla dinamica neoliberista dell'adattamento sociale. Così la prescrizione “non esitare di fronte al tuo desiderio” si trasforma in responsabilità individuale – in alcune interpretazioni del lacanismo – a perseguire il “successo”. La domanda che sembra porsi Benasayag è: qual è la differenza tra successo e riconoscimento? Farei un solo esempio (clinico e letterario): Umberto Poli, nel suo percorso terapeutico con Edoardo Weiss, è diventato Umberto Saba per un'operazione di marketing? Oppure perché nella sua poetica riconosciamo una soggettività condivisa e collettiva? Il cambiamento del “nome proprio”, e la scelta di “Saba”, in questo caso, non è precisamente un Anti-Edipo? Una liberazione di risorse immaginarie, che contribuisce a rendere la poesia di Saba eterna?

L'Edipo, come sostengono Deleuze e Guattari, diventa principio autoritario quando “rinforza” (termine behaviourista!) l'identità. E la psicoanalisi diventa imbuto attraverso il quale passare per assoggettarsi al trend contemporaneo. “Tra questo 'soggetto desiderante' della psicoanalisi europea e la 'psicologia dell'io' di origine americana si possono certo rilevare delle differenze, sopratutto teoriche. Ma in fin dei conti, in entrambi i casi, si tratterà sempre di costruire l'individuo come atomo finale...” (p.61).

Le osservazioni di Benasayag riguardo alla psicoanalisi sono ben poste. Tuttavia il libro risente di uno sguardo che si confronta perlopiù con quanto accade in Francia e in Argentina. In altri paesi europei, e anche nelle Americhe, non ci sono, dal mio osservatorio clinico, scuole così rigide. Benasayag però è argentino e vive e lavora in Francia, in questo senso ha ragione di lamentarsi per un'egemonia clinico/culturale che, a tratti, si compone di gergalità e dogmatismi.

In Italia, alcuni temi presenti nei testi di Benasayag, risuonano in Elvio Fachinelli. Fachinelli a Milano contestò Lacan e pose le basi per nuove forme di terapia in rottura con la psicoanalisi, evocando tra i suoi ispiratori uno dei primi allievi di Freud, Sandor Ferenczi. Per quanto mi è capitato di osservare, ho trovato molti psicoanalisti convergere intorno a queste riflessioni. Stavo per farne un elenco, ma dovrei riempire almeno due pagine. Dunque, almeno in Italia, la convergenza e il dialogo tra diverse scuole è meno difficile di quanto forse non accada in Francia. 

Dai tempi della rivoluzione di Basaglia, sono nati, nel nostro paese, nuovi approcci “situazionali” alla terapia, orientati dal pensiero di autori come Gregory Bateson (gli epistemologi Giuseppe Longo e Francisco Varela sono “discepoli” di Bateson), Michel Foucault e Gilles Deleuze. 

 

Le TCC

 

Altro discorso, del tutto differente, riguarda le terapie cognitivo-comportamentali. Questa nuova onda tecnologica gode di notevoli vantaggi legati a un modo di concepire la psichiatria e la psicologia come tecnologie per “ristrutturare cervelli”. Qui il progetto, ben più inquietante, è pensare a una mente disincarnata (una sorta di software) che riceve istruzioni dal cervello (una specie di hardware). La psicologia viene parcellizzata in una serie di studi specialistici riguardanti i singoli sintomi (disturbi dell'attenzione, iperattività, attacchi di panico, dislessie, discalculie, alexitimie, in un crescendo che ricorda Molière) che necessitano interventi specialistici del tutto ignoranti riguardo alle condizioni sociali e culturali che formano la vita del soggetto. Tutto ciò con il beneplacito accademico (che da anni costruisce carriere su questi piccoli sintomi parcellizzati) e il pullulare di corsi, su nuovi test, inventati ad hoc, per scorgere devianze e ripararle. 

Non dobbiamo però buttare a mare le scienze cognitive nobili, che annoverano, tra i propri adepti, figure come Jean Piaget, Humberto Maturana, Mauro Ceruti, fino al già menzionato Francisco Varela. Questi studi, al contrario, danno vita alle teorie sistemiche della complessità. Le TCC semmai hanno devastato proprio questo filone di ricerca, ricreando l'erronea contrapposizione biologia/cultura.

 

Brainhood

 

L'antropologo Fernando Vidal – che ha anche il merito di avere curato gli studi di Jean Starobinki sulla malinconia – ha parlato, in questo senso, di un'epoca in cui la persona, intesa come sede della responsabilità, viene sostituita del cervello, inteso come una serie di sintomi: far funzionare i cervelli per far funzionare la società. Siamo nell'epoca in cui la Personhood viene sostituita dal Brainhood. http://www.dictionaryofneurology.com/2009/08/critical-response-fernando-vidal.html

Tuttavia, come ogni cosa che deve funzionare, anche il Brainhood ha i suoi sarcasmi: annunci di prostitute del tipo “femmina serotoninergica e dopaminergica offresi” sono il risvolto “popolare” di questo “riduzionismo fisicalista”. Ma l'accademia psi non lo sa, è tutta presa dalla misurazione e dalla ristrutturazione e non si accorge del riso altrui.

Per quel che ho inteso dai testi di Benasayag, non c'è un modello migliore, è semmai l'approccio che può fare la differenza. L'approccio riguarda il pensiero e la pratica clinica. Ci sono scuole che insegnano “modelli”, nomenclature linguistiche che sfociano in nomenclature gerarchiche, in queste scuole si apprendono gerghi rigidi, oppure pratiche magiche. Ci sono scuole che sono come i ristoranti: ci entri e fai clinica, l'unico modo per impararla. Tuttavia non basta, la clinica che fai deve essere non-autoritaria, antioppressiva, sensibile a quel che William Blake chiama “i minuti particolari”.

Da come scrive e da come presenta la sua attività clinica, dalla sua capacità di cambiamento, che si manifesta anche attraverso la sua produzione letteraria di questi 15 anni, per la sua esperienza biografica – l'opposizione al regime fascista argentino, le torture e la sua testimonianza – Benasayag è un clinico che queste sfumature le conosce e conosce questo tipo di etica. Come Isadore Ducasse, Lautréamont, così Miguel Benasayag, Lautréalair(es).



  • Miguel Benasayag.
    Miguel Benasayag.
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