Cosa scrive l'Asia?

Di recente mi sono trovato a fronteggiare un uditorio pechinese – molto internazionale però – ricevendone domande. Nessuna sorpresa: il moderatore mi conosce, tante volte si è parlato di quel che mi interessa. Cinque anni da editore specializzato sull’Asia, e ora ho un libro da comporre per le mani. Allora mi si domanda soprattutto di Cina e India, paesi diversi ma in corsa parallela: la narrativa giovane è il punto, ma non di letteratura sola si parla bensì di società. Eccole, quattro domande e risposte.

 

La Cina è la fabbrica del mondo. Lo è l’Asia orientale tutta, e del Sud (l’India). Esiste allora una Letteratura o (per evitar maiuscole) una narrativa che la racconti? Che ne racconti condizioni e conflitti?

 

 

No, ho dovuto rispondere. Ho dovuto spiegare la mia sorpresa in particolare in Cina, la mia delusione. Di sicuro vanno emendati gli scrittori meno giovani – sempre legati, in Cina, a una cosiddetta ‘rural literature’, centrata sul villaggio o sulle relazioni nel quartiere, storie buffe molto spesso, storie tragiche quando si apre il capitolo (unico capitolo che la censura consente di aprire) della Rivoluzione Culturale, che la retorica di regime ha scelto come capro espiatorio ricettacolo di ogni male, Male che in un paese dittatoriale esisteva invece prima, e dopo, e nell’oggi. I giovani si sono concentrati su narrazioni giovanili – la scuola, l’università – la generazione di mezzo (quella che visse sulla propria pelle la repressione di Piazza Tian’an men) e che ha sempre dichiarato “L’89 è stato l’anno più importante della mia vita” vive nella frustrazione di non poter raccontare, nella necessità di una autocensura che è una autocastrazione creativa, e sovente porta all’abbandono della scrittura. E poi succede un po’ quel che succede in occidente: una passione per i dropout, per gli emarginati: dove la fabbrica fa capolino solo a tratti, come episodio di una vita da lavoratore migrante, che non trova mai il suo centro – non solo come lavoro, ma geograficamente, affettivamente: qui il governo invita i più giovani a migrare verso la città a cento milioni per volta, e la migrazione produce, evidentemente, un nomadismo culturale – un nomadismo della personalità – che non si spegne mai (due romanzi, sui migranti: Xu Zechen, Correndo attraverso Pechino, Sellerio; e Sheng Keyi, Northern Girls, Penguin).

 

National library of China

 

La risposta è no anche in India, dove pure nelle molte lingue locali che componevano il mosaico indiano prima della cosiddetta ‘bolla letteraria in lingua inglese’ (tutti i più giovani hanno scelto l’inglese, dimenticando lingue locali parlate – e lette – da centinaia di milioni persone a botta), c’era una tradizione sindacale, comunista perfino (tanti stati indiani sono stati governati da partiti comunisti di vario tipo, un po’ “all’emiliana”). Allora sì c’erano i cortei, gli striscioni da portare per le strade di Calcutta e Bangalore, ma oggi il tema sembra scomparso nelle narrazioni dei giovani. Quanta parte della popolazione indiana lavora nelle grandi e piccole unità industriali? Macché: sia la Letteratura che la narrativa più pop ne restano lontani.

Insomma, nessun giovane Dickens e nessun Orwell, nella fabbrica del mondo.

 

E il ceto medio, mi domandano poi? Come racconta di sé? E percepisce la distanza di sé dal basso, dai più poveri, dai lavoratori manuali? Insomma comprende di essere solo una porzione del proprio mondo, o se ne sente autisticamente centro motore e assoluto?

 

In India, ancora, la miseria è lo scenario: non si esce da alcun palazzo di vetro e acciaio senza trovare attorno a sé un folla di corpi in continuo movimento, tra odori e pattume e confusione. Ma il bestseller assoluto qui è Chetan Baghat, che nella sostanza mette in scena il sé del giovane in università (il famoso IIT di Delhi, college entrato nell’epica indiana, anche cinematografica), e fuori dall’università: i ragazzi lo comprano a frotte – e affollano le sale dei cinema – per potersi raccontare a vicenda, chiusi nel narcisismo che li ha condotti lontani dalle miserie del proprio paese. Le storie sono altrimenti intime, come se lo scenario dei senza casta – di status o di fatto – non fosse che un paesaggio naturale da percorrere. L’ambiente naturale in quanto tale, questa nuova classe media indiana delle professioni e dei consumi se la ricorda solo in casi sporadici: ad esempio quando si fa scempio di villaggi e cittadine intere, ridislocando i contadini più lontano dall’area dove andrà a costruirsi un’acciaieria, una diga: e qui il racconto prende la piega dell’ecologia – tema proprio al ceto medio in ascesa – ma sembra dimenticare la società: interi stati del paese sono violentati da una guerra tra contadini alleati a neomaoisti e padroni delle ferriere supportati dai reparti speciali dell’esercito: ma il grande romanzo su questa grande disgrazia non è stato scritto.

 

In Cina (sempre di narrativa dei più giovani si parla), il giovane scrittore è di per sé persona di ceto medio: e si può guadagnare bene, a scrivere romanzi in un paese di un miliardo e mezzo di abitanti. È in genere persona che ha saputo sollevarsi dalla condizione ancora contadina, povera, della famiglia (fino solo a dieci anni orsono a scuola andavi avanti a forza di buoni voti), e molti ancora tra i giovani scrittori ti raccontano una propria ascendenza contadina: la mamma doveva vendere le nostre uova per comprarci i libri di scuola. Spesso, come scrittori, si procede per concorso: tanti sono i contest in età scolare, e tanti i ragazzi scaraventati dentro a turbini editoriali. Ma i più giovani questa loro ascendenza contadina, o povera, non la vogliono raccontare. Preferiscono allontanarsi dall’analisi sociale, che li ha letteralmente travolti: nel passato come è insegnato a scuola, nel profluvio di romanzi sulla Rivoluzione Culturale. Molti scrittori giovani sembra si siano detti: apriamo porte sui nostri mondi interiori. La generazione di coloro che hanno ora trent’anni, che dopo avere a lungo narrato banalità adolescenziali vira ora verso una letteratura ‘poetica’, delle sensazioni (ad esempio Zheng Yueran), oppure, dopo aver compiaciuto le adolescenti provocando lacrimucce, quindici anni più tardi compiace le giovani mamme, e sempre tira fuori la lacrimuccia (Annie Baobei, anche lei milioni di copie in Cina e misconosciuta all’estero). In compenso si sta imponendo la fantascienza (Liu Cixin, lui sì di valore). Non siamo ancora a zombie e vampiri perché – incredibile! – qui la censura moralisticamente taglia.

 

General Library at Ramakrishna Mission Delhi

 

Ancora una domanda: Asia, megalopoli e ceto medio in via di ampliamento esponenziale. Più spazio per il mercato editoriale? In apparenza sì, ma in un momento in cui la fatica del libro (e la contemporanea bolla web, con tutti i suoi toy-device in rapida evoluzione) colpisce anche qui (ma non ci sono armageddon editoriali come dalle nostre parti). Come reagiscono Letterati e, per non usar maiuscole, i narratori? Cosa c’è nella contemporaneità asiatica della parola scritta? Insomma chi sceglie la forma di una narrazione lunga, distesa, piuttosto che il microblog (140 caratteri, che pure qui son cento parole) quale posizione ha dentro alla società di cui è parte? Cantore, giullare, fustigatore, o disadattato endemico?

 

Due tipi differenti in Cina, mi pare. Chi, come già detto, intercetta istanze di consumo e fa milioni di copie con prodotti che, onestamente, non mi sembra meriterebbero neppure una serie b occidentale, perché ne sono una copia (ma, appunto, teniamo d’occhio la fantascienza, perché in un mondo che cambia con una rapidità da paura questa ha un suo senso). E il secondo tipo, il Letterato, che vede invece un po’ tristemente ridursi i propri spazi di mercato da un lato, avendo già da tempo la coscienza di quanto siano ridotti i propri spazi creativi dall’altro, perché la censura c’è, eccome, e si traduce in autocensura, scritture trattenute, che non si dispiegano. La Cina – lo so, è un’affermazione forte – continua a non produrre nulla all’altezza, quantomeno, del suo PIL rampante, di un softpower benzinato da investimenti tanto ingenti quanto a basso ritorno reddituale: non ci riescono proprio, mi sa, anche se fanno vincere ai loro film premi e onorificenze, perché con la superpotenza Cina non c’è antidoping (né artistico, né politico, né sociale, bisognerà abituarsi).

 

C’è una letteratura dei margini, apprezzata da pochi, e tradotta ancor da meno perché spesso fuori dai circuiti ufficiali, e quindi dal gioco dei grants di traduzione. Storie minimaliste, che evitano di giudicare il contesto entro cui si situano, ma restano dentro alle umane sofferenze e soprattutto alle cattiverie, alle bassezze delle relazioni tra umani – e in questo dicono molto, però, sulla società che fa da contesto. Faccio un nome: A Yi.

 

Anche in India, come detto, c’è una narrativa pop che titilla il narcisismo dei giovani di ceto medio. Popstar i suoi protagonisti. Gli altri – e intendo coloro che in India però ci restano e ci vivono, non gli emigrati, i Non Indian Residents che vanno a far parte dell’ottimo filone della narrativa meticcia che ci ha dato molto negli ultimi due decenni – gli altri più giovani credo siano rimasti incastrati dentro alla bolla in lingua inglese. Tutti, sempre, molto politicamente orientati e corretti, inseriti entro a un corpus di riviste e convegni e università a partire dai quali superavano le vecchie categorie della sinistra (laggiù come detto molto novecentesca, comunismo e movimento operaio) per costruire quella che da noi si chiama società civile, scoprono di un botto la vittoria dell’Indofascista Modi (legato al fondamentalismo indù, responsabile diretto di pogrom ai danni della numerosa minoranza mussulmana), rampante e appoggiato dall’establishment finanziario e industriale ma soprattutto amato dalle folle sterminate dell’India perché non in inglese comunica ma in hindi! E nelle lingue locali i suoi!

 

Book shop Hindi Granth Karyalay at Hirabaug, C.P. Tank, Mumbai

 

Questo tipo di scrittore / società civile, che in inglese poneva temi importanti, la corruzione, lo sfruttamento terribile dei più poveri nelle campagne, si ritrova solo nello spazio sconfinato di un paese di un miliardo di abitanti che comincia oramai a ignorarlo. Major Tom to Ground Control. Modi ha preso (prima volta in India) la maggioranza assoluta dei seggi al Congresso. Gli scrittori guardano indietro, a un paese che solo due decenni fa consumava tonnellate di carta da due lire densa di storie pop (la fantascienza, il crimine, l’amore e la guerra, i fantasmi e lo spionaggio), che loro stessi hanno buttato fuori dal mercato costruendo, paradossalmente, una analfabetizzazione culturale di ritorno. Che fare?

 

E poi, buona ultima ma non ultima, la domanda delle domande: ma anche qui muta la condizione femminile? E che famiglie si costituiscono? E che nuove relazioni tra genitori e figli, tra educatori e educandi?

 

Ho risposto così: perché in Italia invece? La trasformazione più potente nel nostro mondo tutto qualcuno l’ha capita, l’ha raccontata? È andato oltre la visione parziale (il punto di vista femminile in ascesa) per tentare una narrazione che ci aiuti, che ci metta in discussione, che ci dia elementi, per la discussione sulla famiglia, sulle famiglie, sul passaggio dall’infanzia all’età adulta e sulla cura dei figli? Perché in India e in Cina vedo questo di pericolo: donne che scrivono per le donne, uomini che scrivono per gli uomini. Non è questione da poco, direi.



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