Da Milano a Pechino: crisi e rivoluzione

In una bella intervista a Paolo Di Stefano, per la Lettura del 23 Agosto, Pier Vincenzo Mengaldo lamenta la debolezza della letteratura italiana degli ultimi decenni. Piazza un'affermazione importante: ci vorrebbero più conflitti, per avere temi da affrontare. E poco prima, al contrario elencava temi non affrontati in modo esaustivo e coerente dal dibattito filosofico e sociale: l'immigrazione, la disoccupazione. Io aggiungerei: le nuove forme di famiglia, anche quella semplicemente etero. E la cura e la relazione con i figli, e tra generazioni. E lo sradicamento determinato da una società che costringe a sempre più frequenti cambi di ambiente di lavoro, o di lavoro stesso, e non penso solo a lavoro ad alto contenuto di conoscenze: tra gli italiani i laureati sono una minoranza. Mengaldo ha ragione.

 

Allora vorrei cominciare questo post come il mio precedente: torno in Italia e... questa volta non sono al bar, l'ambientazione è la cena da amici, e dopocena mollemente adagiati sui divani. Da tre anni sono lontano, e l'ultima scena forte che ricordo di Milano era quel giorno, tarda primavera in Piazza Duomo: aveva vinto Pisapia, e aveva vinto per un motivo che mi rendeva euforico: le periferie della mia città, e della mia regione, avevano smesso di votare centrodestra. La dico piatta: dopo che gli operai o gli ex operai o i post operai avevano tradito la sinistra (in realtà è accaduto l'esatto opposto), ecco, forse, riemergere un fantasma di disponibilità a tornare alla propria casa naturale.

 

Allora domando ai presenti: ma come sono andati, davvero, questi anni di Pisapia? Rispondono le donne, gli altri restano in silenzio. Dicono: la città è più bella. C'è meno traffico (obietto: e grazie, c'è una crisi da urlo, ma vengo zittito con stizza). Il BikeMi si è allargato oltre la cerchia dei bastioni. Si gira in bicicletta che è un piacere, spiegano. (Loro abitano tutte in centro, io dico che arrivare in bici ai quartieri più esterni può essere un problema: io uso molto i tram, che non mi paiono migliorati, meno corse, più sporchi: ma va’!, mi zittiscono, se uno ha voglia di usare le gambe va dove vuole). E poi, dicono, oggi a Milano ci sono tante cose belle. Il nuovo centro direzionale, i grattacieli tra Corso Como e l'Isola (un uomo tra i presenti ricorda che il progetto era partito ben prima di Pisapia, ed è stato terminato grazie a soldi del Quatar, le tre donne rispondono in coro che comunque l'ha terminato Pisapia, e il famoso calcetto balilla undici contro undici in Piazza Gae Aulenti è una figata). E la darsena! Finalmente! Io ammetto che non l'ho ancora vista, mi rimproverano: tu non giri Milano (abito dalla parte opposta, andrò a vederla, in tram presumo). Una di loro ricorda quante aiuole sono state messe a posto. Ne nomina una, con delle bellissime calendule. Poi mi si racconta il nuovo piano di ristrutturazione degli spazi verdi. Su questo c'è unanimità, e accordo di genere: anche gli uomini: apodittici, è una rivoluzione.

 

Poi qualcuno cambia discorso, per fortuna.

Io sono raggelato. Con un filo di voce lancio il mio, 'ma scusa, le periferie?'.

Non si può fare tutto, rispondono tutti.

(La mia battuta sarebbe stata: sì, ho visto, c'è tanta gente in bicicletta, ma la sensazione è che una buona metà sia sotto psicofarmaci, a vedere come sta la metà della gente che incontro. Ho un amico che ormai si beve regolarmente una bottiglia intera per sera, e voi, proprio voi, mi avete confessato che una cannetta la mattina aiuta.)

Insomma, non solo non abbiamo risolto il nostro (nostro? forse solo mio) cruccio politico (le periferie che andavano dalla parte sbagliata, e le signore in bici che formano ormai lo zoccolo duro della sinistra milanese), non solo non affrontiamo le tematiche di cui parlava Mengaldo, ma a me sembra che, Pisapia o no, qui vada sempre peggio. Poca gente in giro, nei locali, nei negozi – in libreria – una buona dose di infelicità che ha da tempo sostituito l'incazzatura generica contro la politica, bava alla bocca. La città è cambiata, aveva commentato una donna. Non ho detto: forse siete cambiati voi. (E non ho detto che la storia degli spazi verdi sbandierata come un grande successo a me sembra patetica.)

 

In questi giorni d'estate molti mi hanno domandato, ma perché Pechino? Perché da anni te ne vai nell'Asia delle grandi metropoli? Rispondo che laggiù il conflitto c'è, le tematiche stanno a fior di pelle, le persone intendono affrontarle. E con calma, a cena, se ne discute ascoltando le opinioni altrui, non giocando al talk show, non sparando battute e controbattute a max centoquaranta caratteri. L'Asia cambia, e ha bisogno di ridefinirsi, di discutere se stessa. Lì nessuno afferma: la chimica aiuta. E a nessuno bastano scampoli di vecchie e nuove religiosità, o presunti stili di vita 'naturali'. Che anzi, sembrano stare di intralcio.

 

In questo bisogno di discutere, di sviscerare, tutto asiatico, la Cina rappresenta un paradosso costante. Eppure non per questo è paese meno interessante, anzi. Il paradosso è la censura, feroce, su tutto quanto viene scritto, filmato, riprodotto e comunicato, al punto che le conversazioni tra persone in carne e ossa sono sempre più dense dei 'prodotti' culturali. Poca letteratura che morde, da laggiù, perché lo scrittore si autocensura. Ma il potere che censura provoca rabbia, ribellione sotterranea, mille e mille piccole forme di espressione minoritarie che io spero possano deflagrare in conflitti aperti a breve, con l'avvitarsi di una piccola crisi economica che diventa grande perché grandi sono le aspettative che delude: cade l'export, non s'alza più il PIL, e questo farà mancare il collante che li tiene ancora tutti buoni, insomma. Il paradosso censura è tale anche perché ha effetti salutari. Censurati Facebook e Twitter. Ammesso Weibo, molto controllato (tagliano o sopprimono testi indesiderati, e lo fanno le macchine, grazie a ricerca per tags). Weibo è un Twitter cinese con più spazio, anche perché un carattere è una parola, in mandarino. Quindi discorsi più meditati, meno sparati. E i talk show televisivi sono controllati anch'essi, molto cloroformio, quindi nessuna presa sul reale, e poca possibilità di essere confusi, come da noi, con il reale stesso.

 

Ma se questo accade in Cina, non è il caso di paesi a libera espressione. L'India ha discusso davvero, nell'ultimo anno, di relazioni tra uomini e donne, e di famiglie. E di violenza, dunque. La sua editoria, in fase calante, ha avuto un sussulto su questo tema: e non solo di stupri si parlava, ma di relazioni correnti in famiglia, di ruoli, e di figli. Da noi, manco a dirlo, i family day o contro family day riguardano tematiche di minoranze: la famiglia come è vissuta dalla grande maggioranza delle persone (etero) non si tocchi neppure come tema di discussione! Siamo nel paese della Chiesa di Roma, il cui Papa ci mette una pezza attesa da mezzo secolo, e concede la comunione ai divorziati: e così non si parli d'altro, si dica quanto buono è questo Francesco, ma non si discuta serenamente e intelligentemente di famiglie che si creano su uno o più divorzi, come ormai è la norma, e di figli sotto assedio da parte delle generazioni che li precedono: sempre sotto osservazione. E di ruoli, il maschile e il femminile, che avrebbero bisogno di una buona registrata, perché non solo le donne, oggi in Italia, sono sull'orlo di una crisi di nervi.

 

La Cina questi temi li propone, dentro alla sua letteratura più giovane. E magari li propone male, gli autori non sono all'altezza, ma in ogni romanzo giovanile si sente il distacco tra i ragazzi e le famiglie, si orecchia l'onnipresenza del cornino, la fuga del padre o della madre. La ferocia (che in Italia, come tale, ha vinto lo Strega, ma con il limite di raccontare una famiglia 'particolare'). Non è che l'Asia dia eccellenti risposte, ai nostri problemi. Ma l'Asia ci indica un metodo. Un dialogare antico tra le persone capace di una maggiore aderenza alla realtà. Magari dentro a un quadro culturale deteriorato, ancora non capace di estrarre dal passato le forme per narrare questo presente (di classe media), e di farlo bene, con racconti potenti. Ma le tematiche ci sono, dentro a questi racconti imperfetti. Il canovaccio è buono, l'esecuzione non ancora.

 

In compenso la conversazione rende, ben più che in Italia. Esempio classico italiano: la bolla cinese è scoppiata, aiuto aiuto, i media rilanciano la notizia (corredata di immagini di gente con le mani nei capelli, che magari erano persone che avevano perso il treno, o che gli era caduto in testa il soffitto di casa, ma tutto fa brodo nella mediosfera). Ripercussioni sugli stock markets globali, spreads, perfino il cambio euro dollaro improvvisamente inverte il suo trend. Pochi giorni, poi gli indici mondiali ritornano più o meno sui valori precedenti (a dimostrazione che i professionisti della finanza, private bankers, brokers, fondi di investimento, non sono meno adolescenti della mediosfera globale).

 

A questa fuffa contrappongo le parole di un conoscente cinese. Amico di un amico, inglese basico, necessita di qualche traduzione. La sua semplice storia: quello che era un piccolo laboratorio artigianale di galvanica diviene nel giro di sei sette anni il referente di produzione di una grossa industria tedesca, che ci mette i suoi soldi, e assieme al proprietario cinese aumenta di quaranta volte gli addetti. La società guadagna fior di soldini (la Cina era la fabbrica del mondo), il proprietario cinese pure e ovviamente li reinveste: non solo nella stessa ex-galvanica, ma anche in un piccolo negozio di alimentari per i dipendenti, e in un ristorante a pochi passi dalla fabbrica. Cambiano i tempi: i salari operai aumentano, la Cina non tiene il proprio status di fabbrica del mondo, oltretutto in Europa c'è crisi e meno richiesta: i tedeschi smontano la macchina produci-soldi, delocalizzano in Indonesia. Cosa fa, il mio conoscente cinese? Si trova tra le mani un capitale – ah, il Capitale – che non sa come investire, trova le borse cinesi in piena apertura regolamentare – insomma diventa semplice investire – e segue il consiglio degli amici. Shenzen, Shanghai, Hong Kong, oramai in collegamento informatico tra loro accolgono l'arrivo di codesti inutilizzati Capitali e, letteralmente raddoppiano o triplicano la propria valorizzazione nel giro di sei otto mesi. Anche perché i professionisti della finanza (pure cinesi, e magari legati alle alte sfere del Partito) fiutano l'affare, ci si buttano, gli indici si impennano. Fuffa, non economia reale. Tutti sapevano che sarebbe arrivato il momento di ritirarsi in fretta e furia. Così avviene, restano presi nella rete i più piccoli che ci han messo mesi a decidersi di investire: al momento sbagliato. Ma oggi le borse cinesi sono tronate più o meno al livello pre-impennata: come a dire, niente di nuovo. Crisetta sì (l'export non tira, bisogna spingere i consumi interni).

 

Ecco: sarei riuscito in Italia a spiegarla così semplicemente, tranquillamente? Piatta piatta? Sui divani, dopo le cene, ne ho sentite di battute – urla, in qualche caso, perché qui parlano i maschi – circa la fine del miracolo cinese. Ora svalutano la moneta! Ho provato ad alzare il ditino, a dir loro: io qualcosa ne so, han svalutato del sei per cento, dopo una rivalutazione del venticinque negli ultimi due anni: beh, di quel che sapevo io non importava niente a nessuno. A loro importava della PROPRIA, di opinione. Come fosse un dessert. Sorbetto ai frutti di bosco e menta.

 

Piccola chiusura anomala. Aeroporto sardo, agosto. Un divertente dipinto murale mostra l'interno di un aeroplano, evidentemente anni sessanta o settanta, emigrazione al nord. Le donne, tutte vestite di nero e con il fazzoletto nero in testa (non so come si dicesse, a quei tempi, in sardo: niqab, hijiab?), fiaschi di vino, grandi forme di formaggio e pani tagliati tenendoli sotto l'ascella, con grandi coltellacci. Bei tempi, tempi duri, tempi di discorsi della consistenza di quei pani e di quei formaggi. Che nostalgia.

 

Domanda: ma che ci fai a Pechino, inquinata com'è?

Risposta: parlo. (Si diceva a quei tempi in Italia: ma parla come mangi!)



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